gio

23

gen

2020

LOTTA PER LA CASA A SESTO SAN GIOVANNI (MI)

lun

20

gen

2020

STOP ALLA GUERRA CONTRO I POVERI

sab

18

gen

2020

PRATO

 

Prato: di seguito la lettera scritta dalle due studentesse multate per aver portato la loro solidarietà agli operai.

 

 

 

Elena e Margherita hanno così raccontato l’accaduto: “Ogni mattina, come tutti i nostri coetanei, ci alziamo e andiamo a scuola, il pomeriggio studiamo e passiamo il tempo libero con gli amici. Siamo due ragazze normalissime, che però qualche giorno fa si sono viste recapitare a casa una multa di 4000 euro. In breve siamo accusate, insieme ad altri 21 operai, di blocco stradale e grazie al Decreto Sicurezza voluto l’anno scorso da Matteo Salvini adesso verremo punite per il pericolosissimo reato di solidarietà. Sì, perché questo abbiamo fatto".

 

 

 

"La mattina del 16 ottobre abbiamo letto dell’investimento di una sindacalista davanti alla fabbrica Superlativa di Prato, i cui operai da mesi sono in sciopero perché non vengono pagati dall’azienda. Quella mattina, dunque, abbiamo deciso di prendere il treno e andare pure noi davanti a quei cancelli, con il semplice intento di manifestare la nostra vicinanza tanto agli operai quanto alla sindacalista ferita. Non ci sembrava che chiedere il rispetto di un contratto potesse essere in un qualche modo criminale, ma le multe che sono state recapitate due mesi più tardi a noi e ad altri 21 operai questo farebbero pensare. Ci chiediamo, quindi, come sia possibile tutto questo".

 

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mer

15

gen

2020

ROSA LUXEMBURG

 

Ora è sparita anche la Rosa rossa,

         non si sa dov’è sepolta.

 

Siccome ai poveri ha detto la verità

 i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà.

 (Bertold Brecht)

 

 

 

Tra il 15 e il 16 gennaio 1919 i corpi speciali del ministro dell’interno tedesco, il socialdemocratico Noske, repressero nel sangue la rivolta spartachista di Berlino e assassinarono i due principali esponenti del Partito Comunista Tedesco:  Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

 

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dom

12

gen

2020

PALESTINA

 

2020: l’anno del naufragio di Gaza

di Gideon Levy (*); da: alencontre.org; 5.1.2020

 

 

Il tempo passa rapidamente quando si sta bene.

 

Otto anni fa, nel 2012, le Nazioni Unite pubblicarono un rapporto intitolato “Gaza nel 2020: un luogo abitabile?”. La risposta che emergeva dal rapporto era no. No, se non si prendevano misure per preservarla.

Non si è presa alcuna misura reale, ma le previsioni di questo rapporto, già sinistre, non sono state confermate. La situazione è molto peggio di quanto previsto.

  

Il 1° gennaio del 2020 -  l’anno della ‘fine’ per Gaza - è cominciato. Dal  1° gennaio 2 milioni di persone vivono in un luogo che non è abitabile, nel quale non si può sopravvivere.

 

Ad un’ora da Tel Aviv, a Gaza c’è una Chernobyl. E Tel Aviv va avanti impassibile. E il resto del mondo anche.

Negli ultimi 10 anni, la stampa ha parlato di tutto il resto, ma non della catastrofe umanitaria nel cortile posteriore di Israele. Una catastrofe il cui primo responsabile è Israele.

  

Invece di riconoscere la responsabilità di averli espulsi e averli portati (i palestinesi) a Gaza nel 1948 (vedere su questo il libro di Ilan Ppappé “La pulizia etnica della Palestina”, 2008) e di cercare di compensare ed espiare quello che ha fatto con una riabilitazione e un’assistenza, Israele continua le politiche del 1948 in forma diversa: una gabbia invece dell’espulsione, la prigione invece della pulizia etnica, l’assedio (il blocco) al posto della spoliazione.

 

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sab

11

gen

2020

Memoria

 

Vogliamo il pane e le rose

L’11 gennaio 1912, 30.000 persone, la maggior parte delle quali donne, cominciarono uno sciopero destinato a durare nove settimane nella città di Lawrence, Massachussetts.. Dopo che lo Stato aveva concesso un abbassamento dell’orario di lavoro per donne e bambini da 56 a 54 ore settimanali, i lavoratori ricevettero un taglio proporzionale dei salari, che non vollero accettare. Gli operai delle  avevano salari così bassi che, con il taglio proposto, i loro figli avrebbero fatto la fame e loro non avrebbero potuto permettersi nemmeno i beni di prima necessità.

  

Nonostante lo sciopero fosse partito dalla tessitura Everett, dove lavoravano principalmente operai polacchi, la notizia si sparse in fretta, e già al mattino seguente migliaia di donne si erano già unite allo sciopero. Queste condizioni furono rese possibili da un intenso lavoro militante da parte dei socialisti locali; ad esempio, l’anno precedente 87 donne avevano organizzato un arresto della produzione per ottenere un aumento salariale, apprendendo lezioni poi rivelatesi fondamentali per lo “sciopero del pane e delle rose”.

Dopo lo sciopero, più breve, del 1911, l’IWW prese nota di quello che stava succedendo a Lawrence, aiutando a stringere legami e organizzare incontri con altri operai della zona. Prima dello sciopero, in città, erano attive 20 sezioni dell’Industrial Workers of the World. L’AFL non compariva in tutto ciò in quanto, al tempo, si occupava di organizzare soltanto operai specializzati — esclusivamente maschi bianchi. Quando scoppiò la protesta, l’AFL si oppose, mentre l’IWW mandò alcuni tra i suoi più importanti sindacalisti, come J.P. Thompson ed Elizabeth Gurley Smith.

  

 

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mer

08

gen

2020

La nuova guerra USA

 

L’assassinio di Soleimani stimola una guerra preventiva

 di Gustavo Veiga (*); da: pagina12.com.ar; 6.1.2020

 

  

Anche se è troppo tardi, qualcuno dovrebbe spiegarlo al presidente degli Stati Uniti. Una guerra non si può fermare commettendo un assassinio, come egli ha detto nella sua ultima conferenza stampa. Al contrario, le guerre si accelerano, scoppiano,  con la morte violenta di un funzionario di qualsiasi Stato e più ancora se si tratta di qualcuno che nel suo paese godeva di prestigio. Donald Trump non è matto, per quanto il suo physique du rol o le sue abitudini tendano a far pensare che questa sia la sua diagnosi clinica.

 E matti non  erano né George W.Bush quando invase l’Iraq sulla base delle menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam Husssein, né Bill Clinton quando bombardò l’ambasciata della Cina a Belgrado “per errore” basandosi su una vecchia mappa della capitale della Yugoslavia, oggi Serbia.

  

L’idea che questi atti di terrorismo degli USA siano decisioni individuali dei loro leaders contrasta con i precedenti. Sono decisioni politiche che nascono dalle viscere della loro macchina industriale/militare, la più potente del pianeta. La provocazione contro l’Iran è, oltretutto, un altro atto palpabile della sua politica estera militarista svoltasi nel corso di quasi due secoli, prolifica di invasioni, di utilizzo delle bombe atomiche, del napalm, di operazioni di rappresaglie, di dittature militari e di ogni altro tipo di meccanismi per conseguire i loro propositi.

  

Gli Stati Uniti trarranno sempre benefici dai conflitti armati in qualsiasi luogo del mondo, perché vendono armi di ultima generazione come il drone con cui è stato assassinato il generali iraniano Qasem Soleimani. Washington destina alle spese militari più denaro di quanto lo facciano gli otto paesi che la seguono per bilancio e ha, fuori dai suoi confini, più di 800 basi militari, sparse in circa 40 paesi alleati.

 

Secondo un articolo del 9 dicembre scorso pubblicato dall’Istituto di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (Sipri in inglese), “per la prima volta dal 2002, i primi cinque posti nel ranking sono occupati esclusivamente da società che vendono armi che hanno sede negli Stati Uniti: Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon e General Dynamics. Queste cinque compagnie rappresentano nel ‘Top 100’ 148 mila milioni di dollari e il 35% del totale delle vendite di armi nel 2018”.

 

Nel periodo 2014-2018 gli Stati Uniti sono stati il primo esportatore di armi, molto al di sopra dei suoi concorrenti. Ma si sono anche allontanati dalla Russia, il secondo della classifica. Se tra il 2009 e il 2013 superavano Mosca solo del 12%, ora la differenza tra le due nazioni si è alzata al 75%.

 

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dom

05

gen

2020

La nuova guerra di Trump

 

Trump, una guerra per la rielezione

di Atilio A. Boron (*); da: rebelion.org; 4.1.2020

 

Una delle prime lezioni in ogni corso sul sistema politico degli Stati Uniti è che le guerre solitamente possono ribaltare la popolarità declinante dei presidenti. Con una percentuale di approvazione di Donald Trump del 45% nel dicembre 2019, i “deficit gemelli” (commerciali e fiscali) che crescono incontenibilmente così come il debito pubblico e una minaccia di giudizio politico contro di lui, sicuramente i consiglieri e i consulenti della Casa Bianca hanno raccomandato al presidente di appellarsi al tradizionale mezzo e di iniziare una guerra (o un’operazione militare di grande impatto) per recuperare la sua popolarità e metterlo in una posizione migliore per affrontare le elezioni di novembre di quest’anno.

  

Questa potrebbe essere un’ipotesi plausibile per spiegare l’immorale e sanguinoso attentato che ha messo fine alla vita di Qassem Soleimani, certo il generale più importante dell’Iran.

 Washington ha ufficialmente comunicato che l’operazione è stata esplicitamente ordinata da Trump, con la vigliaccheria tradizionale degli occupanti della Casa Bianca, che sono soliti buttare bombe a migliaia di chilometri di distanza dalla Pennsylvania Avenue (sede della Casa Bianca, n.d.t.) e di annientare nemici o presunti terroristi con droni maneggiati da giovani moralmente e psicologicamente squilibrati da alcune caverne in Nevada.

 La stampa si è incaricata di presentare la vittima come uno spietato terrorista che meritava di morire in quel modo.

  

Con questa azione criminale si aggrava straordinariamente la situazione in Medio Oriente, per la soddisfazione del regime neonazista che governa Israele, delle barbare monarchie del Golfo Persico e per i malviventi dispersi dello sconfitto – grazie alla Russia – Stato Islamico.

 

Il calcolo perverso prevede che nei prossimi giorni la popolarità del magnate newyorkino cominci a salire una volta che la macchina propagandistica degli Stati Uniti si metta in marcia per smussare, una volta ancora, la coscienza della popolazione

 

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ven

03

gen

2020

Rivoluzione cubana

 

La testardaggine cubana

di Atilio A. Boron (*); da: atilioboron.com;.ar; 1.1.2020

 

Ogni anno nuovo invita a fare un bilancio dei successi e delle frustrazioni, a incoraggiare nuove speranze e, nella Nostra America, a ricordare un fatto storico: il trionfo della Rivoluzione Cubana.

 

Come ho fatto in numerose occasioni, il ricordo e l’omaggio a quella grande vittoria popolare e all’interminabile sconfitta dell’imperialismo nordamericano, che da ormai sessantuno anni morde furioso la polvere della sconfitta – cosa che mai gli è successo in alcun altro angolo del pianeta,  prevalgono sopra qualsiasi altro tipo di considerazione.

  

Senza sottovalutare niente e nessuno, le nostre piccole storie personali e anche i grandi accadimenti di natura collettiva vengono eclissati dalla luce abbagliante di quell’alba del 1° gennaio 1959. Quel giorno la storia di “una sola grande nazione” di cui parlava Bolìvar, venne divisa in due: Fidel e i giovani del 26 Luglio realizzarono un’impresa che costruì un ‘prima’ e un ‘dopo’ nel nostro divenire storico, destinato a durare per sempre e a dare nuovi significati alle nostre secolari lotte per la liberazione nazionale e sociale, ma anche un nuovo senso e un orizzonte nuovo alle battaglie del nostro tempo.

  

Ma non fu solo quel fatto iniziale: il popolo e il governo cubano hanno avuto il coraggio di sostenere, contro tutti e contro tutto, per più di sei decenni quella vittoria omerica che ha reso possibile che la Nostra America uscisse dalla preistoria e cominciasse a scrivere la propria storia.

 

Una storia durissima, di resistenza contro il più grande potere del pianeta, e di ardua costruzione del socialismo.

 

Primo, perché l’imperialismo non ha smesso un secondo di molestare la Rivoluzione Cubana. E a fronte di ciò il popolo cubano si è guadagnato per sempre l’aggettivo “eroico” perché ha resistito con fermezza mostrando una virtuosa ostinazione che non ha paragoni nella storia universale.

 

E costruzione, dicevamo, perché nelle peggiori condizioni immaginabili Cuba cominciò a costruire il socialismo e oggi continua il compito con tenacia esemplare.

 

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mer

01

gen

2020

AUGURI

 

Desideri dell’anno nuovo

 

di Eduardo Galeano (*); da: surysur.net. 1.1.2020

 

 

 

Magari saremo degni della disperata speranza.

  

Magari avremo il coraggio di essere soli e l’audacia di arrischiarci a stare insieme, perché un dente fuori dalla bocca, o un dito senza la mano non servono a nulla.

  

Magari potremo disobbedire ogni volta che riceviamo ordini che umiliano la nostra coscienza o violano il nostro buon senso comune.

  

Magari potremo essere così caparbi da continuare a credere, contro l’evidenza, che la condizione umana vale la pena, perché siamo stati fatti male ma non siamo finiti.

  

Magari potremo essere capaci di continuare a camminare sulle strade del vento, nonostante le cadute e i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua al di là di noi, e quando essa dice “addio” sta dicendo “a presto”.

 

 Magari potremo mantenere viva la certezza che è possibile essere compatriota e contemporaneo di chiunque viva animato dalla volontà di giustizia e dalla volontà di bellezza, dovunque sia nato e dovunque viva, perché le mappe dell’anima e del tempo non hanno frontiere.

 

   

(*) Giornalista e poeta uruguayano, uno dei più grandi scrittori latinoamericani, morto nel 2015. Tra i suoi libri, ricordiamo solo  “Le vene aperte dell’America Latina”, “Il secolo del vento” e “Memoria del fuoco”

  

(traduzione di Daniela Trollio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

 

mar

31

dic

2019

AMBIENTE

 

L’agonia di Venezia

di Renàn Vega Cantor (*); da: rebelion.org; 30.12.2019

  

Non bisogna tendere troppo l’arco”. Thomas Mann, Morte a Venezia

 

 

 Nel mondo intero sono in cammino brusche modificazioni climatiche che alterano il paesaggio urbano e rurale, con  le loro tragiche conseguenze sociali. Questo è evidente in quanto accaduto recentemente nella città italiana di Venezia, che ha patito inondazioni che non si vedevano dal 1966. Anche se sembra essere un caso in più, in apparenza aleatorio, dell’instabilità climatica che il capitalismo esistente ha generato, quanto succede a Venezia è un anticipo di ciò che si avvicina, e davanti al quale si sceglie sempre di guardare da un’altra parte, anche se questa parte è sempre più alterata, climaticamente parlando.

  

Salgono le acque del Mediterraneo

 Venezia è una città eccezionale, perché nelle sue strade non circolano auto, visto che non ha né autostrada né strade ma canali d’acqua che mettono in comunicazione i diversi quartieri e i cui abitanti si spostano in gondole, piccole imbarcazioni spinte da remi. Una buona parte della città è sempre inondata, visto che alcuni luoghi si trovano a 90 cm. sopra il livello del mare.

 

E’ frequente che le maree salgano in media fino ai 105 cm. senza che questo implichi che si inondino tutte le strade e le piazze della città. Questa marea è conosciuta come “acqua alta”. Ma il 13 novembre c’è stato un forte temporale che ha alzato le acque a 187 cm. oltre alla marea normale, diventano più frequenti gli aumenti superiori ai 140 cm. causati dall’alterazione climatica che ha elevato la superficie delle acque di 30 cm. negli ultimi due secoli. Il risultato è stato catastrofico perché sono stati allagati abitazioni, alberghi, la basilica di San Marco e la piazza che la circonda e  sono morte due persone.

 

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dom

29

dic

2019

SPORT ..POCO SPORTIVO

Tra “Sportwashing” e boicottaggio, l’Arabia Saudita è un capro espiatorio

 di Nazanin Armanian (*); da: publico.es; 25.12.2019

 

  

Alcune organizzazioni sui diritti umani e anche gruppi di femministe hanno lanciato una campagna diretta agli atleti, ai club sportivi e agli organismi internazionali dello sport perchè boicottino il Regno dell’Arabia Saudita (RAS) per tre motivi:

  

1. La segregazione sessuale della donna nello sport. Certo, lo sport e il tempo libero in generale sono un diritto fondamentale delle persone, e nella teocrazia totalitaria di taglio medioevale dell’Arabia Saudita la discriminazione delle donne e delle bambine è sistematica. Il RAS, oltretutto, viola la Carta Olimpica e anche gli statuti della FIFA, che esigono la proibizione di ogni tipo di discriminazione nello sport per motivi di razza, religione, politica e genere. Il Comitato Olimpico Nazionale dell’Arabia Saudita non ha una sezione femminile. Alle Olimpiadi di Pechino non c’era una sola donna nelle rappresentanze dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Brunei (e neppure nella direzione della stessa FIFA!), ma l’Oman, lo Yemen e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) erano già usciti dalla lista dei misogini e avevano  inviato squadre miste a Pechino.

Le dure critiche al Comitato Olimpico Internazionale (COI) obbligarono il RAS a promettere che nei Giochi del 2012 tutte le squadre partecipanti avrebbero visto la partecipazione femminile nelle gare. La promessa non si realizzò, e il RAS fu espulso dai Giochi. Sarà a Londra nel 2016 che si porrà fine al monopolio maschile nei giochi olimpici.

Tre anni prima l’Arabia apriva il suo primo centro sportivo per le ragazze, che è privato e offre karate e yoga, mentre continuano ad essere proibite le attività sportive nelle scuole pubbliche femminili. Oltre ad essere discriminate nello sport, le donne di questo paese non possono scegliere i loro vestiti né i loro colori, né cantare, ballare, riunirsi in associazione per difendere i loro diritti (ci sono varie femministe incarcerate), né sposarsi, divorziare, portare i propri figli al pronto soccorso, ecc. senza il permesso di un tutore maschio, perchè sono considerate handicappate psichiche come sesso nonostante possano essere laureate in nanotecnologia spaziale. Si tratta delle leggi della Sharia, che sono applicate anche dai talebani afgani, e dal 1979 dagli ayatollah dell’Iran, trasformando la donna in un subgenere.

 

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ven

27

dic

2019

IL CONDOR VOLA ANCORA

Il condor vola ancora

di Daniela Trollio (*)

Alla fine, l’annunciato  golpe civico-militare in Bolivia si è consumato,  con un pesante bilancio di 35 morti e non si sa quanti feriti, la maggioranza di essi indios (e ritorneremo su questo più avanti).

