RIFLESSIONI SULLE LOTTE OPERAIE.

Piano industriale o distruzione del capitale?

di Michele Michelino

 

I metalmeccanici della FIAT e Fincantieri, insieme a migliaia di lavoratori di tutti i settori, continuano le proteste e gli scioperi in difesa del posto di lavoro.

La FIOM-CGIL il 21 ottobre ha indetto uno sciopero di otto ore dei metalmeccanici del gruppo FIAT e Fincantieri “sfidando” il divieto di manifestare a Roma, imposto dal sindaco di Roma Alemanno dopo gli scontri tra polizia e manifestanti del 15 ottobre. In realtà non c’è stata alcuna sfida perchè l'autorizzazione alla manifestazione dei metalmeccanici è arrivata dopo una mediazione con la Questura: così i lavoratori metalmeccanici hanno “conquistato” Piazza del Popolo.

Una piazza divenuta secondo la FIOM CGIL «spazio di riconquista della democrazia», “che ha saputo unire le storie di migliaia di lavoratori, provenienti da tutta Italia, accomunati da una stessa preoccupazione: tutelare il proprio posto di lavoro e i propri diritti rivendicando una politica industriale”. La manifestazione ha visto la partecipazione di delegazioni e lavoratori delle principali aziende in crisi, operai in Cassa Integrazione e in mobilità.

Proletari a cui viene tolto il lavoro, lavoratori senza diritti, esuberi e precari, figure che rappresentano i moderni schiavi salariati con un futuro lavorativo sempre più incerto, e alla completa mercè del capitale: lavoratori di Termini Imerese, Pomigliano e Mirafiori per la FIAT, Grottaminarda per Irisbus, Bertone, Cnh di Imola, Iveco di Brescia e Torino, Sevel dell'Abruzzo, Magneti Marelli di Bologna, Maserati di Modena, Ferrari, insieme a lavoratori di Fincantieri, Sestri Ponente, Castellammare di Stabia e Riva Trigoso per Fincantieri.

 

La segretaria generale della CGIL Susanna Camusso, firmataria del patto fra tutte le associazioni padronali, governo e rappresentanti dei sindacati concertativi (CGIL-CISL-UIL-UGL) del 28 giugno 2011, presente alla manifestazione, ha denunciato il governo e la FIAT, perché «viola le regole nel nostro Paese, crea leggi ad aziendam e non dice qual è il piano industriale e il futuro dei lavoratori». Anche per la FIOM CGIL l’obiettivo di queste mobilitazioni, come ha spiegato Maurizio Landini, Segretario Generale della categoria, è quello di ottenere un tavolo per chiedere alla FIAT e Fincantieri «la possibilità di discutere e fare un accordo vero sul piano industriale».

Infine, il leader della FIOM CGIL ha ribadito come i temi portati in piazza dai metalmeccanici della CGIL «riguardano tutto il paese e tutti i lavoratori», affinchè «possano continuare a battersi per cambiare questa situazione e questo governo che sta facendo solo dei disastri per il lavoro e per il paese».

 

Queste dichiarazioni ci portano a sviluppare alcune considerazioni.

 

Ormai la realtà ha dimostrato che, di fronte alla crisi generale del modo di produzione capitalista, la lotta per difendere “il proprio posto di lavoro” per quanto necessaria dimostra sempre più i suoi limiti.

Licenziamenti, precarietà, disoccupazione, tagli dei diritti e dei salari, sono sempre più la condizione generale della classe operaia, a cui la classe deve rispondere in termini complessivi, generali, senza disperdere le lotte in mille rivoli aziendali, settoriali o locali, pena la sconfitta.

La crisi acuisce la concorrenza e i lavoratori di una fabbrica o di un settore che si pongono l’obiettivo della difesa del “loro” posto di lavoro, si trovano davanti non solo il loro padrone, ma l’intera classe borghese che impone - tramite le sue istituzioni, a cominciare dal Governo - i suoi interessi della classe.

I sindacati concertativi e collaborazionisti disposti a firmare qualsiasi accordo-capestro contro gli interessi operai, costringendo e imponendo ai lavoratori di “accettare” sacrifici, come la cassa integrazione, la riduzione del salario e dei diritti nella speranza di salvaguardare il posto di lavoro, non fanno altro che aiutare i padroni a scavargli la fossa.

