L'ARRESTO DI ASSANGE

L’arresto di Assange è una messa in guardia della storia
di John Pilger (*); da: legrandsoir.info; 14.4.2019

L’immagine di Julian Assange trascinato fuori dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra è emblematica della nostra epoca. La forza contro il diritto. La brutalità contro la legge. Sei poliziotti che malmenano un giornalista malato, con gli occhi strizzati contro la prima luce naturale dopo circa sette anni.

Che questo scandalo sia avvenuto nel cuore di Londra, nel paese della Magna Charta, dovrebbe far vergognare e far arrabbiare tutti coloro che tengono alle società “democratiche”. Assange è un rifugiato politico protetto dal diritto internazionale, beneficiario di asilo in virtù di un accordo che la Gran Bretagna ha firmato. L’Organizzazione delle Nazioni Unite l’ha indicato chiaramente nella decisione giuridica presa dal suo Gruppo di lavoro sulle detenzioni arbitrarie.

 Ma al diavolo tutto questo. Lasciate entrare i teppisti. Diretta dai quasi-fascisti dell’amministrazione Trump, con la collaborazione dell’ecuatoriano Lenìn Moreno – un Giuda latinoamericano e un mentitore che cerca di nascondere lo stato moribondo del suo regime – l’élite britannica ha abbandonato il suo ultimo mito imperiale: quello dell’equità e della giustizia.
Immaginate Tony Blair trascinato fuori dalla sua casa georgiana da diversi milioni di sterline a Connaught Square, Londra, ammanettato, per essere poi spedito all’Aja. 
Secondo l’esempio di Norimberga, il “crimine supremo” di Blair è la morte di un milione di iracheni. 
Il crimine di Assange è il giornalismo: chiedere il conto ai rapaci, denunciare le loro menzogne e fornire alla gente del mondo intero i mezzi per agire con la verità.

Lo scioccante arresto di Assange è un avvertimento per tutti quelli che, come scriveva Oscar Wilde, “seminano i grani del malcontento [senza i quali ] non ci sarebbe progresso verso la civiltà”. L’avvertimento è esplicito ai giornalisti. Quello che è successo al fondatore e redattore capo di WikiLeaks può succedere ad un giornale, o a voi in uno studio televisivo, o a voi in una radio, o a voi che diffondete un podcast.

Il principale carnefice mediatico di Assange, The Guardian, collaboratore dello Stato segreto, ha mostrato il suo nervosismo questa settimana con un editoriale che raggiunge nuove vette di ipocrisia. The Guardian ha sfruttato il lavoro di Assange e di WikiLeaks in quello che il suo precedente editore chiamava “il più grande scoop degli ultimi 30 anni”. Il giornale si ispira alle rivelazioni di WikiLeaks e attira lodi e fortuna. Senza versare un soldo a Julian Assange o a WikiLeaks, un libro promosso dal Guardian si trasforma in un film hollywwodiano molto lucroso (Il Quinto Potere, n.d.t.) . Gli autori del libro - Luke Harding e David Leigh –si sono rivoltati contro la loro fonte, lo hanno maltrattato e hanno divulgato la password che Assange aveva dato al giornale confidenzialmente, password concepita per proteggere un file digitale contenente dei cablogrammi degli ambasciatori degli Stati Uniti.
Quando Assange era intrappolato nell’ambasciata dell’Ecuador, Harding si è unito alla polizia che era all’esterno e si è rallegrato sul suo blog perché “Scotland Yard avrà l’ultima parola”. The Guardian ha poi pubblicato una serie di menzogne a proposito di Assange, in particolare un’affermazione falsa secondo la quale un gruppo di russi e l’uomo di Trump, Paul Manaford, avrebbero fatto visita ad Assange nell’ambasciata. Queste riunioni non hanno mai avuto luogo, era tutto falso.
Ora il tono è cambiato. “L’affaire Assange è una tela moralmente aggrovigliata” afferma il giornale. “Lui (Assange) crede nella pubblicazione di cose che non dovrebbero essere pubblicate … Ma ha sempre fatto luce su cose che non avrebbero mai dovuto essere nascoste”.