Quanto è successo ha molte analogie con quanto l’imperialismo statunitense e le oligarchie locali hanno tentato – invano, fino ad oggi – di fare contro il governo bolivariano di Nicolàs Maduro, oltre ai vari tentativi abortiti contro Hugo Chàvez Frìas.

Elezioni, denunce di frodi  prima ancora che si aprissero le urne,  l’Organizzazione degli Stati Americani – l’OEA, fedele servitore dell’imperialismo USA – che denuncia brogli elettorali una volta effettuate le elezioni (salvo poi, dopo il golpe, riconoscere che non c’è stato alcun broglio), la formazione di “comitati civici” che danno il via alla violenza nelle strade aprendo letteralmente la caccia in Venezuela alle magliette rosse di Maduro e in Bolivia agli indios, per il solo essere tali, e ai seguaci del partito di Morales, il Movimento al Socialismo.

Due presidenti “ad interim” autoproclamati: uno il ridicolo Guaidò venezuelano e l’altra la boliviana Jeanine Áñez (che tra l’altro è di origine india anche se si è cambiata il nome originale, Anahì, e si tinge i capelli di biondo). Entrambi politici di secondo piano che nelle elezioni precedenti avevano ottenuto ben pochi voti.

Naturalmente anche il governo di Áñez, come quello del tutto fantasma di Guaidò, è stato immediatamente riconosciuto dagli USA e dalle sue organizzazioni regionali come la OEA e il Gruppo di Lima, dai governi di destra come quello del Brasile e, non può mancare, dall’Unione Europea, sempre così preoccupata per la democrazia e i diritti umani e che non riconoscerebbe un colpo di Stato  militare, civico o giudiziario - neanche se questo le morsicasse il naso.

 

I fatti sono certamente ben conosciuti dai lettori di Nuova Unità e non ci dilungheremo oltre.

 

Ci interessa invece fare qualche ragionamento più generale, anche per capire l’esito diverso, in due paesi diversi, della stessa strategia, partendo comunque da una profonda solidarietà antimperialista e di classe e dal rispetto nei confronti di popoli che lottano per liberarsi da sfruttamento e oppressione e costruire un mondo senza schiavi, dove giustizia, equità, democrazia, futuro siano realtà e non parole vuote scritte sulla carta e pagando un prezzo terribile,  e dovendo scontare la conoscenza abbastanza superficiale che possiamo avere, perché nell’era della “disinformazione globale” non è affatto semplice conoscere realtà così lontane.  

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mar

24

dic

2019

AUGURI

 

Auguri di buone feste

 

 

E’ di nuovo Natale e poi verrà Capodanno. Quest’anno vogliamo farvi, con l’aiuto di altri,

                   i nostri auguri.

 

 

La novella più conosciuta in Occidente riguardo a questo periodo è senz’altro il “Racconto di Natale” di Charles Dickens.  Scritta nel 1843, nel pieno splendore del capitalismo in Inghilterra, la novella parla del signor Scrooge, il prototipo del capitalista, un uomo avaro che maltratta i suoi impiegati, disprezza i poveri e odia le festività perché non lo rendono “neanche per un’ora più ricco”.

 “La porta dell’ufficio del signor Scrooge restava aperta in modo che egli potesse vedere il suo impiegato che stava copiando delle lettere in una deprimente e piccola cella, una specie di cisterna. Scrooge aveva un fuoco molto piccolo, ma quello del suo impiegato lo era ancor più: un solo tizzone. Ma lui non poteva riempire la stufa perché Scrooge teneva il carbone nel suo ufficio”. Il 24 dicembre appaiono a Scrooge tre fantasmi: quello del passato, quello del presente e quello del futuro, per cercare di far cambiare la sua vita.

  

Dickens non era un marxista, ma credeva che ci potessero essere padroni buoni e che si potessero aiutare i poveri, le donne e i bambini, soprattutto quelli che – allora come ora – lavoravano in bestiali condizioni. Dickens era un fiero oppositore  dello sfruttamento infantile perché, dopo che il padre fu imprigionato per debiti, dovette andare a lavorare in una fabbrica di lucidi da scarpe, la Warren's Blacking Warehouse, per 10 ore al giorno.

 

E così, dato che il Natale è per antonomasia la festa dei bambini, condividiamo anche uno dei “decreti” del sacerdote brasiliano Frei Betto, che ordina: “strappiamo la spada dalle mani di Erode e nessun bambino verrà colpito o umiliato, o condannato al lavoro precoce e alla violenza sessuale. Tutti avranno diritto alla tenerezza e all’allegria, alla salute e alla scuola, al pane e alla pace, al sogno e alla bellezza”.

 

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gio

19

dic

2019

GUERRE

 

Il ratto della Siria

 di Julio Yao Villalaz (*); da:alainet.org; 17.12.2019

  

“Ci terremo il petrolio (della Siria), ricordatelo. Vogliamo prenderci il petrolio. 45 milioni di dollari al mese” – Donald Trump, presidente degli Stati Uniti

  

Racconta la mitologia greca che Europa era una bella principessa fenicia che passeggiava raccogliendo fiori sulla spiaggia dell’attuale Libano e di cui si innamorò follemente Zeus, Dio dell’Olimpo. Per avvicinarla, Zeus si trasformò in un toro bianchissimo e mansueto che si infiltrò tra i buoi del Re Agenore, padre di Europa.

Colpita, Europa montò in groppa al toro e questo, velocissimo, si gettò in mare con lei e nuotò fino a Creta dove – una volta tramutatosi nella divinità che era – la trasformò nella prima regina dell’isola greca e madre di tre figli, tra i quali il Minotauro.

Per ringraziarla Zeus le fece tre regali: un automa di bronzo per allontanare i nemici dalle sue coste, un cane che non lasciava mai la presa e un giavellotto che non sbagliava mai il tiro. Infine Zeus creò in suo onore la costellazione del Toro.

La leggenda, conosciuta come “il ratto di Europa”, è stata consacrata da pittori, scrittori, scultori e artisti di tutto il mondo.

  

La Siria, che confina a ovest con le spiagge del Libano in cui si bagnava Europa, è stata ora rapita da un altro toro bianco (gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia, la Turchia e Israele), accompagnato da un branco di iene (terroriste) e non di pacifici buoi che, al contrario di quanto successe ad Europa, mantengono il paese in un atroce cattività, in una camera di tortura, in un interminabile calvario per rubarle il suo patrimonio, cancellare la sua identità, la sua personalità storica e, soprattutto, la sua dignità nazionale.

 

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mer

18

dic

2019

C'E' ODIO E ODIO DI CLASSE

C'è odio e odio di classe

 

Il socialismo è l'unico sistema di emancipazione reale per il proletariato e le masse popolari

 

C'è odio e odio. Le sardine in piazza in tante città d'Italia, con metodi non proprio democratici (provare per credere) predicano la non violenza e attaccano l'odio e il comunismo e così mobilitano giovani sprovveduti e benpensanti - anche coloro che non si mobilitano per cause importanti che riguardano il movimento operaio o l'internazionalismo proletario - scendono in piazza con la sardina al collo per pulirsi la coscienza.

 

Questo fenomeno, come il Friday for future, è possibile per l'assenza di un forte movimento operaio. Proprio l'anniversario del 50° della strage di piazza Fontana a Milano (l'abbiamo trattato sul numero scorso) ci ricorda la differenza tra ieri e oggi. Erano anni nel pieno della lotta di classe, contestazioni e rivendicazioni - costate denunce, arresti, morti, provocazioni fasciste, stragi - ma con le quali si sono ottenuti dei risultati a favore della classe operaia.

Lo conferma l'ondata di informazione anticomunista scatenata su tutti i massmedia nella settimana del 12 dicembre.


Per questo stiamo dalla parte di chi rivendica l'odio di classe perché senza non si può abbattere nessun potere. Lo spettro del comunismo - ciò che avevano già individuato Marx ed Engels quando scrissero il Manifesto del Partito Comunista - e che perseguita la classe dominante - continua a perseguitare la borghesia, a distanza di oltre 150 anni.

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mar

17

dic

2019

AMBIENTE

 

Al Gore, il criminale di otto guerre, mercante dell’ecologismo

 di Nazanìn Armanian (*): da: publico.es; 14.12.2019

  

 

Dicono che chi uccide una persona è un assassino, chi uccide migliaia di persone in guerra è un eroe e se si veste anche di verde è Superman.

Nel Vertice dell’imperialismo verde di Madrid 2019, non poteva mancare Albert “Al” Gore, il promotore dell’affare Big Green, il vice-presidente del governo di Bill Clinton (1993-2001) e premio Nobel per la Pace per la sua difesa dell’ambiente, lo stesso premio ricevuto da Henry Kissinger per il suo pacifismo e i suoi sforzi per i Diritti Umani degli oppressi (!!).

Dato che “cancellare la memoria storica” è assolutamente necessario perchè l’attuale sistema continui  a funzionare con tranquillità, è altrettanto imprescindibile rispolverare i due aspetti della perversa storia dell’Eroe Verde per noi che vogliamo cambiarlo, questo sistema:  1) l’uomo della distruzione militare massiva di Afganistan, Iraq, Yugoslavia, Albania, Sudan, Liberia, Haiti e Congo  e  2) il falso ambientalista, fabbricato dall’imperialismo verde, che con la sua fama protegge la distruzione dell’ambiente a favore dei propri affari e della sua classe.

 

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mar

17

dic

2019

CONTRO I MORTI SUL LAVORO

  

La morte sul lavoro non è mai una fatalità.

 

Sul lavoro si muore più che in guerra.

 Intervento all’assemblea LAVORO PER VIVERE NON PER MORIRE!

 

7 dicembre 2019, 12° anniversario della strage alla Thyssen: 7 operai bruciati vivi

 

 

Michele Michelino (*)

 

In Italia negli ultimi dieci anni i morti per infortuni sul lavoro sono più di 17 mila e ogni anno sono 1.400 (120 al mese) i morti sul lavoro mentre decine di migliaia sono quelli per malattie professionali (solo per amianto oltre 6.000 all’anno). A questi numeri vanno aggiunti gli altri morti del profitto causati dai risparmi sulla sicurezza (ponti che crollano, disastri ambientali, inondazioni e altro ancora).

 

Per i capitalisti, i governi e i politici che rappresentano i loro interessi, i morti sul lavoro sono effetti collaterali dello sfruttamento e come tali accettati come inevitabili. In particolare, quando si arriva ad un processo e lo Stato e i suoi rappresentati sono imputati di strage, lo Stato assolve sempre se stesso, come dimostra anche l’ultimo episodio della strage di Rigopiano, in cui i politici sono stati salvati.

 

L’Italia è il paese in cui - subito dopo l’incendio che uccise i 7 lavoratori bruciati vivi nel 2007 - gli industriali applaudono i dirigenti assassini della ThyssenKrupp. Durante l'assise di Confindustria l’A.D. Harald Espenhahn fu molto applaudito, nonostante la sentenza di condanna a 16 anni.

 

Emma Marcegaglia, allora presidente dell'Associazione degli imprenditori, così disse nel suo intervento all’assemblea di Bergamo il 7 maggio 2011: «È un unicum in Europa . Una cosa di questo tipo, se dovesse prevalere, allontanerebbe gli investimenti esteri mettendo a repentaglio la sopravvivenza del sistema produttivo. È un tema che va guardato con grande attenzione, nel massimo rispetto per la sicurezza sul lavoro, ma una cosa di questo tipo se dovesse prevalere allontanerebbe gli investimenti dall'Italia». Marcegaglia aveva poi assicurato «il massimo impegno per la sicurezza» e annunciato di voler incontrare i familiari dei lavoratori morti.

 

Cosi oltre al danno aggiungeva la beffa. 

 

Il 13 maggio del 2016 la Corte di Cassazione - quarta sezione penale – ha condannato l'amministrare delegato Espenhahn e il consigliere Priegnitz a pene definitive, rispettivamente a 9 anni e 8 mesi e a 6 anni e 10 mesi, ma questi assassini non hanno mai scontato un giorno di carcere per la strage operaia del 2007 nell'acciaieria. Oggi, nonostante la condanna, questi criminali sono liberi in Germania perché questa nazione non applica la sentenza e non rispetta la legge Italiana.

 

Guarda caso è la  stessa cosa che fa oggi ArcelorMittal sull’ILVA di Taranto

 

In galera finirono solo i dirigenti italiani Cosimo Cafueri(responsabile della sicurezza), condannato a 6 anni e 8 mesi, Marco Pucci (consigliere del CdA) a 6 anni e 10 mesi, Raffaele Salerno (Direttore dello stabilimento di Torino), 7 anni e 2 mesi, Daniele Moroni (dirigente area tecnica e servizi), 7 anni e 6 mesi; tutti, dopo la sentenza, si sono consegnati alle autorità per scontare la propria pena. Ormai stanno per uscire tutti dal carcere: Pucci già a giugno 2017 aveva ottenuto la possibilità di svolgere un lavoro esterno al carcere e nel frattempo ha anche chiesto la grazia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella 

 

Lo scontro capitale /lavoro

 

Nel nostro paese c’è una guerra non dichiarata fra sfruttati e sfruttatori in cui i morti, i feriti e gli invalidi si contano da una parte sola, quella degli operai, dei lavoratori che producono la ricchezza da cui sono esclusi. 

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gio

12

dic

2019

PALESTINA

 

In ricordo della Prima Intifada

di Hanaa Hasan (Middle East Monitor) *; da: rebelion.org; 11.12.2019

 

Trent’anni fa, il 9 dicembre 1987, scoppiò la prima Intifada nella Palestina occupata. La rivolta sarebbe durata più di 5 anni, durante i quali morirono migliaia di palestinesi. Trent’anni dopo la lotta per la libertà palestinese continua.

  

Cosa? la Prima Intifada

Quando? dal 9 dicembre 1987 al 13 settembre del 1993

Dove? nei territori palestinesi occupati da Israele

  

Cosa successe?

 Lo sfondo della rivolta fu l’occupazione che durava da 20 anni  da parte di Israele della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Occidentale. Israele governava con il pugno di ferro i territori occupati, stabilendo il coprifuoco e facendo retate, arresti, deportazioni e demolizioni delle case.

 

Dopo che centinaia di palestinesi furono testimoni oculari dell’assassinio di 4 uomini schiacciati da una jeep israeliana nei pressi del campo di rifugiati di Jabalya a Gaza l’8 dicembre (1987), la rabbia per quanto successo divenne immensa. Ai funerali dei morti assisterono circa 10.000 persone che furono però obbligate, di nuovo, a piangere una perdita il giorno seguente quando i soldati israeliani spararono a raffica sulla massa uccidendo il giovane Hatem Abi Sisi di 17 anni e ferendo altre 16 persone.

 

Mentre i dirigenti palestinesi si riunivano per discutere della situazioni, nei campi dei rifugiati scoppiarono proteste e sollevazioni che si estesero rapidamente a tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme Orientale. La popolazione palestinese prese il controllo dei quartieri e fece barricate nelle strade per impedire l’entrata ai veicoli dell’esercito israeliano. Dato che la maggioranza della popolazione palestinese era disarmata, essa si difese unicamente gettando pietre ai soldati israeliani e ai loro carri armati. I commercianti chiusero le botteghe e i lavoratori rifiutarono di presentarsi sui posti di lavoro in Israele.

 

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mar

10

dic

2019

PIAZZA FONTANA CINQUAT'ANNI DOPO

Piazza Fontana cinquant’anni dopo

Una ferita che rimane aperta  

Perchè dobbiamo ancora indignarci per questa cinica montatura del potere in funzione antipopolare

 

   Qualcuno disse che quel giorno perdemmo l'innocenza e scoprimmo la cattiveria, il complotto, la faccia assassina della politica. Non so se questo possa essere vero.

 

E' probabile che quell'innocenza non sia mai esistita: per noi italiani quel 12 dicembre del '69 arrivava dopo una lunga convivenza con alluvioni e frane, mafia e potere religioso, scioperi e scontri di piazza. In quell'epoca di boom economico, prodotto dallo spostamento di milioni di lavoratori dal sud al nord e all'estero, la nostra fragile democrazia borghese era ancora impregnata, appena un quarto di secolo dopo la caduta del fascismo, di funzionari e portavoce del fascismo.

 

Una folta schiera di servi del regime, pronti a cambiar bandiera quando cambia il vento o scappare come topi dalla barca che affonda, sottobosco ideale per trame che attraversavano magistratura e polizia, i servizi segreti e le basi Nato, per organizzare la violenza dello stato al fine di tenere in piedi il regime, garantire il funzionamento delle istituzioni repressive, magistratura e polizia, proteggere le illegalità e l'uso di parte dei mezzi di informazione.

 

 Ma non era un paese cupo, il nostro. Dall'altra parte esisteva ed era ben vivo un forte e articolato movimento di classe, operaio e proletario, che garantiva la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita sul versante sindacale, mentre su quello politico garantiva l'espressione politica delle proprie avanguardie, sfidando l'egemonia della classe borghese.  

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dom

08

dic

2019

LAVORO PER VIVERE NON PER MORIRE

 

Riceviamo dai compagni di Teoria e Prassi – e li ringraziamo per avercelo inviato – il messaggio di saluto del Partito Comunista Rivoluzionario della Bolivia (giunto in ritardo) all’assemblea del 7 dicembre 2019 a Torino, in occasione del 12° anniversario della strage della ThyssenKrupp con o.d.g. “Lavoro per vivere non per morire”.

 

Il Segretariato del Comitato Centrale del Partito Comunista Rivoluzionario invia un saluto fraterno all’Assemblea nazionale dei lavoratori che si riunisce in Italia per discutere i temi della sicurezza sul lavoro.
Noi lavoratori di tutto il mondo siamo la carne da cannone dei grandi capitalisti, le nostre vite non valgono nulla a fronte del profitto della borghesia; la mancanza di sicurezza sui posti di lavoro mette a rischio migliaia e migliaia di lavoratori ogni giorno.
In Bolivia, l’oligarchia che ha dato l’assalto al potere ha utilizzato le Forze Armate per imporre il suo regime e ha assassinato più di 30 contadini e lavoratori.

Oggi noi lavoratori del mondo dobbiamo lottare per una nuova società, che metta la vita umana al di sopra del capitale, con una democrazia popolare e una piena giustizia sociale – dobbiamo lottare per il socialismo scientifico.