 

La lotta contro il singolo padrone o il singolo gruppo è un momento di conflitto, che può ritardare temporaneamente il licenziamento e la chiusura della fabbrica, ma se rimane isolata e non mette in discussione il modo di produzione capitalista, il sistema imperialista unendosi in mille rivoli con le altre lotte in un’unica lotta di classe organizzata che investa tutti lavoratori, è destinata alla sconfitta, perché sul mercato del lavoro ci sarà sempre un operaio più affamato disposto o costretto vendere a meno la sua forza-lavoro .

 

Lottare per “ il piano industriale” - come sostengono la CGIL e tutti i sindacati confederali -non significa affatto lottare per il futuro dei lavoratori, come dimostrano gli esempi di Pomigliano, Mirafiori e tanti altri ancora.

La lotta diretta da CGIL-CISL-UIL-UGL “per il lavoro”, o per il “blocco dei licenziamenti” dividendo le fabbriche di un settore dall’altro, il settore privato dai servizi, dal pubblico impiego e dalle cooperative, porta gli operai a illudersi che il posto di lavoro si salva accettando temporaneamente le logiche padronali di peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, tagli al salario, aumenti dei carichi di lavoro, esuberi.

In realtà questo non fa altro che aumentare la concorrenza fra lavoratori, fra quelli espulsi dalla fabbrica e quelli ancora in produzione disposti a lavorare più intensamente, fra occupati e disoccupati che un lavoro non lo troveranno mai, dividendo il fronte degli sfruttati e contrapponendo gli uni agli altri.

La crisi generale del capitalismo cambia lo scenario in cui avviene la lotta di classe, e richiede un conseguente adeguamento delle forme organizzative, della tattica, della strategia e degli obiettivi.

La crisi mostra il fallimento del sistema capitalista e della classe che detiene il potere - la borghesia, industriale, finanziaria, commerciale, agraria - e del suo Stato, sempre più in difficoltà a fingersi organo “imparziale” di tutti i “cittadini”.

Rivendicare condizioni di vita decenti, un sistema sociale e un salario adeguato a vivere è una richiesta sacrosanta, un obiettivo che unifica le lotte di tutti i proletari (occupati e disoccupati) e non è barattabile con nessun “piano industriale”.

Qualsiasi “piano industriale” per i padroni di qualsiasi settore produttivo ha un solo obiettivo: la ricerca del massimo profitto a cui subordinare salario e diritti.

Non è un problema nostro se, nella crisi, le richieste operaie diventano incompatibili con la logica di accumulazione del profitto: noi siamo costretti a lottare per difenderci, per sopravvivere.

 

La concorrenza e la guerra fra poveri alimentate dal capitale sono aggravate ancor più dalla mancanza di un’organizzazione generale della classe operaia e proletaria.

La crisi porterà ad innalzare inevitabilmente le forme di lotta in cui finora si è espresso il conflitto. Le lotte spontanee e le ribellioni - anche molte dure - se confinate in singole aziende, settori industriali e territori, prigioniere del limite del localismo, senza organizzazione e obiettivi unificanti chiari di classe, non hanno alcuna possibilità di vittoria.

 

L’acuirsi della crisi economica spinge i rappresentanti della borghesia a cambiare le leggi, a criminalizzare preventivamente ogni protesta che sfugga al controllo dei rappresentanti istituzionali e sindacali, funzionali al sistema.

Il capitalismo, l’imperialismo, è morte, violenza, fame, sete, miseria e guerre per miliardi di esseri umani nel mondo, ma il governo italiano e tutti i governi dei padroni chiamano - rubandoci anche il significato delle parole - “guerra umanitarie”, difesa dei “diritti umani”, “difesa dell’ordine pubblico” l’operato degli eserciti e delle polizie di regime che difendono la rapina e la proprietà privata dei capitalisti e delle banche e bombardano, reprimono, manganellano e affumicano con i gas (armi chimiche) gli operai, gli studenti, i movimenti e i comitati che mettono in discussione il potere e la logica del profitto.

