Remdesivir

E l’America si accaparra tutte le scorte di remdesivir per 3 mesi, l’Europa a secco

Questo il titolo di oggi del Corriere della Sera. A parte le considerazioni che si possono fare sul paese campione di “democrazia” e “difensore” dei diritti umani, ecco un interessante articolo sulla Gilead, la società farmaceutica produttrice del remdesivir, e su come opera.

 

 

Il coronavirus può diventare un  affare…

(La cura della pandemia e l’interesse delle società farmaceutiche)

di Sergio Kiernan (*); da: pagina12.com.ar; 7.5.2020

 

Chi si aspetta un vaccino contro il coronavirus o una cura rapida per il Covid-19 dovrà rivolgere le sue aspettative o preghiere a qualche laboratorio universitario o statale, uno di quelli che ancora ci sono al mondo.  Se i primi ad arrivare a questo nuovo “Graal” saranno i laboratori commerciali internazionali, quelli grandi, avremo parecchi problemi.

Il fatto è che queste società (farmaceutiche) si preoccupano della nostra salute quanto McDonald si preoccupa della nostra pancia e sono società che hanno come obiettivo il far felici i loro azionisti con buoni dividendi.

I problemi, allora, possono essere il prezzo del vaccino o della cura ed una serie di ritardi deliberati nella distribuzione.

 

Per dimostrare che quanto detto sopra non è una diffidenza di principio, ecco un caso che permette di osservare cosa fa una società farmaceutica, in particolare la Gilead, che sta provando un antivirale che sembra funzionare come cura.

Il composto è uno dei tanti che sono stati scoperti o combinati per cercare di curare l’Ebola, ma non ha funzionato molto bene in quel caso. Così gli scienziati di Gilead lo hanno testato con il coronavirus ed un importante test clinico ha mostrato che aiuta i pazienti. Di fatto abbassa la durata della malattia da una media di 15 giorni ad una media di 11. La Food and Drug Administration (l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, n.d.t.) abitualmente piuttosto lenta nel concedere i permessi,  ha autorizzato con procedura d’urgenza le prove cliniche.

 

E fin qui si tratta di una buona notizia e della prova che il sistema funziona: una malattia che crea una necessità e un laboratorio che crea un rimedio, guadagnando potenzialmente una fortuna.

Ma la storia della Gilead stessa dimostra che non è proprio così, perché la società guadagnò una fortuna ritardando una cura dell’HIV che essa stessa aveva scoperto.

 

La storia comincia negli anni ’90, quando il laboratorio dell’allora piccola/media società scoprì  una molecola che evitava che il virus dell’immunodeficienza umana si moltiplicasse. La molecola, chiamata TDF, venne brevettata e, verso il 2005, aveva fatto guadagnare alla Gilead 570 milioni di dollari, cifra che nel 2010 arrivava a 2.700 milioni all’anno. Gli effetti secondari del trattamento – la perdita di massa ossea e problemi renali – sembravano meno importanti rispetto al rischio di morte dato dal virus.

 

Questa molecola collocò la Gilead tra i grandi dell’industria e le fornì i mezzi per ampliare le sue ricerche. Nel 2001 i suoi laboratori scoprirono una seconda molecola - la TAF - dieci volte più potente della TDF, per cui le dosi sono minori e gli effetti secondari molto più leggeri.

Cosa ha fatto Gilead con questo tesoro? Lo ha nascosto con grande cura, ha fermato la ricerca interna sulla nuova molecola e ha continuato a mettere sul mercato trattamenti e farmaci basati sulla TDF. Fino al 2014 la società ha venduto 600.000 milioni di dollari di questi composti.

 

Possiamo capire questo apparente mistero seguendo la logica del mercato delle medicine.

I laboratori non  hanno neppure bisogno di fabbricare i loro stessi rimedi perché il vero tesoro è il brevetto del composto attivo. L’obiettivo commerciale, quello che azionisti e dirigenti vogliono, è spremere tutto il possibile dagli anni di monopolio di cui la società gode mentre dura il brevetto.

La molecola TAF non solo andava a far concorrenza alla TDF, tagliando il proprio mercato, ma il suo brevetto  sarebbe scaduto solo due anni dopo.

Ciò che conta in questa industria è quanto dura il monopolio, perché in quegli anni si può guadagnare dieci o più volte il prezzo reale del prodotto.

 

E così Gilead fece quello che doveva all’interno di questa logica: mantenere il segreto per altri sette anni, fino al 2016. La patente della TDF scadeva nel 2017, ma la società aveva pronto il rimpiazzo, migliore e più sicuro, proprio in tempo per rinnovare il monopolio.

Un trattamento annuale – entrambe le molecole possono essere assunte per evitare il contagio – costa negli Stati Uniti  niente meno che 20.000 dollari. Un tale prezzo spiega certe manovre, come il rilanciare trattamenti basati sulla TDF con un altro nome e la richiesta di nuovi brevetti per allungare l’affare.

Il nuovo trattamento  con TAF, chiamato Descovy, godrà del monopolio fino al 2025 se otterrà l’estensione del brevetto che la società ha richiesto.

 

Il business è così grande che a fine dello scorso anno, quando il brevetto della TDF arrivava alla sua fine, la società si è messa in concorrenza con se stessa con grande entusiasmo. Ha fatto una campagna pubblicitaria  milionaria per convincere medici e pazienti a passare dalla TDF alla TAF ed è riuscita a far sì che un terzo di essi lo facessero in poche settimane. Quei pazienti avrebbero potuto, quest’anno,  comprare medicinali generici a base di TDF ma invece pagheranno molto di più per la TAF fino al 2025.

 

Quindi l’annuncio del nuovo retro virale della Gilead chiamato ‘remdesivir’ può essere una speranza o una trappola.

Queste società farmaceutiche non operano certo come il dottor Jonas Salk che, nel 1955, scoprì il vaccino contro la poliomielite mentre lavorava in un’università, e non si prese neanche la briga di brevettarlo in modo che fosse venduto a basso prezzo in tutto il pianeta. (1)

 

(1) Chi volesse approfondire la storia della poliomielite nel secolo scorso e l’operato di Salk può farlo sul sito https://thevision.com/scienza/vaccino-antipolio/?cn-reloaded=1

 

(*) Giornalista argentino, direttore dell’edizione domenicale del quotidiano Pagina12

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

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