La Paz, 6 dicembre 2019
Segretariato del Comitato Centrale
PCR Bolivia


(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni

 

De: Tinta Roja <pcr.bolivia@gmail.com>
Para: Teoria & Prassi <teoriaeprassi@yahoo.it>
Enviado: sábado, 7 de diciembre de 2019 02:20:10 p.m. CET
Asunto: Re: Scintilla # 103

El Secretariado del Comité Central del Partido Comunista Revolucionario envía un fraternal saludo a la Asamblea Nacional de Trabajadores que se reúne en Italia para tratar los temas de seguridad industrial.
Los trabajadores de todo el mundo somos carne de cañón de los grandes capitalistas, nuestras vidas no valen nada frente a la ganancia de la burguesía; la falta de seguridad industrial pone en riesgo a miles y miles de trabajadores cada día.
En Bolivia, la oligarquía que asaltó el poder estatal utilizó a las Fuerzas Armadas para imponer su régimen y ha asesinado a mas de 30 campesinos y trabajadores.
Hoy los trabajadores del mundo debemos luchar por una nueva sociedad que valore la vida humana por encima del capital, con democracia popular y plena justicia social - debemos luchar por el socialismo científico.
La Paz, 6 de diciembre de 2019
Secretariado del Comité Central
PCR BOLIVIA

 

 

mar

03

dic

2019

CAMBIAMENTO CLIMATICO

 

La “Crociata dei fanciulli” di Greta, diretta alla privatizzazione della natura

di Nazanin Armanian (*); da: publico.es; 3.12.2019

 

Raccontano che, nell’Europa medioevale, un ragazzo di 10 anni chiamato Nicholas si presentò come inviato di Dio e reclutò decine di migliaia di bambini al fine di conquistare la Palestina, la Terra Santa. Nessuno vi arrivò, ovviamente: morirono di fame, di malattie o caddero nelle mani dei trafficanti. Anche gli “yihaidisti” reclutano ragazzi, non solo come carne da cannone o per ripulire i campi minati prima che gli adulti li attraversino, ma per far vergognare gli uomini che rifiutano di andare a uccidere altri uomini.

  

Oggi, nell’era della globalizzazione, una truppa universale di ragazzi guidati da Greta, l’adolescente con un viso angelico, un tono da predicatore e con la sicurezza di essere sostenuta da una forza soprannaturale che lascia muti gli adulti potenti che comandano il mondo, ci trasmette il sacro messaggio dell’ IPCC, l’alias della nuova divinità chiamata Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambio Climatico. La Fine del Mondo ha già una data: avverrà entro 11 anni (e qualche mese) se l’umanità incredula non seguirà le sue istruzioni.

 

 

Nella missione della nuova supereroina, la cui ascesa meteoritica l’ha trasformata nella rivale dello stesso Trump per ricevere il Nobel per la Pace (un premio che è un investimento su qualcuno che possa giocare un ruolo nel futuro; Donald è già “passato”), emergono due questioni: 1) il fenomeno della “Generazione Z” e 2) gli interessi che lei, o Jamie Margolin, la sua collega statunitense, rappresentano.

 

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lun

02

dic

2019

5 DICEMBRE GIORNATA CONTRO I MORTI SUL LAVORO

gio

28

nov

2019

NO AGLI SFRATTI. LA LOTTA PAGA

mer

27

nov

2019

MEMORIA

 

Il giorno in cui Fidel se n’è andato per restare per sempre fra noi

di Paco Azanza Telletxiki (*); da: insurgente.org; 25.11.2019

 

 

 

Quando, nel 1991, l’URSS crollava, la controrivoluzione e l’impero che la alimentava davano per certo che a Cuba socialista rimanessero solo pochi giorni prima che le succedesse lo stesso.

 

A Miami i ‘gusanos’ cominciavano a preparare le valige per tornare “trionfanti” alla terra che avevano abbandonato perchè la nascente Cuba non permetteva loro di vivere come re a costo del lavoro degli altri. Ma, per loro disgrazia e non per quella del popolo cubano, dovettero disfarle e tornare alla routine quotidiana in quel putrefatto luogo chiamato ‘Little Havana”. E questo nonostante che il governo degli Stati Uniti avesse stretto ancor più il blocco approvando la legge Torricelli -1992 – e la Helms/Burton – 1996.

 

Il ridicolo bailamme di Miami si ridusse ad una ennesima frustrazione collettiva e Cuba, passato il momento più duro  del Periodo Speciale, recuperò poco a poco.

  

In seguito successero molte cose, ma arrivò il luglio 2006 e Fidel si ammalò gravemente.

 

La controrivoluzione, che non impara mai dalle sconfitte e non sa cosa sia l’umiltà – e nemmeno il ridicolo – tornò di nuovo a sottovalutare il popolo cubano. Correvano voci che se il Comandante fosse morto o, almeno, se la sua malattia l’avesse costretto a lasciare il potere, la Rivoluzione sarebbe andata a gambe all’aria. Grosso errore perchè, anche se guarì abbastanza bene e anche se era stato rieletto delegato dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare – Fidel annunciò che non avrebbe più accettato gli incarichi che aveva fino ad allora. Prese la decisione perchè non non se ne sentiva in grado fisicamente.

 

Passarono gli anni e la Rivoluzione, con a capo Raùl, continuò la sua strada e la controrivoluzione fu di nuovo frustrata.

 

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lun

25

nov

2019

IMPERIALISMO

 Le catene giuridiche dell’impero

 

di Luis Britto Garcìa (*); da: luisbrittogarcia.blogspot.com; 25.11.2019 

 

Manuale di Autodifesa per Innocenti

 

Diceva Bolìvar che un popolo ignorante è lo strumento cieco della propria distruzione. Aggiungeva che ci avevano dominato con l’inganno più che con la forza.

 

Con la frode e con il tradimento gli imperi dominano, perchè non avrebbero soldati sufficienti a sottomettere tutti i popoli della terra

 

Ecco alcuni esempi dei loro procedimenti delittuosi. 

 

Trattati di Libero Commercio

 

Ogni Impero inizia essendo protezionista. Difende implacabilmente le sue industrie e imprese con regimi favorevoli, imposte basse o inesistenti, sistemi ferrei di patenti e proprietà intellettuale, salvaguardie giuridiche per i suoi impresari e pesanti dazi o veti insuperabili per i prodotti stranieri.

 

I trattati di “Libero” commercio hanno come fine l’impedire che i paesi in via di sviluppo adottino le stesse misure per proteggere le proprie industrie, le proprie imprese, le risorse e l’ambiente.

 

Nel sottoscrivere Trattati di Libero Commercio, le nazioni del Terzo Mondo non possono proteggere nulla. Né fissare dazi protezionisti, né alzare le imposte per i prodotti o gli affari stranieri, né vietare la distruzione dell’ambiente o proteggere i propri lavoratori, o la proprietà intellettuale nazionale.

 

Da parte sua, l’Impero non si impegna su nulla, concede libertà nelle aree in cui esercita una supremazia invincibile, o promette qualsiasi cosa e mai rispetta tali promesse. In questa battaglia in cui i paesi in via di sviluppo sono ammanettati e gli Imperi no, questi ultimi escono sempre vincitori.

 

ESEMPIO: il funesto NAFTA, che rovinò il Messico e che, nel momento in cui non era più conveniente per gli USA, venne da essi cancellato. 

 

Accordi Multilaterali di Investimento

 

Quante più vittime domina, più potente è l’Impero. I Trattati di Libero Commercio, come le famiglie numerose, valgono un tanto alla dozzina visto che impongono identiche clausole umilianti a numerosi paesi nello stesso tempo.  

 

ESEMPIO: lo sfortunato ALCA, che cercava di impedire la protezione delle industrie, dei lavoratori e dell’ambiente ai paesi in via di sviluppo in un intero emisfero. In questo caso chi è stato burlato è stato l’Impero, a fronte dell’unanime rifiuto dei latinoamericani.

 

L’Alleanza del Pacifico, secondo tentativo di rafforzare l’egemonia statunitense sul fianco occidentale del continente, nel momento in cui cominciò a essere sfavorevole per gli USA, venne disintegrato da essi.

 

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mer

20

nov

2019

COLPI DI STATO

Sul golpe e sul nostro apprendistato

 di Sara Rosemberg (*); da: insurgente.org; 19.11.2019

  

La confusione mediatica è un’arma di guerra del nemico per spezzare, disorganizzare e distruggere le risposte rapide ed effettive contro la barbarie imposta dal fascismo.

 

Ma, anche, vi si aggiungono discorsi – e silenzi rumorosissimi – dei cosiddetti “progressisti” che rapidamente, e ogni volta che nella battagliac’è un arretramento, tirano fuori inopportunamente l’arma filosofica della critica superficiale, a volte più distruttiva di quella dei media egemonici perchè, di fronte ad un attacco bestiale come sta succedendo in Bolivia e Cile, è più necessario che mai serrare le file.

 

Una cosa è analizzare le debolezze, la forza e le difficoltà di questo lungo processo di guerra antimperialista, e altra usare la “critica” che puzza di colonialismo per demoralizzare e aiutare così il nemico.

  

E’ piùttosto complice il silenzio dei cosiddetti “intellettuali” della Spagna e dell’Europa. Non mi riferisco a quelli che sono soliti gridare e pronunciarsi, e anche cantare contro il Venezuela, Cuba e ogni processo di liberazione con altrettanta passione che ignoranza o aperta complicità. Altri cantano basso e parlano di uguaglianze astratte verdi, femin-liberali, viola, demo-capitaliste, bambine climatiche e un lungo eccetera – che mai analizzaranno le cause di fondo di un sistema sociale perverso, basato sulla rapina e sul crimine organizzato mentre non si stancano di nominare la tanto famosa e tanto prostituita “democrazia occidentale”.

  

Non è casuale che sorgano queste voci di assennati commentatori “progre” che danno lezioni sull’acqua calda; è una tecnica di propaganda altamente efficace, soprattutto in società dove la sconfitta del progetto umanista è quasi totale, dove l’individualismo ha sostituito il senso e la necessita di una trasformazione sociale, collettiva; anche la parola ‘fraternità’ – tanto antica – si usa solo per coltivare funghi in modo da fare un buon affare.

 

Il totalitarismo del mercato si è installato nelle vene di una società che non vede se stessa e avanza contro la propria storia. 

E’ quello che fa l’Unione Europea con l’appoggio al colpo di Stato in Bolivia. L’Europa si inginocchia una volta ancora davanti all’impero in decadenza, anche a costo di trasformarsi in una colonia che affonderà insieme al suo padrone.

   

Non è solo un tema morale, è un tema che mette in discussione il concetto stesso di quello che chiamano ‘democrazia’ e che evidenzia che chi detiene il potere è la grande impresa, il grande capitale e la sua necessità di distruggere ogni tessuto statale, anche quello della stato moderno, in modo da poter mantenere la capacità di accumulazione e di rapina intatte.

  

 

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lun

18

nov

2019

BOLIVIA

 

L’odio per l’indio

 

di Alvaro Garcìa Linera (*); da: pagina12.com.ar; 17.11.2019

 

 

 

Come una spessa nebbia notturna, l’odio ricorre con voracità i quartieri della classe media urbana tradizionale della Bolivia. I suoi occhi straripano di rabbia, Non gridano, sputano; non chiedono, impongono. Le loro canzoni non sono di speranza, né di fratellanza, ma di disprezzo e discriminazione contro gli indios. Salgono sulle loro moto, salgono sui loro furgoni, si ritrovano nelle loro feste e nelle università private ed escono alla caccia degli indios ribelli che osano togliere loro il potere.

 

 

 

Nel caso di Santa Cruz organizzano orde motorizzata sui 4x4 con la garrota in mano per dare una lezione agli indios, che chiamano “collas”, che vivono nei quartieri marginali e nei mercati. Cantano parole d’ordine sul fatto che “bisogna ammazzare i collas” e, se qualche donna con il vestito tradizionale incrocia la loro strada, la colpiscono, la minacciano e le ordinano di andarsene dal “loro” territorio. A Cochabamba organizzano convogli per imporre la loro supremazia razziale nella zona sud, dove vivono le classi povere e si gettano – come fossero un distaccamento di cavalleria – su migliaia di contadine indifese che marciano chiedendo pace. Hanno in mano mazze da baseball, catene, granate a gas; alcuni portano armi da fuoco.

 

La donna è la loro vittima preferita: catturano la sindaca di un villaggio contadino, la umiliano, la trascinano per la strada, la picchiano, le pisciano addosso quando cade per terra; le rasano i capelli, la minacciano di linciaggio e, quando si rendono conto di essere filmati, decidono di versarle addosso della pittura rossa, un simbolo di quello che faranno con il suo sangue.

 

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sab

16

nov

2019

BOLIVIA

 

La Bolivia e il ritorno della questione militare per mano di Washington e della OEA

 

di Alvaro Verzi Rangel (*); da: rebelion.org; 14.11.2019

 

 

 

Il rovesciamento del governo popolare di Evo Morales in Bolivia conferma che la questione militare è tornata in America Latina come strumento  dei piani degli Stati Uniti per il controllo civile e politico del suo “cortile posteriore” e garanzia per l’appropriazione delle enormi ricchezze naturali della regione.

 

In America Latina le lotte sociali in Cile o in Ecuador, il colpo di Stato in Bolivia, l’intervento statunitense in Venezuela, le elezioni in Uruguay, la prigione di Lula, le politiche del FMI, l’avanzata delle chiese evangeliche, il ritorno al militarismo, la violenza nelle città, le migrazioni, il razzismo, sono espressioni di questa guerra globale.

 

 

 

Questa guerra, anche se non lo si vuole accettare, è già parte di tutti gli ambiti della vita dell’essere umano e condiziona la sua stessa sopravvivenza come specie, segnala l’ex vice cancelliere ecuadoriano Kintto Lucas. Per questo è stato necessario minare tutte le istanze di integrazione regionale per poter coinvolgere le forze armate nei problemi di ordine pubblico, nella vita elettorale, nella violazione dei diritti umani, nella militarizzazione della presunta guerra alla droga, nella repressione delle migrazioni, in situazioni ispirate e stimolate dalla politica militare statunitense nella regione.

 

 

 

E’ stato necessario risuscitare il militarista Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) per avere un altro fronte – questo militare – di attacco contro il Venezuela, la Bolivia, il Nicaragua o chiunque osasse opporsi alle politiche di Washington.

 

Donald Trump, il presidente statunitense, l’ha detto chiaramente: ora siamo di un passo più vicini ad un Emisfero Occidentale completamente democratico, prospero e libero. Questi eventi mandano un forte segnale ai regimi illegittimi in Venezuela e Nicaragua, ha detto. “Gli Stati Uniti applaudono l’esercito boliviano perché rispetta il suo giuramento di proteggere non solo una persona ma la costituzione boliviana (…) Dopo quasi 14 anni e il suo recente intento di annullare la costituzione boliviana e la volontà del popolo, l’uscita di Morales preserva la democrazia e spiana il cammino perché il popolo boliviano faccia ascoltare la sua voce”, ha detto Trump, mettendo in chiaro la partecipazione del suo governo nel golpe contro Morales.

 

 

 

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mer

13

nov

2019

BOLIVIA

 

Quando neofascismo fa rima con neoliberismo: colpo di Stato in Bolivia

 

Di Marc Vandepitte (*); da : investigaction.net/fr; 12.11.2019

 

 

 

«Perchè non c’è mai stato un colpo di Stato negli USA?.

 

Perchè là non c’è un’ambasciata degli Stati Uniti»

 

classica battuta in America Latina

 

 

 

Domenica 10 novembre è stato perpetrato un colpo di Stato in Bolivia. L’esercito ha costretto il presidente Evo Morales, eletto nuovamente, a dare le dimissioni. Nelle strade monta la violenza. Bande armate dell’opposizione aggrediscono militanti e dirigenti del Movimento al Socialismo (MAS) di Evo Morales. Intimidiscono i giornalisti, bruciano le case dei membri del MAS, compresa quella della sorella di Evo.

 

In alcuni luoghi ogni persona che sembri un indigeno è aggredita fisicamente. Donne indigene vengono spogliate e molestate. Ci sono già stati parecchi morti.

 

 

 

La vendetta sull’onda rosa

 

Questo colpo di Stato non è del tutto inaspettato. E’ l’ennesimo colpo di Stato o tentativo di putsch in America Latina dall’inizio del secolo. Venezuela nel 2002, Haiti nel 2004, la Bolivia nel 2008, l’Honduras nel 2009, l’Ecuador nel 2012, di nuovo il Venezuela nel 2013, il Brasile nel 2016 e il Nicaragua nel 2018.

 

E’ una reazione all’onda di marea di sinistra, detta «marea rosa» in America Latina. Negli anni ’80 e ’90 il rullo compressore neoliberista aveva provocato un vero bagno di sangue nella regione. Il numero dei poveri era aumentato di un terzo. La popolazione non lo accettava e i paesi elessero, uno dopo l’altro, presidenti di sinistra.

 

Sotto l’amministrazione di questi presidenti, sono stati sviluppati programmi anti-povertà e il potere neoliberista è stato ridotto e limitato. Si è costituito anche un fronte per ridurre l’influenza degli Stati Uniti sul continente.

 

L’onda di sinistra evidentemente non piaceva alle élites di quesi paesi, e neanche al governo statunitense. E’ stato fatto di tutto per eliminare quei presidenti di sinistra. In prima istanza attraverso le elezioni. Per le élites, le elezioni sono abitualmente un «giocare in casa»: i partiti tradizionali obbediscono al gioco, dispongono di imponenti mezzi finanziari, controllano i media o manipolano le reti sociali, e brandiscono la minaccia del disastro economico o del caos nel caso la gente votasse a sinistra.

 

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mar

12

nov

2019

MURO A 30 ANNI DALLA CADUTA

LA “NUOVA EPOCA” DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO

Fabrizio Poggi  (*)
Per una bizzarra parziale coincidenza, l'anniversario della nascita del primo Stato socialista e quello dell'atto iconoclastico per eccellenza che da 30 anni raffigura la “fine del comunismo”, quasi si toccano. Il 7 novembre 1917, operai, soldati e marinai davano l'assalto al Palazzo d'Inverno; il 9 novembre 1989, al capitale si spalancavano definitivamente le porte del mercato esteuropeo e l'abbattimento del muro di Berlino doveva simboleggiare la vittoria irreversibile “della democrazia sulla dittatura e il totalitarismo” che, come ci è stato rivelato nell'anno di grazia 2019, “per mezzo secolo” hanno privato “della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico... altri paesi europei”.
Dopo il 9 novembre 1989, con la fine dell'URSS decretata a tavolino di lì a due anni, il circuito aperto nel 1917 si sarebbe richiuso. Essendo il mercato, per definizione, libero, il suo trionfo deve per forza significare, ancora per assunto, la vittoria della libertà sulle tenebre dell'illibertà. Il 9 novembre 1989 doveva saldare insieme i due mondi – quello del “controllo totalitario sull'uomo” da parte dello Stato, da un lato, e quello dell'intraprendenza individuale, della personalità gioiosamente estrinsecantesi, dall'altro – rimasti pericolosamente lontani fin dal 7 novembre 1917.

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lun

11

nov

2019

Cile, Ecuador, Haiti, Bolivia ….. fine di quale ciclo?

America Latina

Cile, Ecuador, Haiti, Bolivia ….. fine di quale ciclo?

di Daniela Trollio (*)

 

Nel 1992 il politologo Francis Fukuyama scriveva il saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”, basato su una sua lezione tenuta presso la facoltà di Filosofia politica dell’Università di Chicago. La sua tesi: la storia come lotta delle ideologie era finita, con un mondo ormai basato sulla “democrazia liberale “ che si era imposta dopo la fine della Guerra Fredda. In altri termini, un mondo basato sulla “pax americana”.