Se la violenza è dello Stato, che difende gli interessi del capitale, allora è legittima e legale; se è autodifesa degli sfruttati e dei manifestanti attaccati dalle “forze dell’ordine” allora diventa violenza da condannare e reprimere.

 

In questa società capitalista l’operaio, il lavoratore è una merce forza-lavoro e il salario, il prezzo della forza lavoro, serve a malapena per vivere e riprodursi come classe.

La decisione della FIAT di non applicare più alcun contratto comporta un ulteriore imbarbarimento del rapporto di lavoro, ma non è riducendo il salario e i diritti, barattando la nostra salute nei luoghi di lavoro e nel territorio che si salvano i posti di lavoro.

 

La classe non può ridursi a lottare per gli ammortizzatori sociali lasciando mano libera al padrone di decidere del suo destino. Lottare per la difesa del salario e del posto di lavoro, rivendicando il salario anche per i lavoratori licenziati e per i disoccupati e i lavoratori precari è una rivendicazione da porre nelle lotte, ma non cambia la sostanza della nostra condizione di schiavi salariati.

In una società divisa in classi in cui il potere è nelle mani della borghesia, i governi sono dei comitati d’affari della classe dominante: non esistono governi “amici” dei lavoratori. Centrodestra e centrosinistra non rappresentano due modelli di società diversa, ma interessi di frazioni diverse della stessa classe sfruttatrice. La crisi evidenzia meglio che in passato che sono solo due facce della stessa medaglia. La classe operaia non ha niente da guadagnare nel sostenere i governi borghesi se non cambiare i padroni delle loro catene. L’interesse dei proletari non è quello di aiutare una frazione del capitale contro l’altra.

I proletari, senza un’organizzazione politica che faccia valere i loro interessi di classe, continuano a leccarsi le ferite provocategli sia dai governi di centrosinistra di Prodi -D’Alema – Cossutta – Bertinotti - Di Pietro che da quelli di centrodestra di Berlusconi - Bossi. Non esistono diverse lotte di classe, ma solo un’unica lotta di classe che comprende la lotta economica e quella politica a difesa degli interessi dei lavoratori salariati. I proletari devono intervenire sulla scena politica imponendo i loro interessi in contrapposizione a quelli dei loro sfruttatori.

 

L’imperialismo, il liberismo più sfrenato, hanno prodotto l’estensione del modo di produzione capitalista a tutto il pianeta e attraverso le “guerre umanitarie” e “l’esportazione della democrazia” si sono conquistato con la violenza dei loro missili e delle loro bombe il bottino di guerra, impadronendosi delle risorse energetiche e strategiche.

Oggi serve una società al servizio degli esseri umani e non della valorizzazione del capitale.

 

Le presunte “libertà” borghesi hanno giustificato le guerre di aggressione in tutto il mondo, la politica delle privatizzazioni dei beni e dei servizi pubblici, la cancellazione del welfare e delle garanzie collettive (lavoro, salario, salute,casa, ecc).

Il proletariato ha la necessità di differenziarsi dai suoi padroni proponendo un’altra tipo di società, rivendicando l’abolizione della proprietà privata sui mezzi di produzione, e garanzie per tutti i lavoratori, garanzie che oggi la borghesia toglie anche a quei pochi che ancora le hanno.

 

Il capitalismo è barbarie, l’unica alternativa è una società socialista - una società dove gli operai i lavoratori liberi dallo sfruttamento e dalla schiavitù capitalista siano gli artefici del loro destino e di quello dell’umanità - dove si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto privato di qualche capitalista, una società di eguali in cui tutti concorrono al benessere e al bene comune.

 

Quindi la nostra lotta non può limitarsi al “piano industriale” o alla sostituzione di governi reazionari di centrodestra con governi di centrosinistra. Per gli operai coscienti, i rivoluzionari, è arrivato il momento di agitare e sostenere senza impacci e titubanze nel movimento operaio parole d’ordine anticapitaliste e antimperialiste. Dobbiamo dire chiaramente che, per non continuare a pagare e subire sulla nostra pelle il costo del capitale, la difesa del posto di lavoro, la lotta economica e quella politica vanno unificate in un’unica lotta di classe che si pone l’obiettivo della distruzione del capitale.

 

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