Queste “cose” sono la verità sull’aspetto mortifero con cui l’America porta avanti le sue guerre coloniali, le menzogne del Foreign Office britannico nel suo ignorare i diritti delle persone vulnerabili, come gli abitanti delle Isole Chagos, la denuncia di Hillary Clinton quale partigiana e beneficiaria dello yihaidismo in Medio Oriente, la descrizione dettagliata degli ambasciatori americani su come i governi della Siria e del Venezuela potrebbero essere rovesciati, e molto di più. Tutto questo è disponibile sul sito di WikiLeaks. 
The Guardian è nervoso e si capisce. La polizia segreta ha già fatto visita al giornale e ha chiesto e ottenuto la solita distruzione del disco fisso. Su questo il giornale non è alle prime armi. Nel 1983 una funzionaria del Foreign Office – Sarah Tisdall – divulgò dei documenti del governo britannico indicanti quando le armi nucleari da crociera americane sarebbero arrivate in Europa. Il Guardian fu coperto da elogi.
Quando un tribunale chiese di conoscere la fonte, invece di lasciare che il redattore capo finisse in prigione sulla base del fondamentale principio di protezione delle fonti, Tisdall fu tradita, perseguita e condannata a sei mesi di prigione.

Se Assange viene estradato negli Stati Uniti per aver pubblicato quello che The Guardian chiama “cose” veritiere, chi impedirà che la redattrice capo attuale, Katherine Viner, o l’ex redattore capo Alan Rusbridger, o il prolifico propagandista Luke Hardin lo seguano? E che i redattori capi del New York Time e del Washington Post, che hanno pubblicato anch’essi dei pezzi di verità provenienti da WikiLeaks, o il redattore capo di El Pais in Spagna, di Der Spiegel in Germania e del Sydney Morning Herald in Australia facciano la stessa fine? La lista è lunga.
David McCrow, primo avvocato del New York Times, ha scritto: “Penso che l’incriminazione di Assange costituirebbe un cattivo, cattivo, precedente per gli editori … per quello che ne so egli si trova in qualche modo nel ruolo classico di un editore e la legge farebbe molto male a distinguere il New York Times da WikiLeaks.”.

Anche se i giornalisti che hanno pubblicato le rivelazioni di WikiLeaks non sono stati convocati davanti ad un Gran Jury americano, l’intimidazione di Julian Assange e di Chelsea Manning basterà. Il vero giornalismo è criminalizzato da dei teppisti, visti e conosciuti da tutti. La dissidenza è diventata un’indulgenza.

In Australia l’attuale governo filo-americano perseguisce due persone che hanno rivelato che gli spioni di Canberra avevano messo sotto sorveglianza le riunioni del gabinetto del nuovo governo di Timor Est, per privare questo piccolo paese della sua parte di risorse naturali in petrolio e gas del mare di Timor. Il loro processo si svolgerà in segreto. Il Primo Ministro australiano, Scott Morrison, è tristemente celebre per il suo ruolo nella costruzione di campi di concentramento per i rifugiati sulle isole di Nauru e Manus, nel Pacifico, dove i ragazzi si auto-mutilano e si suicidano. Nel 2014 Morrison ha proposto campi di detenzione di massa per 30.000 persone.

Il vero giornalismo è nemico di questi scandali. Dieci anni fa il ministero della Difesa di Londra ha pubblicato un documento segreto che descriveva le “principali minacce” all’ordine pubblico: i terroristi, le spie russe e i giornalisti d’inchiesta. Questi ultimi sono stati definiti la minaccia principale.
Il documento è arrivato a WikiLeaks, che naturalmente l’ha pubblicato. “Non avevamo scelta – mi ha detto Assange – “E’ molto semplice. Le persone hanno il diritto di sapere e il diritto di rimettere in discussione e di contestare il potere. Questa è la vera democrazia”.

E se Assange e Manning e gli altri nella loro scia – se ce ne sono altri – fossero ridotti al silenzio e “il diritto di sapere, di mettere in discussione e di contestare” sparisse?
Negli anni ’70 incontrai Leni Riefenstahl, amica di Hitler, i cui film contribuirono a gettare l’incantesimo nazista sulla Germania.
Lei mi disse che il messaggio dei suoi film, la propaganda, non dipendeva “da ordini venuti dall’alto”, ma da quello che lei definiva il “vuoto apatico” del pubblico. “Questo vuoto apatico si estendeva alla borghesia liberale e colta?” le chiesi. “Naturalmente – mi rispose – soprattutto l’intelligencia… Quando le persone non fanno più domande serie, diventano sottomesse e malleabili. Tutto può succedere”.
Ed ecco, è successo. Il resto, avrebbe potuto aggiungere, è storia.

(*) Giornalista e scrittore australiano, vive a Londra. Fu corrispondente di guerra in Vietnam e Cambogia.

(traduzione di Daniela Trollio
Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”
Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

 

 

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