Il concetto fu ripreso da molti analisti dopo le sconfitte dei governi progressisti dell’America Latina, dall’Argentina all’Ecuador al Brasile (tra il 2014 e il 2018), che davano ormai per morto il “ciclo progressista”, sepolto dal “neoliberismo” che l’economista Joseph Stiglitz chiamava “fondamentalismo del mercato” e, molto più chiaramente, il professore di Economia statunitense David M. Kotz definiva “la dominazione completa del lavoro da parte del capitale”.

Così questi analisti, politologi, “esperti” del nulla saranno certo rimasti molto delusi da questo ottobre 2019, che non è certo l’Ottobre bolscevico di 102 anni fa, ma che ricorda ai potenti del mondo che la lotta di classe non è affatto finita, che i popoli del Sud del mondo con il proletariato in prima fila (e anche quelli della dormiente Europa come i gilet gialli francesi) ci dimostrano ancora una volta che è possibile ribellarsi e anche vincere.

 

Dalla piccola e martoriata Haiti all’Ecuador, al Cile, all’Argentina, alla Bolivia, all’Uruguay e persino al Brasile, questi ultimi mesi hanno visto masse di giovani, di lavoratori, di donne ribellarsi contro l’imperialismo, contro i suoi strumenti come quell’organizzazione criminale chiamata Fondo Monetario Internazionale e contro i suoi rappresentanti locali, i governi che ne hanno applicato spietatamente le politiche. Con strumenti diversi: le piazze e le elezioni. Certo gli esiti non sono scontati, perché si tratta di processi tuttora in corso mentre scriviamo, ma i segnali sono forti. 

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dom

10

nov

2019

PEGGIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DI VITA, DI LAVORO E RAPPRESENTANZA POLITICA

Peggioramento delle condizioni di vita, di lavoro e rappresentanza politica

 

 Fino a quando la classe oppressa non sarà cosciente della inconciliabilità fra i suoi interessi e quelli del capitale, riconoscendosi nei partiti borghesi, accettando l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile, vinceranno sempre forze non favorevoli agli interessi della classe lavoratrice.

 

Michele Michelino (*)

 

Oggi nell’UE ci sono 16,6 milioni di disoccupati; la sottoccupazione continua ad espandersi raggiungendo il 21% del totale, cioè 43 milioni di persone; quelli che vivono sulla soglia di povertà o sotto sono più di 110 milioni e ogni anno circa 160mila cittadini europei muoiono per malattie collegate al proprio lavoro. In Italia negli ultimi dieci anni sono morti per infortuni sul lavoro sono più di 17 mila e ogni anno sono 1.400 i morti sul lavoro mentre decine di migliaia quelli per malattie professionali (solo per amianto oltre 6.000 all’anno).

 

 

È in questo contesto che si sono svolte le recenti elezioni regionali anticipate in Umbria, in seguito ad uno scandalo giudiziario, “sanitopoli”,  con accuse a PD e Giunta di scambi di favori e raccomandazioni nella sanità denunciato dai 5 Stelle.

Nella tornata elettorale si sono fronteggiati i due schieramenti della destra e sinistra borghese. Singolare sono state le alleanze: i 5 Stelle che erano all’opposizione e che avevano denunciato la precedente giunta a guida Pd di essere ladra, si sono alleati proprio con quelli che avevano denunciato come disonesti in una competizione elettorale che si è conclusa con la vittoria delle destre e una sconfitta dei partiti di governo (PD-5Stelle- LEU).

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sab

09

nov

2019

Oppio e colonia per Hong Kong

 

Oppio e colonia per Hong Kong

 

di Higinio Polo (*); da: lahaine.org; 6.11.2019

 

 

 

Le proteste di Hong Kong nascono da diversi motivi: i problemi economici di una parte della popolazione lavoratrice, eredità della colonia britannica; la difficoltà di ottenere un’abitazione a causa della speculazione edilizia e degli alti prezzi; l’esistenza di contingenti di giovani che hanno assunto i valori del capitalismo e odiano il socialismo cinese; l’esistenza di coloro che, per rompere con la Cina, parlano della presunta e falsa “differenza” di Hong Kong; l’assurda paura di un settore delle classi medie davanti all’equiparazione progressiva del livello di vita di Hong Kong con il resto della Cina, inquietudine che proviene da un’incomprensibile xenofobia (i cinesi di Hong Kong sono come il resto degli abitanti del sud del paese) per l’assurda convinzione che gli abitanti di Hong Kong siano “superiori” al resto dei cinesi per la loro maggiore ricchezza e benessere economico.

 

Questo cocktail esplosiva viene utilizzato dagli USA per creare il caos e la secessione e per accendere un fuoco permanente di crisi contro il governo di Pechino: non per niente i dirigenti dell’opposizione trattano con la diplomazia occidentale, ad Hong Kong, negli USA e in Germania.

 

 

 

A settembre numerosi manifestanti chiedevano “protezione” alla Gran Bretagna perchè salvaguardasse la ‘libertà’ del territorio che aveva controllato con mano di ferro durante un secolo e mezzo di colonia, e cantavano il “God Save the Queen”, inno a maggior gloria della monarchia britannica, accompagnandolo con denunce verso la “dittatura comunista”, con il rogo di bandiere rosse e l’incendio di installazioni e stazioni del metrò da parte dei manifestanti (per la stampa conservatrice occidentale, “il popolo”).

 

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ven

08

nov

2019

IL CAPITALISMO E' LA SOCIETA' DEL CRIMINE

editoriale nuova unità n. 6

 

Il capitalismo è la Società del crimine.

 

Comprendere la demagogia populista e la strumentalizzazione delle forze politiche borghesi è fondamentale per capire che il movimento dei lavoratori deve rafforzarsi e organizzarsi sulla base dei propri interessi di classe,

 

 Sia Salvini che Meloni vengono fatti passare come grandi comunicatori e affabulatori grazie al loro modo di presentarsi caratterizzato dalla vuotezza di contenuti e dalla loro becera propaganda "nazionale" attraverso mezzi di informazione, incluso i social, con la complicità - in barba alla par condicio - dei prezzolati direttori e giornalisti di tutte le testate.

 

Si sa che le folle possono essere trascinate dalle frasi ad effetto e che più slogan si lanciano, meno si fa ragionare e si colpisce la cosiddetta pancia, ma non i cervelli e in questo la storia ci aiuta con l'esempio di Mussolini, che è stato maestro.


Il risultato delle elezioni in Umbria lo testimonia. Salvini - dopo aver trovato la via di fuga dal Governo per passare all'opposizione - ha calcolato che avrebbe reso di più e così è stato e il PD - che non si può più definire neppure di generica sinistra - ci ha messo del suo, in particolare con lo scandalo della sanità.

 

 

A nulla sono servite le alleanze dell'ultimo momento con il M5S e persino con il PRC per rimanere in sella alla guida della Regione. Una Regione che a tre anni dal sisma sta ancora aspettando una soluzione definitiva ai tanti problemi dei terremotati.
La Lega di Salvini ha raggiunto il 36,9% è la prima forza politica in una regione, considerata rossa anche se non lo è più da tempo, ed ha espresso anche la governatrice della Lega, già sindaco di Montefalco, senatrice e presidente della IV commissione permanente della Difesa.

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lun

04

nov

2019

TERRORISMO?

 

Abu Bakr al-Baghdadi, creato e assassinato dalla CIA

di Marc Vandepitte (*); da: rebelio.org; 4.11.2019

  

Ora che il dirigente dello Stato islamico (EI), Abou Bakr al-Baghdadi, è stato eliminato, molti negli Stati Uniti e in Occidente esprimono la loro allegria e il loro sollievo. Quello che non dicono è che questo bestiale gruppo terrorista è un prodotto della loro stessa politica estera nella zona.

  

L’emergenza dell’E.I.

 Nel 2003 Stati Uniti e Gran Bretagna invasero l’Iraq. In quel momento al-Qaeda e altri gruppi terroristici avevano poco peso nella zona. L’esercito statunitense si scontrò con una violenta rivolta dopo l’invasione. Per schiacciarla vennero utilizzati squadroni della morte, esattamente come avevano fatto gli statunitensi in America Latina con la cosiddetta “Opzione El Salvador”. In più, in questa guerra sporca, si misero gli uni contro gli altri sunniti e sciiti, seguendo la tattica del “divide et impera”.

 In quest’orgia di violenza settaria provocata si impiantò al-Qaeda in Iraq, con il nome di “Stato islamico dell’Iraq” (EII).

 Poi venne la presunta “primavera araba” del 2011. Per rovesciare Gheddafi la NATO collaborò con il Gruppo di Combattimento Islamico Libico (GCIL), sotto la direzione di Abdelhakim Belhaj, ex dirigente di al-Qaeda in Libia. Quando cominciò la rivolta in Siria, Belhaj inviò nel paese centinaia di combattenti armati per scacciare Assad dal potere. I servizi di sicurezza degli USA e della Gran Bretagna cooperarono nel trasferire gli arsenali libici ai ribelli siriani.

  

Nel 2012 Stati Uniti, Turchia e Giordania costruirono un campo di addestramento per i ribelli siriani a Safawi, nel nord della Giordania. Vi partecipavano istruttori francesi e britannici. Parte di questi gruppi ribelli si sarebbe più tardi unita allo Stato islamico.

 

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ven

01

nov

2019

L'ARROGANZA DI TRUMP CONTRO CUBA

Geraldina Colotti


L’arroganza di Trump contro Cuba


Washington ordina e Madrid s’inchina. Leggere per credere. Avrei dovuto partire la mattina del 31 ottobre per Cuba, con il volo Air Europa delle 10,30.

Avevo ricevuto un invito dalla Rete degli intellettuali, artisti e movimenti popolari in difesa dell’umanità, per partecipare al Convegno antimperialista, organizzato dall’Istituto Cubano di amicizia fra i popoli, che inizia il 1° dicembre.

Avevo fatto il check in online, e pagato la valigia in più con la carta di credito. Avevo ricevuto la carta d’imbarco fino a Madrid e prenotato il posto fino a Cuba.
Dopo aver pagato trasporto e imballaggio dei bagagli, mi dirigo allo sportello. Mi dicono che prima devo pagare il visto per entrare a Cuba, lo faccio e torno per spedire i bagagli.

Solo a quel punto vedo l’impiegato leggere perplesso la scritta sul monitor: accesso negato. Nessuno sa spiegarsi perché. Arriva la responsabile, telefona a Madrid. “Deve chiamare Washington”, le rispondono.
Lei rimane basita, però compone quel numero. Dopo un certo tempo, le dicono che a Cuba non ci posso andare “perché gli Stati uniti proteggono le proprie frontiere”. Gli impiegati trasecolano.

Trasecolano anche allo sportello dei visti, ma il foglio della prenotazione negata che mi faccio dare parla chi aro: “Pax ckin inhibiten by Usa authorities. Pax Cannot leave”.Telefono alla mia avvocata. Ci ricordiamo che era già accaduto a un altro giornalista, attivo nella solidarietà a Cuba: gli indesiderati non possono neanche sorvolare i cieli sotto dominio degli Stati Uniti.

Sicuramente c’entrano i miei trascorsi politici di ex guerrigliera, ma questo avrebbe potuto avere un senso se avessi fatto scalo in Nordamerica. E poi, mi hanno ridato il passaporto e i diritti da molti anni, esercito la professione di giornalista. Inoltre avrebbero potuto avvertire prima, al momento del pagamento, della prenotazione eccetera eccetera.


Intanto, i soldi del biglietto sono andati in fumo. Impossibile, ormai, presenziare al convegno: con grande soddisfazione di quanti, anche a sinistra, s’impegnano nel silenziare le voci scomode. Impossibile cambiare compagnia: tutte quelle che sorvolano i cieli nordamericani ripeterebbero lo stesso scherzetto. Impossibile anche cambiare itinerario a meno di non avere il portafoglio pieno.


Quando Washington ordina, l’Europa s’inchina. Non è successo così con le sanzioni al Venezuela? “E’ gravissimo – dicono i lavoratori dell’aeroporto. Di questo passo, dove andremo a finire?”

sab

26

ott

2019

SCIOPERO PARLANO GLI OPERAI

mar

22

ott

2019

IN MORTE DI UN BIMBO

 

A Milano, oggi, è morto Leonardo, un bimbo di quasi 6 anni. Era caduto venerdì mattina  dal secondo piano delle scale della sua scuola elementare, mentre la bidella del piano accompagnava in bagno altri due bambini.

 

 

Negli articoli dei giornali ricorre nuovamente una parola che di solito la stampa usa per i morti sul lavoro: fatalità.

 

La fatalità non c’entra proprio niente: questo è il risultato di anni e anni di privatizzazioni, di tagli alle scuole pubbliche e della pioggia di milioni dati invece alle scuole private. Ma chi vogliono prendere in giro?

 

Nelle scuole pubbliche, soprattutto nelle elementari dove i bimbi cominciano il loro cammino per diventare “grandi”, il disastro è sotto gli occhi di tutti: strutture fatiscenti che si allagano, come ieri, per le piogge, controsoffitti che cadono e, soprattutto un affollamento assurdo. Classi da 25 o 30 bambini, a cui maestri (due per classe se si è fortunati)  mal pagati o precari dovrebbero insegnare e che dovrebbero sorvegliare (come non ce lo dicono, provateci voi), taglio del personale ATA (bidelli) ecc.

 

 Ora qualcuno verrà indagato per “mancata custodia” e qualcun altro dovrebbe invece dirci come si possono “ben” custodire i bambini in questa situazione.

  

E’ orribile – e nauseante - dover ripetere, per la morte di un bimbo che poteva essere nostro figlio o nostro nipote, quello che ripetiamo per le migliaia di morti sul lavoro: questo sistema, il capitalismo, è morte.

 

E’ morte un sistema che per il profitto spazza via ogni condizione di sicurezza e ci priva così, in particolare in questo caso, anche del nostro futuro.

 

Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni

 

mar

22

ott

2019

CILE

 

Lo tsunami cileno

 

di Atilio Boròn (*); da: cubadebate.cu; 21.10.2019

 

 

 

Il modello cileno è segnato da una profonda disuguaglianza, che viene alla luce ora con le proteste.

 

Il regime di Piñera – e insisto su “il regime” perchè un governo che reprime con la brutalità che tutto il mondo ha visto non si può considerare democratico – affronta la più seria minaccia popolare mai affrontata da alcun governo dal rovesciamento di Unidad Popular l’11 settembre 1973. Le ridicole spiegazioni ufficiali non convincono neppure quelli che le divulgano; si odono denunce sul vandalismo dei manifestanti o sul loto criminale disprezzo per la proprietà privata, o per la pace e la tranquillità, senza parlare delle oblique allusioni alla letale influenzo del”castro-madurismo” nello scatenarsi delle proteste che sono culminate con la dichiarazione dello “stato di emergenza” da parte della Moneda, argomento assurdo e falso di cui si è servito anche  il corrotto presidente che oggi governa l’Ecuador, e pesantemente smentito dai fatti.

 

 

 

Lo stupore ufficiale e quello dei settori dell’opposizione solidali con il modello economico-politico ereditato dalla dittatura manca completamente di fondamento, se non altro per l’anacronismo dell’opulenta partitocrazia dominante (una delle meglio remunerate del mondo), per la sua incredibile cecità e il suo completo isolamento dalle condizioni in cui vivono – o sopravvivono – milioni di cilene e cileni. Per un occhio ben aperto, se c’è qualcosa che sorprende è l’efficacia della propaganda che, per decenni, ha convinto i cileni e gli altri delle eccelse virtù del modello cileno.

 

Tale modello è stato esaltato fino alla nausea dai principali pubblicisti dell’impero a queste latitudini: politologi e accademici benpensanti, operatori e lobbisti mascherati da giornalisti o intellettuali coloniali come Mario Vargas Llosa che, in un articolo recente, fustigava senza pietà i “populismi” esistenti o emergenti che affliggono la regione mentre esaltava il progresso “a passi da gigante” del Cile.

 

Questo paese è, per gli opinionisti benpensanti, il felice culmine di un doppio passaggio: quello dalla dittatura alla democrazia e dall’economia interventista a quella di mercato. Il primo non è vero, il secondo sì, con un’aggravante: in pochissimi paesi il capitalismo ha spazzato via i diritti fondamentali delle persone come in Cile, trasformandoli in costose merci alla portata solo di pochi. L’acqua, la salute, l’educazione, la sicurezza sociale, i trasporti, la casa, la ricchezza mineraria, i boschi e il litorale marino sono stati voracemente divorati dagli amici del regime, durante la dittatura di Pinochet, e con rinnovato impeto nella presunta “democrazia” che le è succeduta.

 

 

 

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lun

21

ott

2019

CILE

 

Il Cile e la sua ‘notte delle streghe’: l’incendio spontaneo del modello neoliberista

 

di Paul Walder (*); da: surysur.net; 19.10.2019

 

 

 

Può essere che il 18 ottobre sia considerato come un momento della rivolta popolare. O forse che altri momenti di maggiore intensità lo seguano. Ma senza dubbio, a partire da questo giorno qualcosa è cambiato in Cile. Il modello neoliberista, oggi amministrato da Sebastián Piñera ma amato dai tempi di Ricardo Lagos e di Michelle Bachelet, è ferito a morte.

 

La dichiarazione dello stato di emergenza da parte del presidente, che dà facoltà all’esercito di ristabilire l’ordine a Santiago, non risolve il problema ma lo aggrava.

 

 

 

Non è una coincidenza che - poco meno di una settimana da quando sono finite le proteste in Ecuador, che hanno obbligato Lenìn Moreno a fare un passo indietro sul rialzo del prezzo dei carburanti - Santiago del Cile viva incidenti e manifestazioni simili.

 

Il rialzo delle tariffe dei treni metropolitani di Santiago ha provocato, a partire da lunedì, una scalata di proteste che, il venerdì notte, ha raggiunto un’estensione e un’intensità mai vista durante il periodo della post-dittatura. In entrambi i casi c’è un filo comune: il modello di mercato e i rialzi come la goccia che fa traboccare il vaso pieno di pazienza.

 

 

 

Primo atto: le proteste sono cominciate all’inizio della settimana da parte di studenti medi superiori organizzati attraverso le reti sociali per assaltare i tornelli del metro. Azioni puntuali che, con il passare delle ore e dei giorni si sono estese a tutte le stazioni della rete ferroviaria. Il successo pieno delle azioni, che ha visto una retro-alimentazione positiva e di grande velocità, ha ampliato in modo spontaneo le azioni che si sono riprodotte in intensità e frequenza.

 

Un secondo atto si apre con l’intervento ogni volta più brutale dei carabinieri e con l’abituale violenza delle forze speciali. Ed è a partire da qui che tutto sfugge al controllo. Se all’inizio erano gli studenti in un processo di disobbedienza civile, verso venerdì i disordini diventano barricate nelle strade, distruzione delle scale mobili, incendio degli autobus e delle auto della polizia, dei cassonetti della spazzatura e delle stazioni del Metro.

 

Durante la notte brucia un edificio dell’Enel, un’espressione sulla vera natura della protesta. Non sono solo le tariffe del metro. E’ un sistema basato su quello che David Harvey chiama ‘accumulazione per spoliazione”. Ogni cileno sente che le grandi multinazionali lo fregano un poco ogni giorno. Un furto che dura da decenni, dalle tariffe dei servizi ai crediti usurai, al trasporto, alle pensioni private miserabili, o al profitto sull’educazione  e sulla salute.

 

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ven

18

ott

2019

DIRITTI UMANI

 

Vittoria storica del Venezuela all'ONU. La maggioranza dell'assemblea vota a suo favore

 di Pino Arlacchi (*); da: lantidiplomatico.it; 18.10.2019

  

 

Era davvero Davide contro Golia. Tutta la potenza di fuoco politica e mediatica degli Stati Uniti da un lato, e il Venezuela dall'altro. Un confronto dall’esito pressochè scontato. Dato anche il terreno, i diritti umani, su cui Caracas é costretta a giocare in difesa, data l’enorme amplificazione delle sue pecche in materia che domina da mesi l’opinione pubblica globale.

 

 Contro l’elezione del Venezuela al Consiglio dei diritti umani il blocco dei 50 paesi che hanno riconosciuto Guaidò ha usato tutti i mezzi a propria disposizione: lettere, incontri bilaterali, riunioni ad hoc per scaldare i paesi consenzienti e vincere le perplessità degli incerti, mobilitazione dei social media e delle ONG più note in questo campo, fake news a ruota libera, pressioni al limite del bullismo e dell’estorsione sui piccoli paesi. Quelli per i quali l’Assemblea Generale ONU è l’unico posto dove contano qualcosa, dato il criterio di “un paese, un voto”, e dato che è l’unica platea globale dove possono perlomeno far sentire la propria voce.

 

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mer

16

ott

2019

Manifestazioni contro la Turchia che bombarda i curdi siriani

 

Manifestazioni contro la Turchia che bombarda i curdi siriani: qualche osservazione

  

Sabato 12 ottobre e lunedì 14 Milano ha visto ben due manifestazioni contro l’attacco della Turchia ai curdi.

 

In piazza San Babila, del tutto  ignorata dai media, quella del “Comitato contro la Guerra”, il cui striscione principale recitava “Giù le mani dalla Siria e dall’Iran”. In via Canova, davanti al Consolato turco, quella dei partiti (di governo) e dei sindacati, finita su tutti i giornali.

 

L’attacco della Turchia è diretto ai curdi del nord della Siria. Proprio così, non va dimenticato che tale attacco è diretto a parte del territorio di uno Stato sovrano, la Siria appunto (e forse per questo lo striscione di piazza San Babila non è piaciuto ai media), devastata da anni di guerra in cui le nostre “anime belle” hanno tranquillamente accettato e ripetuto non solo le panzane sulle armi chimiche di al Assad e sulla democraticità dei vari “ribelli”, ma hanno fornito appoggio logistico alle forze NATO coinvolte (Turchia compresa). E per non sbagliare, mentre i partiti che lo compongono hanno manifestato a Milano, il presidente del Consiglio Conte ha assicurato al Segretario generale della NATO Stoltenberg che l’Italia aumenterà il suo contributo all’Organizzazione Atlantica di ben 7 miliardi. 

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lun

14

ott

2019

MORTI SUL LAVORO: UNA STRAGE INARRESTABILE

MORTI SUL LAVORO UNA STRAGE INARRESTABILE.

Al lavoro peggio che in guerra.

Michele Michelino (*)

Ogni giorno dal nord al sud il bollettino di guerra riporta il numero dei morti e dei feriti operai massacrati per il profitto, fra l’indignazione, la rabbia di alcuni e l’indifferenza di molti. Il potere borghese, i capitalisti, considerano normale che un certo numero di lavoratori ogni giorno muoia per il profitto e ritengono questi omicidi effetti collaterali della guerra di classe che conducono contro gli sfruttati.

La realtà dimostra che la contraddizione fra capitale e lavoro si manifesta in tutta la sua brutalità nello sfruttamento e nell’aumento continuo dei morti sul lavoro e nell’indifferenza delle istituzioni.

 

Nell’ultimo decennio sono stati registrati più di 17.000 lavoratori morti sul luogo di lavoro. Numeri impressionanti, drammatici; più morti sul lavoro che in una guerra.

 

Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati della coalizione occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione imperialista che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni. 

Nella crisi si riducono i posti di lavoro e se i lavoratori occupati diminuiscono, i morti sul lavoro aumentano. I dati INAIL (sottostimati perché non tengono conto dei lavoratori senza contratto, in nero) nel 2018 registrano 1.133 vittime, 104 morti in più del 2017.

 

Una strage di lavoratori di quasi 100 persone al mese, e sono in aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 59.585 (+2,5%).

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dom

13

ott

2019

IL TURNO DI HONG KONG

Rivoluzioni “colorate”

Il turno di Hong Kong

di Daniela Trollio (*)

 

Tagliare gole e teste, bruciare vivo chi si ritiene un avversario, spaccare vetrine, buttare bombe molotov ai poliziotti e incendiare le loro caserme, bloccare stazioni ferroviarie distruggendone le installazioni, occupare aeroporti (fatto eccezionale e forse unico se avviene in zone non in guerra dichiarata),  sono azioni che hanno un peso diverso a seconda delle latitudini in cui avvengono. O meglio, a seconda dei governi contro cui sono rivolte e degli interessi economici e geopolitici che ci stanno dietro.

Per cui assistiamo ad una curiosa contraddizione: se i gilet gialli francesi hanno già totalizzato più di 30 arresti solo nel mese di settembre e se le centinaia e centinaia di morti e feriti palestinesi sono totalmente ignorati dai media – solo per fare due esempi -  i manifestanti (organizzati e addestrati militarmente, da quanto si può vedere) che si sono riversati da mesi nelle strade di Hong Kong sono “democratici pacifici” che si battono per i diritti umani e che tutte le potenze occidentali si affrettano a difendere (130 parlamentari inglesi hanno presentato addirittura la proposta di dare la cittadinanza britannica ai cittadini di  Hong Kong, cittadinanza che nessuno si era mai sognato di dare loro quando l’isoletta era colonia britannica).

 

 

E’ un copione che abbiamo già visto. In Iraq, in Libia, in Siria, in Ucraina, in Venezuela …. Proteste e ribellioni nate su problemi specifici che si trasformano in altro e diventano guerre, interventi militari aperti o  “a bassa (andatelo a dire alle vittime…) intensità”: l’obiettivo, improvvisamente, cambia. Diventa il rovesciamento di governi non graditi all’impero. C’è da chiedersi come mai questo copione viene costantemente ripetuto. Forse gli strateghi delle “rivoluzioni colorate” contano sulla nostra scarsa memoria storica.

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ven

11

ott

2019

MEMORIE OPERAIE

mer

09

ott

2019

ECUADOR

 

Ecuador: l’ora dell’insurrezione popolare

 

di Carlos Aznàrez (*); da: lahaine.org; 6.10.2019

 

 

 

Non è come il “Caracazo” venezuelano del 1989 ma gli assomiglia abbastanza. Anche in quell’occasione il presidente Carlos Andrès Pèrez, legato mani e piedi alle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale, decise di alzare i prezzi dei trasporti pubblici  e scoppiò quella ribellione popolare che, con il tempo, servì da antecedente alla nascita dell’attuale Venezuela Bolivariano, tramite Hugo Chàvez.

 

 

 

Ciò che succede in Ecuador è la messa in pratica del manuale coercitivo del Fondo Monetario, attuato da una persona che ha finto di essere una cosa e poi si è trasformato in un’altra. Da tempo il capoccia Moreno ha smesso di essere degno del nome che ha (Lenìn, n.d.t.) visto che, come era prevedibile, nella sua fase finale di caduta in picchiata a livello di popolarità, non solo si vanta di aver tradito la Rivoluzione Cittadina ma anche, sottomesso e codardo, si inginocchia davanti alla banca internazionale.

 

 

 

L’indebitamento e la mancanza di liquidità in un’economia che neppure Rafael Correa era riuscito a sganciare dal dollaro, ha fatto sì che Moreno abbia patteggiato un milionario programma di crediti con il FMI e in quel pacchetto era previsto l’annullamento dei sussidi sui carburanti, che valevano 1.300 milioni didollari all’anno. La risposta immediata del mercato ha provocato un rialzo della nafta che ha  immediatamente colpito i trasporti via terra e simili.

 

Ecco perchè i primi a reagire sono stati i guidatori dei taxi, dei camion e di altri veicoli di uso commerciale, che si sono resi conto che, per i loro portafogli molto impoveriti, quello che stava capitando li portava sul bordo del precipizio.

 

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mer

09

ott

2019

52 ANNI FA VENIVA UCCISO CHE GUEVARA. ONORE AL CHE E A TUTTI QUELLI CHE HANNO COMBATTUTO E CONTINUANO A LOTTARE CONTRO LO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA.

mar

01

ott

2019

CIAO ETTORE, UN ANNO FA CI HAI LASCIATO

ven

27

set

2019

Capitalismo & manipolazione verde

 

Grande partecipazione di giovani alle manifestazioni di oggi, a cui abbiamo partecipato perché riteniamo che sia molto importante che la gente  si muova e partecipi. Vogliamo ricordare però, con questo articolo, che – come diceva Chico Méndes  -“l’ambientalismo senza critica al capitalismo  equivale al giardinaggio”.

 

Il maquillage verde del capitalismo non cambia la sua essenza depredatrice, la favola di Greta e i suoi limiti

di Cecilia Zamudio (*); da: cecilia-zamudio.blogspot.com; 26.9.2019

  

I veri ambientalisti di questo mondo sono i popoli in lotta contro la depredazione perpetrata dalle multinazionali: quelli che danno la loro vita per le loro comunità, per le montagne e per i fiumi. Ogni mese decine di quei veri ambientalisti vengono assassinati nei loro paesi: le pallottole dei sicari del capitalismo multinazionale bucano le loro teste piene di onestà e lotta, ed essi muoiono con le mani pulite, mani che mai hanno stretto quelle infami del Fondo Monetario Internazionale né quelle degli altri vampiri del pianeta.

 

La classe sfruttatrice e il suo sistema si perpetuano sulla base dello sterminio e dell’alienazione, sulla base della violenza e anche sulla base della menzogne imposte attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

  

In varie foto si può vedere Greta Thunberg, il nuovo personaggio mediatizzato dall’apparato culturale del capitalismo, vicino alla direttrice del Fondo Monetario Internazionale e candidata alla Banca Centrale Europea, Christine Lagarde (il FMI, quell’istituzione del capitalismo multinazionale che depreda la natura e affama popoli interi): una stretta di mano che illustra molto bene la felicità dei padroni del mondo nel salutare quelli che li servono bene nell’importante compito di entrare, come cavalli di Troia, in tutte le lotte per incanalare le energie verso strade senza uscita, che manipolano le maggioranze in pseudo-lotte che non vanno mai a toccare la radice dei problemi e, pertanto, non li risolvono.

 

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gio

26

set

2019

NUOVE MINACCE AL VENEZUELA

 

TIAR, la ‘minaccia fantasma’ di Trump contro il Venezuela

 di Luis Gonzalo Segura (*); da: actualidad.rt.com/opinion; 16.9.2019

 

 

Il 31 agosto 1939, un po’ più di 80 anni fa, un commando tedesco guidato da Alfred Naujocks, terrorista e truffatore, organizzò una pantomima nella stazione radiofonica tedesca di Gliwice con l’intento di incolpare della stessa i polacchi. Dopo il trucco, Hitler ebbe la sua guerra e il mondo un inferno.

  

Donald Trump aspetta ancora la sua guerra in Venezuela, perchè se la Polonia cadde in un mese Maduro resiste ogni volta ai colpi dell’ariete nordamericano. L’ultimo, l’insolito colpo di Stato di Juan Guaidò. Insolito perchè fare un golpe cercando di convincere i vertici militari tramiite la televisione non è per niente frequente.

  

Dopo i fallimento di Guaidò, che più di 60 paesi non riconoscono, il nuovo imbroglio di Donald Trump per ottenere il collasso in Venezuela – o la guerra, uno vale l’altra – consiste nell’invocare il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca o TIAR. Uno stratagemma molto più grossolano di quello impiegato da Hitler nell’Alta Slesia polacca per motivi diversi.

 

 L’inganno: il TIAR

 Il TIAR – o trattato di Rio – è un trattato di mutua difesa tra paesi americani, firmato il 2 settembre 1947, che si vuole trasformare in uno strumento di difesa collettiva sovranazionale al servizio degli USA per sottomettere le nazioni americane ma che, a differenza di quanto accaduto in Europa – il patto della NATO, firmato nel 1949, due anni dopo – è fallito strepitosamente (il TIAR dipende dall’Organizzazione degli Stati Americani e dalla Giunta interamericana di Difesa).

 

Nell’art. 3, comma 1, viene concordato il principio della difesa collettiva e si stabilisce che qualsiasi aggressione armata sofferta da uno Stato americano sarà considerata come un attacco contro tutti gli Stati americani che, quindi, sono impegnati a difendersi dall’aggressore come se gli aggrediti fossero tutti.

 

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mer

25

set

2019

RISCALDAMENTO GLOBALE

Riceviamo e condividiamo

 

Riscaldamento globale

 

Il capitalismo non è un problema, è il problema!

 

 

Venerdì 27 settembre decine di migliaia di studenti, giovani e lavoratori sciopereranno e manifesteranno a difesa dell’ambiente. È una mobilitazione importante perché le conseguenze del riscaldamento globale - ondate di calore, scioglimento dei ghiacci, desertificazione, perdita di biodiversità etc. – sono sempre più gravi, impattando sulle condizioni di vita e di lavoro, soprattutto delle classi meno abbienti.

Noi comunisti saremo in piazza, con le nostre proposte e parole d’ordine rivoluzionarie, per fare chiarezza sulla causa e la soluzione della crisi ecologica.

Ci si chiede cosa fare per fermare il mutamento del clima. Per la risposta è d'obbligo la domanda: chi è il principale responsabile della catastrofe ambientale? È il sistema capitalista-imperialista, dominante a livello planetario, in crisi profonda che ha raggiunto i limiti del suo spazio ecologico, determinando la distruzione delle condizioni che permettono la vita umana e di altre specie viventi.

Al vertice di questo sistema vi sono grandi monopoli finanziari, industriali, energetici, commerciali, dell’agro-business. Sono i maggiori responsabili delle emissioni di carbonio, del saccheggio e della devastazione ambientale, della sovrapproduzione di merci inutili e nocive, degli incendi boschivi e dei disastri ambientali, dunque del cambio climatico.

 

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lun

23

set

2019

Medio Oriente

 

Ricordando il massacro di Sabra e Chatila

 di Nasim Ahmed (*); da: lahaine.org; 23.9.2019

 

Proprio questa settimana di trentasette anni fa uno dei capitoli più sanguinari della storia palestinese fu scritto in un campo di rifugiati in Libano. Attorniati da ogni lato dalle forze israeliane, migliaia di rifugiati, privi di guida e della protezione della comunità internazionale, furono assassinati durante una mattanza durata due giorni nel campo di rifugiati di Chatila e in quello di Sabra, vicino a Beirut, dalla milizia falangista cristiana, i paramilitari alleati di Israele in Libano.

 Quando? Dal 16 al 18 settembre 1982.

  

Cosa successe?

15 settembre: le forze israeliane, che avevano invaso il Libano tre mesi prima, avanzarono verso Beirut e accerchiarono il campo di rifugiati palestinesi di Chatila. Gli USA avevano già negoziato un piccolo “cessate il fuoco” per permettere che la leadership dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con più di 14.000 combattenti, abbandonasse il paese, devastato dalla guerra civile. La Risoluzione 520 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, datata 17 settembre, venne approvata all’unanimità e condannò “le recenti incursioni israeliane a Beirut in violazione degli accordi per il ‘cessate il fuoco’ e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”. Israele ignorò anche questa risoluzione.

  

Praticamente isolati dal mondo esterno dai carri armati israeliani, centinaia di combattenti  falangisti – un gruppo di miliziani cristiani ispirati da fascisti europei – furono istruiti dalle forze israeliane per eliminare i membri dell’OLP nell’area.  Quanto successe il giorno e mezzo dopo fece orrore al mondo.

 

 

 

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dom

22

set

2019

Elezioni israeliane

 

L’unico ghetto ebreo in Medio Oriente

 

di Gilad Atzmon (*); da: rebelion.org; 22.9.2019

 

 

 

I risultati delle elezioni israeliane di martedì (vinte dalla Lista Azzurro e Bianco dell’ex capo di stato maggiore Benny Gantz con 33 parlamentari sui 31 ottenuti dal Likud di Netanyahu, in un parlamento che prevede 120 parlamentari  e 61 scranni per eleggere il primo ministro, n.d.t.) hanno confermato ciò che molti di noi sanno da tempo. Lo Stato ebreo è un pantano di nazionalisti di ultra-destra. Israele è più fanatico che mai. Non c’è un solo partito ebreo israeliano di sinistra. Il Partito Democratico è diretto e consigliato da un criminale di guerra. Quello che resta del Partito Laburista di Israele ha ben poco a che vedere con la pace, l’armonia e la riconciliazione. Di fatto anche questo partito è diretto da una persona accusata di crimini di guerra.

 

 

 

Così come stanno le cose, nonostante il blocco di destra di Bibi (Netanyahu, n.d.t.) si sia ridotto, Israele è più  a destra che mai. Il primo ministro israeliano con più anni di servizio non può formare la sua illegittima coalizione religiosa di destra.

 

La maggioranza dei commentatori israeliani è d’accordo sul fatto che l’unico modo di uscire dalla stagnazione politica attuale è con un ampio governo ultra-nazionalista composto dal Likud, da Azzurro e Bianco e da altri. Questa coalizione verrà negoziata nei prossimi giorni dal rabbioso fanatico nazionalista Avigdor Lieberman, che si è abilmente trasformato in quello che può fare il re di Israele

 

 

 

Anche se Netanyahu ha dimostrato di essere abbastanza cauto nel dispiegamento delle vaste forze militari di Israele, abbiamo buone ragioni per credere che una coalizione diretta da Azzurro e Bianco e dai suoi generali dell’esercito, da Liberman e Netanyahu può essere meno esperta in tali manovre.

 

I componenti del prossimo governo di Israele sono destinati a competere tra loro per il titolo di “signor sicurezza”. Saranno decisi a ristabilire il “potere di dissuasione” israeliano sparito da molto tempo e, presumibilmente, premeranno per misure discutibili che probabilmente porteranno la regione ad una macelleria.

 

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ven

20

set

2019

NO ALLA SGOMBERO DALLA NOSTRA SEDE

gio

19

set

2019

Stati Uniti

 

Senza Bolton la politica estera degli USA cambierà?

di Atilio A. Boron (*); da: rebelion.org; 18.9.2019

 

Non mancano gli illusi che pensano che con l’uscita di John Bolton la politica militarista di Donald Trump acquisirebbe un carattere meno virulento, sia nei gesti che nei contenuti e, quindi, diventerebbe meno pericolosa par la pace e la sicurezza internazionali.  Grave errore.

  

E’ vero che c’erano differenze tra ciò che proponeva l’ex consigliere alla Sicurezza Nazionale e il presidente su vari temi chiave. Mentre dalle pagine del New York Times il primo consigliava di bombardare l’Iran per evitare che il paese accedesse alla bomba atomica (che gli USA hanno già concesso a Israele da decenni), Trump  aveva dubbi sull’efficacia di questa politica, non certo sulla sua immoralità.

  

Gli esperti del Pentagono hanno sicuramente avvertito l’occupante della Casa Bianca che, come Jorge Luìs Borges disse una volta dei militari argentini, nemmeno Bolton “aveva sentito in vita sua fischiare una sola pallottola” sopra la sua testa, e che le sue bravate erano i pericolosi spropositi di qualcuno che ignorava del tutto l’arte della guerra. Il falco razzista e xenofobo, oggi “involontariamente disoccupato” (come preciserebbe scherzosamente J.M. Keynes) era così stupido da proporre anche di bombardare la Corea del Nord, senza rendersi conto che Seul e Tokyo – le due principali città di quei cruciali alleati degli Stati Uniti in Asia, Corea e Giappone – avrebbero potuto essere ridotte in cenere dalla rappresaglia nord-coreana non appena iniziato l’attacco statunitense.

 

La tecnologia moderna fa sì che ogni attacco nucleare, per improvviso che sia, non sarà mai sufficientemente distruttivo da evitare la reazione dell’aggredito.

 

Questo è quanto il grezzo Bolton non ha mai capito e quello che i militari del Pentagono hanno detto a Trump. Egli sosteneva anche l’accelerazione della aggressione contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, non scartando un’invasione militare che, come si dice ogni momento, è “un’opzione sempre sul tavolo”. Questa minaccia non si è materializzata, anche se nelle ultime settimane la Casa Bianca ha mosso il suo ipocrita pedone di Bogotà, ordinandogli di creare una situazione molto tesa alla frontiera colombiano-venezuelana.  Se queste schermaglie arrivassero ad un risultato violento, gli Stati Uniti potrebbero invocare il TIAR (Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca, n.d.t.), che non a caso è stato riattivato in questi giorni, per riunire forze e andare in ‘aiuto’ alla Colombia “aggredita” dal Venezuela. E’ poco probabile che qualcuno gli creda, però le torve intenzioni sono innegabili.

 

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lun

16

set

2019

Venezuela

Perché in Italia nessuno parla dei collegamenti tra il golpista venezuelano Guaidò e i narco-paramilitari colombiani?

di Fabrizio Verde; da: lantidiplomatico.it; 14.9.2019

 

A oltre ventiquattro ore dall’uscita delle immagini che rivelano le connessioni tra il golpista venezuelano Juan Guaido e il gruppo narco-paramilitare colombiano ‘Los Rastrojos’ la notizia in Italia non sembra interessare a nessun media del circuito mainstream. Mentre invece ha fatto quasi immediatamente il giro del mondo. Come si può evincere da una semplice ricerca su Google News.

 

Gli stessi media mainstream italici che di solito sono fin troppo loquaci quando si tratta di attaccare la Repubblica Bolivariana del Venezuela a suon di fake news.

 

Il direttore della ONG per i diritti umani Fundación Progresar attiva in Colombia, Wilfredo Cañizares, ha pubblicato delle foto dove è ritratto l’autoproclamato presidente Guaidó con due comandanti del gruppo paramilitare. L’esponente di Voluntad Popular si abbraccia con Jhon Jairo Durán Contreras, alias El Menor, e Albeiro Lobo Quintero, alias El Brother.

 

Cañizares mostra inoltre come Guaidó sia entrato illegalmente in Colombia con l'aiuto di alias El Menor e alias El Brother, per poi montare il suo show sui presunti aiuti umanitari da introdurre in Venezuela attraverso il ponte Simon Bolivar al confine con la Colombia.

 

Insomma, gli ingredienti per montare un’interessante inchiesta giornalistica ci sono tutti, ma i media mainstream italiani hanno deciso di ignorare la vicenda.

Evidentemente imbarazza troppo chi ha deciso di sostenere questo personaggio e la sua strategia golpista guidata dai governi di Stati Uniti e Colombia. In Italia Lega e Partito Democratico su tutti. A dimostrazione di come questi due partiti che a parole si collocano a distanza siderale sono in realtà molto vicini e condividono le medesime posizioni su molte questioni. 

 

Da segnalare, in negativo, è invece Tgcom 24 di Mediaset che si limitata a comunicare che nei confronti di Guaido le autorità venezuelane hanno aperto un’inchiesta - come accadrebbe tra l’altro in qualsiasi paese del mondo - per presunti legami con gruppi paramilitari colombiani. Delle foto che rappresentano una prova schiacciante non si fa neanche menzione. Così come del ruolo giocato dal gruppo paramilitare nell’entrata illegale in Colombia del golpista venezuelano.

 

Proviamo solo a immaginare per un attimo cosa sarebbe accaduto a livello mediatico se fossero uscite delle foto ritraenti un qualsiasi dirigente bolivariano in compagnia di guerriglieri e paramilitari.

 

Una canea mediatica con i democratici di turno a invocare l’intervento umanitario per fermare gli irresponsabili dirigenti di Caracas.

 

La memoria torna all’istante all’ineffabile Roberto Saviano che imbastì un’operazione mediatica contro un dirigente di primo piano del Venezuela come Diosdado Cabello. Una grossolana operazione di diffamazione dove l’allora presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana veniva indicato alla testa del fantomatico ‘Cartel de los Soles’. Uno strano cartello dedicato al traffico di droga di cui non è mai emersa alcuna evidenza, fotografia o intercettazione. Tranne le ‘rivelazioni’ fornite da due latitanti venezuelani – Rafael Isea e Leasmy Salazar – dapprima spariti e poi riapparsi negli Stati Uniti per sottrarsi al corso della giustizia venezuelana.

 

 

L’ennesima triste conferma che i fustigatori delle fake news, quelli che dicono di volerle combattere strenuamente in nome della verità e della democrazia, in realtà le utilizzano a piene mani per servire interessi e strategie dei loro padrini politici. Siano essi seduti in quel di Washington o Bruxelles.

gio

12

set

2019

ANCHE OGGI QUATTRO OPERAI SONO MORTI

ANCHE OGGI QUATTRO OPERAI SONO MORTI IN UNA AZIENDA AGRICOLA DEL PAVESE.

IL PROFITTO VIENE PRIMA DELLA VITA UMANA.

 

Quattro operai sono annegati oggi in una vasca di liquami di un'azienda agricola di Arena Po, in provincia di Pavia.

Uno di essi è caduto in una fossa di liquami e gli altri tre compagni di lavoro, probabilmente, sono morti nel tentativo di salvarlo. Non ci hanno pensato neanche un secondo, non hanno esitato ad andare in suo soccorso pur senza  avere a disposizione alcun dispositivo di protezione.

 

La vita degli operai per i padroni non vale niente; per ottenere il massimo profitto risparmiano anche i pochi euro necessari a fornire misure di protezione individuali e collettive, mandandoli consapevolmente a morte certa. Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, il ricatto occupazionale, la mancanza di un’organizzazione politica e sindacale di classe, proletaria, lascia i lavoratori alla completamente alla mercé dei padroni. Per i capitalisti gli operai e i lavoratori sono solo merce-forza lavoro, carne da macello e ci sono tanti disoccupati pronti a prendere il loro posto per lavorare in cambio di un tozzo di pane.

Per i padroni gli investimenti devono essere produttivi, ciò che non rende profitto è capitale morto.

Muoia dunque l’operaio purché si valorizzi il capitale!

 

E che dire di governo e istituzioni, che si professano al servizio di tutti i cittadini? Anche per loro, di destra o di presunta “sinistra”, i problemi sono altri, gli operai e i lavoratori non esistono. Meritano solo qualche lacrima di coccodrillo.

 

Per i proletari, per i quattro operai che non hanno esitato a dare la loro vita nel disperato tentativo di salvare un compagno, i valori morali, sociali e gli interessi di classe e umani sono altri. Quando non si ha proprietà dei mezzi di produzione da difendere, quando si è costretti a vendere quotidianamente le proprie braccia per vivere, quando la solidarietà con i propri compagni diventa l’unica possibilità di difendersi dallo sfruttamento, ci si può anche gettare in una fossa piena di veleni per allungare un braccio al proprio compagno di sventura.

 

Purtroppo anche oggi come ogni giorno sui posti di lavoro, gli operai e i lavoratori muoiono per il profitto, 4 lavoratori vengono assassinati e-  a parte gli onori della cronaca per un giorno perché sono morti tutti insieme - e le lacrime di coccodrillo del capo dello stato, del governo e di Confindustria (complici di questa mattanza) per loro restano solo il dolore e i drammi delle famiglie che piangeranno i loro morti nell’oblio, in attesa di una giustizia che non arriverà mai.

Nel sistema capitalista, tutte le istituzioni, compresi i sindacati che “rappresentano i lavoratori” che considerano legittimo e legale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’umanità si distingue per il valore della pelle:  ci sono quelle pregiate e quelle che non valgono nulla se non una protesta formale.

D’altra parte ogni giorno ci sono decine di morti sul lavoro e per malattie professionali, migliaia gli operai e i lavoratori che ogni anno vengono assassinati sul posto di lavoro e scioperare per ciascuno significherebbe far perdere ai padroni decine di migliaia di ore di profitti. Dove andrebbe a finire la solidarietà nazionale per salvare i padroni dalla crisi?

 

La contraddizione fra capitale e lavoro fa morti, feriti e invalidi ogni giorno.

Oggi listiamo a lutto le nostre bandiere rosse per il sangue proletario versato. Ancora una volta il capitalismo dimostra che è morte per gli sfruttati.

BASTA LACRIME: ORGANIZZIAMO ASSEMBLEE NEI POSTI DÌ LAVORO E NEL TERRITORIO, SCENDIAMO IN PIAZZA IN OGNI LUOGO MANIFESTANDO LA NOSTRA OPPOZIONE.

LAVORIAMO PER ORGANIZZARE UNA ASSEMBLEA NAZIONALE OPERAIA E PROLETARIA E UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL SISTEMA DÌ SFRUTTAMENTO CAPITALISTA CHE UCCIDE GLI ESSERI UMANI E LA NATURA.

ONORE AI QUATTRO FRATELLI DÌ CLASSE MORTI E SOLIDARIETA ALLE LORO FAMIGLIE .

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

gio

12

set

2019

IL GIORNO di oggi 12 settembre

mer

11

set

2019

settembre ha il volto

 

Settembre ha il volto di Salvador Allende

 

(Prendiamo a prestito il titolo di un articolo di Gustavo Espinoza M., giornalista e professore peruviano,  per ricordare la morte di Salvador Allende, avvenuta l’11 settembre 1973, attraverso alcuni estratti  e frammenti di un lungo discorso di Fidel Castro. Chi volesse leggere il discorso completo – in spagnolo - può farlo su http://www.cuba.cu/gobierno/discursos/1973/esp/f280973e.html)

  

Discorso pronunciato da Fidel Castro Ruz, presidente della Repubblica di Cuba, in solidarietà all’eroico popolo del Cile e in omaggio postumo al dott. Salvador Allende – 28 settembre 1973

  

Sig.ra Hortensia Bussi, Signora Beatriz Allende, compagni dirigenti del Partito e del Governo, compagni e compagne,

 

Questo anniversario dei Comitati di Difesa della Rivoluzione è dedicato al ricordo del presidente Allende e alla solidarietà con il popolo del Cile.  Solo dieci mesi fa, il 13 dicembre 1972, in questa stessa Piazza il nostro popolo ha avuto l’ultimo incontro con il presidente Allende. Centinaia di migliaia di cubani si sono riuniti con lui in questa piazza per ascoltare le sue magnifiche parole e per esprimere la nostra fiducia, le nostre simpatie e il nostro appoggio al presidente Allende e al processo rivoluzionario del Cile; per esprimere la nostra decisione di appoggiarlo nella misura delle nostre forze, dimostrata in quella occasione con un gesto che noi sappiamo colpì profondamente il cuore del presidente Allende: la decisione fu quella di privarci di un po’ dei nostri alimenti per inviarli al popolo cileno.

  

Uomo profondamente umano, egli trovò il tempo per visitare tutti quei luoghi dove era stato nelle sue numerose visite nel nostro paese quando ancora non era il Presidente del Cile. E ricevette tutti i compagni che si erano occupati di lui, li ringraziò ed espresse loro la sua riconoscenza.

Questa è l’immagine che noi ricordiamo di quell’uomo umano, di quell’uomo onorato, di quell’uomo fermo, di quell’amico leale che è stato il presidente Salvador Allende.

 

E in questa stessa Piazza ci convincemmo che egli avrebbe saputo comportarsi in modo rivoluzionario nelle ore critiche, e in questa stessa Piazza ci disse che alla violenza controrivoluzionaria il popolo cileno avrebbe risposto con la violenza rivoluzionaria.

 

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mar

10

set

2019

IL MEDITERRANEO, CIMITERO DI POVERI

Il Mediterraneo, cimitero di poveri

 

di Marcos Roitman Rosenmann (*); da: jornada.com.mw; 29.8.2019

 

 

 

Mentre la colta Europa guarda da un’altra parte, migliaia di subsahariani muoiono affogati nelle acque di un mare la cui storia è carica di eventi. Tre civiltà, direbbe Braudel, sono confluite nella sua articolazione politica, dando vita a personaggi, progetti di dominazione e mancati incontri. E’ stato un campo di battaglia, di controllo imperiale. Ha affrontato l’Occidente, Roma e la Grecia; cristiani, ortodossi e musulmani.

 

Oggi è un cimitero di poveri. L’aporofobia – la paura, il rifiuto, l’avversione ai poveri – si impossessa delle classi dominanti dell’Europa mediterranea. Migliaia di migranti vivono una tragedia, fuggono dalla fame, dalla tortura, dalle guerre civili, dalle canagliesche ‘operazioni umanitarie’ organizzate dalla NATO e dai paesi civilizzati …. la Libia per non andare troppo lontano.

Ingenui… pensano di essere accolti a braccia aperti, come dice il nome di una delle navi che li hanno raccolti in alto mare – la OpenArms. 

 

Invece non sono benvenuti da governi e autorità. Vengono da zattere, non da yachts o navi da crociera che fanno la rotta di un Mediterraneo dove tutto è meraviglioso. Se capitasse a chi ci viaggia sopra di essere dei naufraghi nessuno avrebbe da ridire sul loro salvataggio.

 

Ma i sopravvissuti sono poveri, le loro storie sono irrilevanti. Non appartengono al ‘beautiful people’, non bevono champagne né posseggono forniti conti bancari. Dovrebbero essere morti, non hanno diritto ad una vita degna. Costituiscono un problema. Lo stesso che ha affrontato l’Ocean Viking, la nave noleggiata da Medici senza Frontiere e SOS Méditerranée, con 356 persone salvate a bordo, che non aveva un porto dove attraccare.

 

I suoi occupanti sono appestati. Per giustificare il loro rifiuto, li si stigmatizza: se li si accoglie altri ne verranno in seguito, producendo un effetto a cascata. Bisogna essere inflessibili. Il loro destino è affogare o essere rimpatriati.

 

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dom

08

set

2019

L'IMPERIALISMO IN UNA TAZZA DI CAFFE'

L’imperialismo in una tazza di caffè

 

di John Smith (*) 

 

La corrente principale della vita politica in Europa e America del Nord si divide sempre più in due campi: da un lato conservatori e reazionari che glorificano l’imperialismo e desiderano risuscitarlo, e dall’altro quelli che affermano di essere progressisti, liberali e socialisti, che esprimono in gradi diversi la vergogna per il passato ma negano che l’imperialismo continui ad essere un elemento significativo da usarsi per definire le relazioni tra paesi ricchi e poveri.

Anche il dibattito sulle riparazioni per i crimini di schiavitù e colonizzazione si definisce in termini di correzione degli errori passati, escludendo qualsiasi idea che il saccheggio imperialista della natura e del lavoro vivo continui felicemente nel mondo moderno “post-coloniale”.

 

Una delle ragioni di questa ‘cecità’ è la confusione delle nozioni di imperialismo e conquista coloniale: con l’eccezione dell’Irlanda del Nord e della Palestina occupata, le colonie appartengono al passato e, quindi, anche l’imperialismo.

Ma la dominazione coloniale è solo una delle possibili forme di imperialismo; la sua essenza immutabile è il saccheggio delle ricchezze umane e naturali. Il capitalismo ha generato mezzi di saccheggio nuovi e più efficaci che l’invio di truppe che saccheggiano i paesi poveri e massacrano le loro popolazioni.

Allo stesso modo in cui la schiavitù come possesso di esseri umani fu sostituita dalla moderazione silenziosa della schiavitù salariata, mediante la quale i lavoratori vendono ‘liberamente’ la loro forza lavoro ai capitalisti, il saccheggio coloniale è stato sostituito da quello che conosciamo sotto l’eufemismo di “libero commercio”.

 

I costi del caffé

 

Consideriamo, ad esempio, una tazza di caffé da 3  euro comprata in una catena di bar. Solo 1 centesimo va all’agricoltore che semina e raccoglie il caffé. Negli ultimi anni il prezzo sul mercato mondiale dei grani di caffé verde si è ridotto a 2,40 euro al chilogrammo, arrivando al suo livello storico più basso intermini reali. Per la maggioranza dei 25 milioni di piccoli agricoltori che coltivano il 94% del caffé del mondo, questa cifra è molto al di sotto del costo di produzione.

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ven

06

set

2019

HONG KONG: dove il ranocchio Pepe è democratico e il Che Guevara anticomunista

Hong Kong: dove il ranocchio Pepe è democratico e il Che Guevara anticomunista

 

di José Manzaneda (*); da: cubadebate.cu; 5.9.2019

 

Per la stampa occidentale coloro che manifestano a Hong Kong contro il governo cinese sono “attivisti”. Quelli che l’hanno fatto contro la riunione del G7 a Biarritz sono “radicali”.

A Hong Kong ci sono “proteste”, a Biarritz ci sono stati “scontri” o “sommosse”.

L’estrema violenza e le bandiere degli USA e del Regno Unito agitate nelle manifestazioni di Hong Kong sono elementi nascosti con grande cura dalla stampa, che insiste sul controllo delle informazioni da parte del governo cinese mentre giustifica – ad esempio – la chiusura di più di 200 siti su Youtube che difendono Pechino.

E’ la stampa “fluida” che trasforma nel “Che Guevara di Hong Kong” un leader anticomunista e “il ranocchio Pepe” (un meme di internet; un'idea, stile o azione che si propaga attraverso Internet, spesso per imitazione, diventando improvvisamente famosa., n.d.t.), un’icona dell’estrema destra degli USA, nel nuovo simbolo pro-democrazia.

 

Ma la guerra commerciale su grande scala della Casa Bianca contro la Cina .... non ha nulla a che vedere con questo, vero?!

 

Quando leggiamo qualcosa sulla letteratura cubana, automaticamente appare la presunta “censura”. Ma che Donald Trump approvi nuove proibizioni per evitare accordi tra editori statunitensi e Cuba non è censura .... né è una notizia. 

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lun

02

set

2019

COLOMBIA. FARC, LA ROSA E IL FUCILE

Colombia. FARC, la rosa e il fucile

 

di Geraldina Colotti (*); da: lantidiplomatico.it; 2.9.2019

 

Con un lungo documento di analisi, le Farc - Ep tornano a essere Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejercito del Pueblo, e lasciano ai compagni e alle compagne che non condividono la loro scelta l’acronimo Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comùn) con il quale si erano trasformate in partito politico scegliendo il simbolo della rosa con la stella al centro, nell’agosto del 2017. Si consuma così una lunga e travagliata scissione che, a partire dal gruppo dirigente, ha progressivamente reso esplicite differenze di merito e di metodo che non hanno trovato composizione.

 

 

Da una parte, l’ex vicesegretario delle Farc, Ivan Marquez, che ha ripreso le armi insieme a due altri dirigenti storici, Jesus Santrich – recentemente uscito dal carcere - e Hernan Dario Velasquez, nome di battaglia el Paisa. Dall’altro, Rodrigo Londoño, presidente del partito politico Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común, che ha respinto il ritorno alle armi per ribadire che la maggioranza degli ex guerriglieri intende mantenere gli impegni presi con gli accordi di pace del 2016.

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dom

01

set

2019

I BOSCHI DEL PIANETA BRUCIANO SULL'ALTARE DEL CAPITALISMO

I boschi del pianeta bruciano sull’altare del capitalismo

 

di Cecilia Zamudio (*); da: rebelion.org; 29.8.2019

 

I boschi del pianeta stanno bruciando sull’altare del capitalismo: i roghi sono il meccanismo precedente al saccheggio capitalista. L’Amazzonia e altre zone boscose della regione, i boschi dell’Africa Centrale, il bosco tropicale dell’Indonesia, bruciano.

Gran parte delle aree in fiamme sono boschi protetti: una volta distrutti dal fuoco, una volta scacciate le comunità indigene, i territori saranno saccheggiati dalle multinazionali dei settori minerario, idroelettrico, dell’agricoltura industriale. Commettendo ecocidio e genocidio le multinazionali realizzano l’accumulazione capitalista: migliaia di specie si estinguono, gli ultimi popoli indigeni dei boschi tropicali patiscono lo sterminio.  

 

 

La borghesia multinazionale mette i suoi macellai più efficaci alla presidenza dei paesi strategici (via, non inganniamoci, è la borghesia che sceglie i presidenti, dirigendo il “voto” attraverso i suoi mezzi di alienazione di massa). Così, ad esempio, in Brasile –paese ricchissimo di risorse – la borghesia ha scelto un Bolsonaro che ha subito chiarito che “avrebbe messo fine alle riserve indigene” perché sono un ostacolo “all’economia”, cioè un ostacolo al profitto di un pugno di milionari. Per questo non di dà da fare nello spegnere gli incendi.  La borghesia mette mano allo strumento fascista quando vuole aumentare brutalmente i livelli di saccheggio dell’ambiente e aumentare il tasso di sfruttamento dei lavoratori.

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ven

30

ago

2019

CAMBIANO I GOVERNI MA LA MUSICA PER GLI OPERAI E I LAVORATORI E’ SEMPRE LA STESSA

CAMBIANO I GOVERNI MA LA MUSICA PER GLI OPERAI E I LAVORATORI E’ SEMPRE LA STESSA

In questi giorni di crisi di governo giallo verde mentre nel parlamento si è consumato l’ennesimo teatrino parlamentare con dirette TV sui principali canali televisivi e sulle prime pagine dei giornali, nelle segrete stanze del potere sono in corso le grandi manovre dei vari partiti (la nuova alleanza fra PD -5stelle, e satelliti del centro sinistra) per formare un nuovo governo che impedisca ora le elezioni.

 

Alleanza fra chi ha approvato i decreti sicurezza di Salvini (che non sono solo contro gli immigrati ma anche contro tutti i lavoratori italiani o no che per difendere il posto di lavoro occupano o presidiano le fabbriche, le strade, ferrovie ecc) e di chi ha introdotto con il governo Renzi il Job act, l’abolizione dell’art. 18, il pagamento delle spese processuali per chi perde le cause di lavoro contro i padroni per far valere i propri diritti, o per nuove elezioni come chiede il centrodestra.

 

L’obiettivo di tutti i governi dei padroni è quello di abbassare il costo del lavoro per gli industriali, per questo i governi borghesi al di là del colore e dei partiti che lo compongono sono semplicemente dei comitati d’affari del capitale.

Dietro il circo mediatico nel paese reale continua inarrestabilmente a peggiorare la vita dei proletari, di chi produce e lavora per un tozzo di pane, con salari da fame per valorizzare il capitale e aumentare i profitti dei padroni. Gli operai, italiani o immigrati, continuano a essere sfruttati come prima, più di prima, senza sicurezza sul lavoro e a morire ogni giorno per il profitto. Per chi il lavoro non c’è, l’ha, i disoccupati, i pensionati proletari, la situazione è ancora peggiore perché con i tagli alla sanità e allo stato sociale non possono neanche più curarsi.

 

La ricerca del massimo profitto sta distruggendo gli esseri umani e la natura.

I vari partiti oggi sulla scena politica italiana e il loro “conflitto” mediatico in realtà rappresentano gli interessi delle varie frazioni di classe della borghesia. Ogni governo borghese che arriva peggiora le condizioni dei proletari i quali non avendo “santi in paradiso”, rappresentanza in parlamento, e un loro partito, non possono che subire le scelte dei padroni e dei loro rappresentanti politici.

E’ arrivato il momento per i proletari di unirsi sui loro interessi di classe, per porre all’ordine del giorno la costruzione di un’organizzazione politica della classe autonoma e indipendente, un partito operaio, proletario, anticapitalista, che lotti per la socializzazione dei mezzi di produzione e un sistema socialista, contro tutti i governi antioperai, lo stato capitalista/imperialista e il sistema “democratico – borghese” dietro il quale si nasconde la dittatura del capitale.

 

Solo abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione si uscirà dalla barbarie e si entrerà nella civiltà.

gio

29

ago

2019

MATERA: MORTI DUE OPERAI

MATERA: ANCHE OGGI SONO MORTI DUE OPERAI DURANTE L’ISPEZIONE NEL POZZO DÌ UNA DISCARICA A CAUSA DELLE ESALAZIONI. Un operaio ha cercato di soccorrere il compagno di lavoro entrato per primo nel pozzo e anche lui è morto.

Ancora due operai morti sul lavoro per esalazioni velenose. Per i padroni e i loro governi di qualsiasi colore Il profitto vale più della vita umana. Fra chiacchiere e lacrime di coccodrillo, Confindustria, Capo dello Stato e Istituzioni, continua senza sosta la guerra di classe del sistema di sfruttamento capitalista contro i lavoratori e la mattanza operaia.

Dai dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna risulta che in questi 12 anni di monitoraggio i morti sul lavoro sono oltre 17000 lavoratori e, dall'inizio dell’anno ad oggi 29 agosto sono morti 938 lavoratori (compresi i morti sulle strade e in itinere) di questi 458 morti sui luoghi di lavoro. 

I padroni assassini pur di risparmiare anche pochi centesimi sulla sicurezza non esitano a mandare a morte i lavoratori perché sanno che continuano a rimanere impuniti. Ora dopo questi ultimi omicidi si aprirà l’ennesimo, lungo processo che come succede nella stragrande maggioranza dei casi finirà con l’amnistia o con l’assoluzione dei padroni assassini.

I morti sul lavoro e di malattie professionali sono crimini contro l’umanità. Solo distruggendo dalle fondamenta la società capitalista che considera normale morire per il profitto è possibile fermare questa strage di lavoratori. Operai, lavoratori, pensionati proletari, nessuno difende i nostri diritti e interessi di classe. I sindacati confederali, ma anche alcuni di quelli di base, si guardano bene dal dichiarare mobilitazioni nazionali, scioperi generali per la sicurezza e contro i morti sul lavoro. Non disturbano i capitalisti perché sanno che ostacolando l’accumulazione dei profitti, i padroni s’incazzano e loro potrebbero perdere alcuni dei privilegi che i padroni gli concedono. Solo cominciando a unirci, organizzandoci, non delegando ad altri la lotta contro lo sfruttamento possiamo cominciare a difenderci.

 

Esprimiamo la nostra solidarietà alle famiglie dei lavoratori assassinati.

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

mer

28

ago

2019

MINACCE E POTERE: PACIFISMO E VIOLENZA

Minacce e potere: pacifismo e violenza

 

La storia insegna che per cambiare la società la classe oppressa è ricorsa inevitabilmente alla violenza organizzata e collettiva per liberarsi e assicurare così il progresso dell'umanità. (Nella foto Sesto San Giovanni, operai in armi alla Breda, 1945)

 

di Michele Michelino (*)

 

Minacciare, demonizzare il nemico, istigare la paura del diverso, reprimere, sono da sempre alcuni dei modi usati dal nemico di classe per ottenere il consenso del popolo a politiche reazionarie, mobilitandolo a sostegno dei suoi interessi. In questo il segretario della Lega Salvini è un maestro.

Tuttavia non possiamo dimenticare che il presente è frutto del passato.

Distruggere l’identità di un popolo o di una classe, cancellare la sua memoria storica, imporre quella del nemico è essenziale e funzionale per perpetuare il saccheggio e lo sfruttamento di un popolo o una classe, perché una classe senza memoria è facilmente manipolabile e sfruttabile.

Manipolare l’opinione pubblica attraverso i media è una delle forme di controllo del potere economico, che è anche padrone dei mezzi di comunicazione. Gli editori, i padroni dei mezzi di comunicazione, dei giornali, TV via cavo, film ecc. sono gli stessi che hanno voce in capitolo nei partiti di centrodestra o centrosinistra borghesi, e di qualsiasi colore. Sono Berlusconi, De Benedetti, Cairo, Caltagirone, il Vaticano e le industrie multinazionali, gli Agnelli, i Pirelli ecc.

 

Nel mondo i conglomerati delle comunicazioni sono diretti, ad esempio, da Time Warner e AOL, e da tutte quelle grandi compagnie di comunicazione in generale con a capo la Westinghouse, la General Electric ecc. Quindi, gli stessi che producono aerei da guerra, automobili, gomme per auto e camion, biciclette, biscotti, merendine e le brioches che si mangiano a colazione, sono gli stessi che governano l’informazione di tutto il mondo.

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mar

27

ago

2019

C'E' DONNA E DONNA....

C’è donna e donna....

Capitalismo e imperialismo hanno bisogno delle loro donne ai vertici europei

di Daniela Trollio (*)

 

Nello scorso luglio alcune donne sono salite agli onori della cronaca, occupando per giorni le prime pagine dei giornali, tanto da far pensare che spirasse un nuovo vento “femminista”.

Cominciamo con le più conosciute.

Christine Lagarde e Ursula von der Leyen sono diventate, rispettivamente e per la prima volta in quanto donne, direttrice della Banca Centrale Europea e presidente della Commissione Europea.

La più nota, la francese Christine Lagarde, ex ministra nei governi conservatori di Chirac e Sarkozy, è stata presidente del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha avuto problemi giudiziari (per aver favorito un ‘grande elettore’ di Sarkozy) ed è stata riconosciuta colpevole di negligenza ma non ha ricevuto alcuna condanna perché – come ha stabilito il tribunale francese che l’ha condannata – “i fatti sono successi in piena crisi economica”: la regola “non disturbare il manovratore” vale sempre, in questi casi. Sotto la sua guida il FMI ha applicato una spietata politica di austerità fiscale verso i paesi sottosviluppati, condannando le loro popolazioni alla disoccupazione e alla povertà crescenti pur di garantire il pagamento del cosiddetto “debito estero” e il salvataggio delle banche e delle corporations in crisi.

Ursula von der Leyen, tedesca, è stata la prima donna nella storia della Germania ad occupare l’incarico di ministra della Difesa. E’ un’aristocratica, discende da una di quelle famiglie di industriali belgi del secolo XIX che fecero la propria fortuna con lo sfruttamento delle risorse naturali del Congo e con il traffico di schiavi.

 

Ha simpatie per Israele, tanto che ha partecipato alla riunione congiunta, e ai successivi festeggiamenti, tra governo tedesco e quello israeliano nel 2008 per il 60° anniversario della nascita dello Stato sionista. Come Ministra della Difesa ha al suo attivo grandi investimenti da parte del suo ministero nell’acquisto, nella fabbricazione e nell’esportazione di armi, tra cui la fornitura di sottomarini all’India, operazione per la quale è stata indagata per corruzione. 

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lun

26

ago

2019

EDITORIALE DI NUOVA UNITA'

Il governo che garantiva un'intera legislatura è caduto dopo 14 mesi
Ancora una volta ribadiamo che è necessario abbattere il sistema capitalista e che è possi
bile vivere senza padroni, quindi senza sfruttamento né oppressione, se si agisce e ci si attrezza per diventare protagonisti del proprio futuro
Qualche lettore che ci segue sul sito internet avrà letto l’editoriale n. 4 pubblicato in attesa del cartaceo, ma considerata la crisi – che comunque era già nell’aria – ci troviamo costretti a cambiarlo per seguire l’attualità anche se i tempi della politica non coincidono con i nostri di stampa.
In questa estate il potere borghese europeo ha stabilito di farsi rappresentare da due donne (leggi pag. 6): 
Christine Lagarde alla BCE, la più pagata al mondo (1.875,48 € al giorno), l'avvocato d'affari del FMI senza essere un'esperta di politica monetaria ma che è stata in grado di "gestire" crisi economiche - da quella Argentina a quella Greca. E la fedelissima di Angela Merkel, Ursula Von der Leyen (Cdu), già ministro della Famiglia (ha 7 figli) e due volte responsabile della Difesa in Germania, alla Commissione Ue. Nomine che, tra l'altro,dimostrano l'ennesimo inganno elettorale, cioè che non è vero che sono gli elettori a stabilire i propri rappresentanti nelle istituzioni e che conferma la giustezza della nostra posizione astensionista, di respingimento di questo carrozzone imperialista.

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dom

25

ago

2019

AMAZZONIA

Amazzonia 

Era il lontano 12 giugno 1992 (27 anni fa!) e Fidel Castro - intervenendo alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo che si teneva proprio in Brasile, a Rio de Janeiro -  pronunciava il seguente discorso: 

 

Sig. Presidente del Brasile, Fernando Collor de Mello

Sig. Segretario Generale delle Nazioni Unite, Butros Ghali;

Eccellenze:

Un’importante specie biologica è a rischio di scomparire per la rapida e progressiva liquidazione delle sue condizioni naturali di vita: l’uomo.

Prendiamo ora coscienza di questo problema, quando è quasi tardi per impedirlo.

 

E’ necessario segnalare che le società del consumo sono le responsabili fondamentali dell’atroce distruzione dell’ambiente. Esse nacquero dalle antiche metropoli coloniali e da politiche imperiali che, a loro volta, generarono  l’arretratezza e la povertà che oggi colpiscono l’immensa maggioranza dell’umanità.

Con solo il 20 per cento della popolazione mondiale, esse consumano due terzi dei metalli e tre quarti dell’energia che si produce nel mondo. Hanno avvelenato mari e fiumi, hanno contaminato l’aria, hanno indebolito e perforato la cappa di ozono, hanno saturato l’atmosfera di gas che alterano le condizioni climatiche con gli effetti catastrofici che già cominciamo a soffrire.

I boschi spariscono, i deserti si estendono, migliaia di milioni di tonnellate di terra fertile finiscono ogni anno in mare. Numerose specie si estinguono. La pressione della popolazione e la povertà conducono a sforzi disperati per sopravvivere, anche a costo della natura.

 

Non è possibile incolpare di questo i paesi del Terzo Mondo, colonie ieri, nazioni sfruttate e saccheggiate oggi da un ordine economico mondiale ingiusto.

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ven

23

ago

2019

L'AMAZZONIA BRUCIA

L’Amazzonia brucia … e Bolsonaro incolpa gli ambientalisti!


di Juraima Almeida (*); da: surysur.net; 22.8.2019

 

L’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali (INPE) del Brasile ha confermato, grazie ai suoi satelliti, che tra gennaio e questi giorni di agosto si sono registrati 74.155 focolai intermittenti di incendi forestali nell’ovest, nel sud-est e nel sud del Brasile, conseguenze della “politica di sviluppo” del presidente di ultra destra Jair Bolsonaro a favore dell’agricoltura e dell’estrattivismo minerario, smantellando le politiche ambientali.

 

L’incendio in Amazzonia ha provocato, la settimana scorsa, un corridoio di fuoco che raggiunge i paesi vicini come l’Argentina, l’Uruguay, il Perù e la Bolivia. La selva amazzonica è stata deforestata di 2.254 chilometri quadrati in luglio, quasi il quadruplo dello stesso mese del 2018, in Brasile, Bolivia, Perù e Paraguay.

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gio

22

ago

2019

CRISI DÌ GOVERNO, TEATRINO PARLAMENTARE E INTERESSI OPERAI

CRISI DÌ GOVERNO, TEATRINO PARLAMENTARE E INTERESSI OPERAI

Il teatrino cui stiamo assistendo tra Lega, 5stelle, Pd e tutti i partiti di centro destra e centrosinistra si svolge tutto sulla pelle dei lavoratori e dei proletari italiani e stranieri. Alcuni chiedono nuove elezioni, altri un nuovo governo, tuttavia è bene ricordare che gli operai, i lavoratori, i proletari, occupati o disoccupati o pensionati, sono gli unici che nel parlamento non hanno nessuna rappresentanza.

Tutti i partiti rappresentati in parlamento difendono gli interessi delle varie frazioni del capitale multinazionale, nazionale o della piccola borghesia. Nel perdurare della crisi economica continuano ad aumentare i licenziamenti, le delocalizzazioni, la Cassa Integrazione Straordinaria è aumentata (+ 98% rispetto all’anno scorso), i morti sul lavoro e per malattie professionali (dai dati INAIL crescono i morti sul lavoro: 482 nei primi sei mesi del 2019 a +2,8%. e aumento delle patologie di origine professionale, 354 casi in più.)

Con la crescita economica zero si riducono i profitti e le briciole di cui si nutrono i partiti che rappresentano gli interessi delle classi borghesi e piccole borghesi, da qui le liti e gli scontri nel tentativo di difendere gli interessi dei rispettivi padroni della frazione borghesi.

A questi partiti della vita reale delle persone, di chi produce la ricchezza di cui loro si appropriano, degli schiavi salariati che escono al mattino non sapendo se faranno ritorno a casa alla sera non importa nulla

Tutti i partiti intervenuti al Senato hanno dichiarato di fare gli interessi degli italiani, di quelli appartenenti alle loro classi borghesi, non quelli delle classi sottomesse. Nessuno ha parlato delle condizioni di vita e di lavoro delle famiglie operaie e proletarie, del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, della sicurezza sul lavoro, del peggioramento della sanità pubblica.

Per i padroni e i loro partiti, gli operai sono solo forza-lavoro da sfruttare usa e getta: carne da macello.

Solo organizzandoci in un partito operaio (non per andare nella stalla del parlamentarismo borghese) ma per costruire una nuova società socialista, che consideri lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e i morti sul lavoro e di malattie professionali crimini contro l’umanità è possibile difendere i nostri interessi che sono diversi da quelli dei nostri padroni.

ABOLIZIONE DELLO SFRUTTAMENTO, DELLA PRORIETA’ PRIVATA DEI MEZZI DÌ PRODUZIONE DEL CAPITALE, PER IL POTERE OPERAIO.

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

lun

12

ago

2019

Non si può capire il marxismo senza l’opera di Engels

Memoria

Non si può capire il marxismo senza l’opera di Engels

di Raùl Antonio Capote (*); da: lahaine.org; 6.8.2019

 

Il 5 agosto 1895 a Londra, Inghilterra, l’umanità perse uno dei suoi più illustri pensatori, Friedrich Emgels (1820-1895). Quest’uomo geniale e umile, dall’anima inquieta, fu un rivoluzionario inflessibile , profondo conoscitore della miseria generata dal capitalismo, uno studioso della società dell’epoca.

In Inghilterra, dove rimase per lunghi anni, poté vedere da vicino le condizioni subumane degli operai e la sua speciale sensibilità gli fece capire ogni sofferenza di quegli uomini, di quelle donne e bambini che lavoravano lunghe ore per un salario da fame.

In quel periodo della sua vita in Inghilterra ebbe numerosi contatti con gli operai di fabbriche, il che influì sulla formazione delle sue idee politiche, sociali e filosofiche.

 

Engels scrisse per il giornale tedesco La Gazzetta Renana e, per la rivista Annali Franco-Tedeschi, pubblicò, all’inizio del 1843, la “Bozza di una critica dell’economia politica”, in cui criticava il modo di produzione capitalista e l’economia politica borghese. In quest’opera analizzava le contraddizioni economiche e le crisi sociali europee, utilizzando la sua conoscenza delle teorie filosofiche tedesche, il concetto di alienazione di Feuerbach e la sua esperienza della vita operaia di Manchester. 

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sab

10

ago

2019

MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA 10 agosto Ple Loreto, il ricordo rinnovato dei 15 caduti per la libertà. Manifestazioni alle ore 9:30 e alle 21.00. NOI SAREMO PRESE

ven

02

ago

2019

20 anni fa ucciso dallo sfruttamento moriva il nostro compagno Giambattista Tagarelli, uno dei fondatori del nostro Comitato.

20 anni fa ucciso dallo sfruttamento moriva il nostro compagno Giambattista Tagarelli, uno dei fondatori del nostro Comitato. Lo ricordiamo riportiamo una sua testimonianza pubblicato nel libro “Operai, carne da macello” LA LOTTA CONTRO L’AMIANTO A SESTO S. GIOVANNI del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio. http://www.resistenze.org/…/ma/di/sc/mdsc5f29/mdsc5f2910.htm
10. La strage continua.
Nel mese di agosto 1998, mentre aumenta il numero dei malati, un altro lavoratore della Breda muore per un tumore al polmone a causa dell’amianto, facendo salire a 34 il numero delle vittime di cui siamo a conoscenza. Altri lavoratori della Marelli, dell’Ansaldo, della Falck scoprono di essere ammalati.
A distanza di due anni, nonostante le numerose denunce presentate dai familiari, i magistrati di Monza e di Milano continuano ad archiviare le denunce, non istruiscono alcun processo.
I responsabili della strage dormono sonni tranquilli.
A dispetto della legge n° 257 del 27 marzo 1992 sull’ eliminazione dell’amianto, che prevede anche misure a sostegno dei lavoratori che vi sono stati esposti, gli enti preposti - INAIL e INPS - frappongono enormi difficoltà ai lavoratori che chiedono il riconoscimento dell’esposizione. Per i lavoratori, al danno si aggiunge la beffa: in molte occasioni questa legge verrà usata come “ammortizzatore sociale”. I padroni delle fabbriche in crisi la utilizzeranno per disfarsi degli “esuberi”: così impiegati, e persino dirigenti, che non hanno mai visto l’amianto andranno in pensione anticipatamente, mentre gli operai che vi sono stati esposti, anche se malati, dovranno continuare a lavorare.
Contro questo “genocidio in tempo di pace“ il 12 dicembre - in un’assemblea alla Sala del Consorzio Cooperative Sestesi - il Comitato decide di organizzare alcune azioni a Palazzo di Giustizia per protestare pubblicamente con cartelli e striscioni contro la magistratura che continua a insabbiare le denunce.
Intanto qualcuno rompe il “silenzio stampa” sulla strage degli operai della Breda: è il noto giornalista Vittorio Feltri (che verrà subito ripreso da un giornale di Sesto), che insinua che i morti ce li siamo inventati noi. È troppo: prendiamo carta e penna e rispondiamo al giornale, inviando questa lettera:

“Egregio sig. Stefano Gallizzi,
abbiamo letto sulla prima pagina del Suo giornale che “il noto giornalista Vittorio Feltri, ex direttore de IL GIORNALE e attuale responsabile del BORGHESE, scrivendo al quotidiano politico IL FOGLIO ha espresso un commento - per noi inaccettabile – sulla targa che ricorda i morti di tumore da amianto e altre sostanze nocive posta in via Carducci dai lavoratori della ex Breda a ricordo dei loro compagni. 

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lun

29

lug

2019

Report dell’incontro tra il COSI e il CIP Tagarelli

Report dell’incontro tra il COSI e il CIP Tagarelli

 

Nel tardo pomeriggio di giovedì 11 Luglio si è svolto l’incontro tra il Segretario Generale del COSI Gabriel Aguirre, Michele Michelino e Daniela Trollio del Centro di Iniziativa Proletaria (CIP)

"G. Tagarelli" di Sesto San Giovanni, da tanti anni impegnato nella lotta per la salute nei luoghi di lavoro e in prima fila nei processi di rilevanza nazionale contro i responsabili delle morti per amianto nelle fabbriche e nel territorio.

 

Gabriel Aguirre, si è mostrato molto interessato all’attività di questa organizzazione operaia, e spiega che il nome COSI, in origine per esteso era Comité Obrero de Solidaridad Internacional (Comitato Operaio di Solidarietà Internazionale) poi cambiato in Comité de Solidaridad Internacional mantenendo nella sigla la “O”.

 

Gabriel Aguirre ha spiegato che USA e UE si stanno comportando come i peggiori criminali nel mondo, e in questo momento si stanno concentrando sul Venezuela, l’attacco è totale e non viene neppure preservata l’immagine esteriore, per questo il Venezuela chiede la solidarietà internazionale tra tutti i popoli colpiti dall’aggressione imperialista.

 

Il Venezuela è indipendente da 200 anni, fu il primo a festeggiare l’indipendenza nel continente Sudamericano, una ragione in più che spinge a lottare per la completa indipendenza, anche quella economica e la piena sovranità.

In Venezuela non c’è una società socialista, l’economia è capitalista, tuttavia il Governo ha stabilito alcuni diritti, per esempio il pensionamento è stato anticipato, al contrario di quello che succede dappertutto, si sta cercando di raggiungere l’indipendenza economica per conquistare una sovranità completa, per questo la prima battaglia contro le aggressioni è quella di mantenere la possibilità di decidere quale sia la propria strada, il proprio sviluppo.

 

Però è chiaro che quello che sta facendo il Venezuela diventa, come nel caso di Cuba, un esempio per gli altri popoli, un esempio che dimostra che si può far vivere dignitosamente tutti, dar lavoro, sanità, educazione gratuita sino all’Università, si può costruire una società più giusta, solidale e che salvaguardi la dignità umana. E questo esempio a chi sfrutta i lavoratori e gli altri popoli del mondo non sta bene!

 

Gabriel Aguirre sottolinea che le sanzioni economiche unilaterali, che illegalmente vengono imposte dall’imperialismo, colpiscono i diritti umani sia in patria che qui, 27 pazienti che attendono il trapianto di midollo qui in Italia, in virtù di un accordo stipulato tramite l’Azienda Energetica Nazionale PDVSA , non hanno i fondi perché questi sono stati bloccati dal Novo Banco del Portogallo a causa delle sanzioni, e altri 60 malati che attendono di poter venire a curarsi sono fermi in Venezuela con questa patologia che non perdona e che già si è portata via 3 di loro che erano qui in Italia. 

 

Per questo i presenti concordano per una azione di solidarietà che abbia respiro unitario, che sia concreta ma anche di denuncia politica delle sanzioni unilaterali, Michele Michelino conferma che il CIP ha una lunga esperienza in tema di solidarietà concreta che verrà messa a disposizione per la causa.

 

Gabriel Aguirre si augura che il rapporto qui iniziato possa proficuamente continuare, e visto che in Venezuela opera una grande organizzazione che si occupa della prevenzione e sicurezza lavorativa, che ha sviluppato una piattaforma importante, sarebbe interessante costruire un rapporto con il CIP per scambiare opinioni e esperienza.

 

In conclusione, l’interesse comune è portare avanti unitariamente e con continuità la difesa della pace, della non ingerenza, del diritto alla sovranità, e combattere il blocco economico che colpisce i diritti umani di tutto il popolo.

 

 

sab

20

lug

2019

NICARAGUA 40 ANNI DOPO

 

Nicaragua. 40 anni dopo l’insurrezione popolare contro la tirannia, la rivoluzione continua (di G. Colotti)

18/07/2019, il Faro di Roma. Quotidiano di informazione

I costi. Non siamo più capaci di assumerci i costi: soprattutto nelle sinistre dei paesi capitalisti, dove pur ti insegnano a calcolare, ovvero a lucidare le scarpe del padrone, fin da quando emetti il primo vagito come “cittadino consumatore”. Intendiamo i costi dei cambiamenti veri, quelli che – da Spartaco a Lenin – hanno consentito agli oppressi di strozzare gli oppressori stringendogli al collo le loro catene. “Non importa se non mangiamo per un mese, perché non mangiamo da 44 anni”, gridava il popolo nicaraguense mentre lottava per liberarsi dalla morsa della dittatura somozista, la più longeva del continente.

Nell’anno che precede la vittoria del Frente sandinista, avvenuta il 19 luglio del 1979, mentre l’insurrezione popolare avanza, le forze imperialiste fanno di tutto per ottenere la resa della popolazione: oltre al cibo, manca la luce, l’acqua. Le scuole sono chiuse. Gli studenti hanno usato i banchi per costruire barricate, hanno scambiato i libri con armi di qualunque tipo: bombe artigianali, pistole, pietre…

 

Pochi mesi prima, il dittatore Somoza ha ricevuto in prestito dagli Stati Uniti 20.160.000 dollari per l’acquisto di armi con le quali ha promesso di liquidare “gli insorti, i sovversivi”. L’allora presidente USA Jimmy Carter gli ha inviato una lettera di congratulazioni per i miglioramenti ottenuti nel campo dei… diritti umani. Intanto, un ex reduce dal Vietnam pubblica apertamente sui giornali statunitensi un appello per reclutare mercenari da impiegare contro i sandinisti. Oltre 1000 rispondono all’appello altrettanto apertamente, senza che nessuna autorità intervenga per impedirlo.

 

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mer

10

lug

2019

GRECIA: L'ORIGINALE VINCE LA FOTOCOPIA

 

Grecia: l’originale vince la fotocopia

 


La destra di sempre, “Nuova Democrazia”, ha vinto le elezioni in Grecia. La legge elettorale del paese assegna al vincitore un ‘bonus’ di 50 deputati, quindi essa governerà da sola.
Sarà un governo simile a quello di questi ultimi anni, con l’aggravante che Syryza era stata votata perché la si riteneva di sinistra, persino di “s
inistra radicale” come diceva la stampa europea. La stessa stampa che seguiva la vita privata di quei “rivoluzionari”: dove mangiava Varoufakis, cosa leggeva Tzipras ... che sono stati venduti come i nemici ‘bolscevichi’ che mai sono stati.
Mai si era tanto parlato della Grecia, finchè arrivò la conferma che avrebbero obbedito all’Unione Europea. E lì finì tutto, solo pochi mesi di inganno/autoinganno.

Syriza e il suo leader Tzipras hanno fatto il lavoro sporco di consegnare il paese alla Troika, alle banche tedesche e a chiunque passasse di là, disposto a comprare strutture pubbliche (aeroporti, porti, ecc.).
Non è bastato neppure un referendum, con il voto di più del 60% dei greci, in cui essi esprimevano con chiarezza il loro desiderio di sovranità.
Tzipras, come ogni socialdemocratico, è stato fedele agli ordini del capitale, anche oltre quanto richiestogli.

Il trionfo di Syryza (nonostante che un congresso del partito precedente alle elezioni avesse eliminato qualsiasi riferimento a cambiamenti ‘rivoluzionari’) era stato salutato da Podemos, Izquierda Unida, Bildu, ecc. (partiti di cosiddetto “centrosinistra” spagnoli, n.d.t.- sostituite voi il nome delle varie Liste Tzipras italiane ....) .. che sono persino andati ad Atene a festeggiarlo.
Ciò che altre forze politiche e organizzative di sinistra greche dicevano sulla realtà che la Grecia avrebbe vissuto è stato ignorato, in nome dell’illusione del “Sì, si può”.

In queste ore la destra ritorna; in realtà non se n’è mai andata.

 

 

 

da: insurgente.org; 7.7.2019

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

 

 

 

mar

02

lug

2019

CAROLA RACKETE: LA BELLEZZA DELLA DIGNITA'

Carola Rackete:la bellezza della dignità

Di Patricia Simòn (*)

Il significato della detenzione della capitana Carola Rackete va al di là di lei, dei salvataggi nel Mediterraneo e dell’ondata fascista che percorre il mondo: ci restituisce un riflesso della nostra società, di noi stessi e di dove fissiamo l‘attenzione e, perchè no, non è per nulla edificante.

 

Un giorno la scena verrà ricreata in un film. E i nostri figli e figlie piangeranno e si chiederanno come è stato possibile, come lo abbiamo permesso, come abbiamo fatto noi guardando “Schindler List” o “La lingua della farfalle”.

 

La giovane capitana che scende la scaletta, il poliziotto che l’afferra per il braccio, le decine di guardie, uomini che custodiscono il pontile scambiandosi sguardi tra loro davanti alle grida di quelli che sono andati a insultarla – “Spero che quattro negri ti violentino!”, “Mettetele le manette!”, “Ti piacciono i c...i negri?”, “Prima gli italiani, prima gli italiani!”. Il fotografo della polizia che registra il momento, correndo per prendere una nuova istantanea come se si trattasse della scena di un film. Lei che cammina con passo deciso verso l’auto della polizia e quell’istante in cui tutto si ferma mentre aspetta che aprano la portiera. Si vede una mano sul suo braccio nudo: una mano maschile, di qualcuno che non è in uniforme, forse del suo equipaggio, sembra che voglia coprirla, con timidezza,  e al’improvviso un’altra mano, questa volta di un poliziotto, sulla sua schiena, con le dita sul collo per spingerla a entrare nella macchina; un gesto di millesimi di secondo in cui si intuisce il desiderio di far parte della detenzione della dignità anche senza molta convinzione. Chi lo sa, forse sentendosi indegno di toccare quella pelle dorata dal sole, frusciante di gioventù, di sale e di valori, l’insieme di quello che un giorno non molto lontano l’Europa proclamò come sua norma e senso: la difesa della vita, della giustizia e della speranza del futuro. Le nazioni che la compongono sapevano che al di là di questi valori  rimangono solo l’autodistruzione e la desolazione.

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sab

22

giu

2019

VENTI DI GUERRA. A CHI GIOVA?

Venti di guerra
A chi giova? A Israele e agli Stati Uniti, non all’Iran

di Augusto Zamora R. (*)

Colui che beneficia del crimine è l’autore. E chi guadagna dagli attacchi contro le petroliere? L’Iran no, naturalmente, perché oltre a non guadagnarci nulla è il principale danneggiato.

Vince Israele, ovvio, con l’aggiunta fondamentale del fatto che gli attacchi si incastrano alla perfezione nella politica anti-iraniana di Tel Aviv, appoggiata alla lettera dall’Amministrazione Trump che – guarda caso – non ha dubitato un attimo ad accusare l’Iran. Cui bono (a chi giova, dal latino)? Lo ripetiamo: a Israele, a Israele e agli USA.

 

Ricordando il proverbio che il pesce muore dalla bocca, il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha accusato l’Iran con i seguenti argomenti: “Questa conclusione si basa sull’intelligence, sulle armi utilizzate, sul livello di esperienza necessario per eseguire l’operazione, sui recenti attacchi iraniani ad altre imbarcazioni e sul fatto che non esista alcun gruppo ‘proxy’ operante in zona che disponga delle risorse e delle capacità per agire con un simile grado di sofisticazione”.

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mer

19

giu

2019

GLI USA SI RENDONO DI NUOVO RIDICOLI CON L'IRAN

Gli USA si rendono di nuovo ridicoli con l’Iran
di Juan Luis Gonzàlez (*); da: kaosenlared.net; 18.6.2019

Le cose –al trio USA/Israele/Arabia Saudita – debbono andare molto male per aver scatenato questa nuova fase dell’aggressione contro l’Iran in modo così grossolano e poco convincente. Nonostante godano di tutta la potenza di fuoco dell’artiglieria mediatica internazionale, gli incidenti con le petroliere nel Mar di Oman hanno sollevato solo un piccolo polverone diplomatico che si sta dissolvendo più velocemente di una zolletta di zucchero nelle acque del Golfo.

Il fatto è che sarebbe da scemi credere ad accuse così assurde come quelle che ogni tanto escono dalla cucina propagandistica del Pentagono, ogni volta più abborracciate e prive di immaginazione. Sono della stessa natura di quelle denunce di uso di armi chimiche in Siria contro la popolazione civile, senza che ci fosse alcuna ragione di utilità né militare né politica, sapendo oltretutto che ciò avrebbe significato l’attraversamento della ‘linea rossa’ stabilita dagli USA e che, immediatamente, avrebbe portato ad attacchi aerei molto pesanti da parte dei paesi della NATO.

 

Chi potrebbe pensare che, proprio quando un primo ministro giapponese si trova - fisicamente - in Iran per la prima volta nella storia recente, l’esercito iraniano attacchi delle petroliere che trasportano petrolio destinato al Giappone? Oltretutto se si sta chiedendo proprio al Giappone di mediare con gli USA perché attenuino la pressione economica e militare. Perché contrariarlo allora?

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gio

13

giu

2019

FILM: BIANCO AMIANTO. IL CAPITALISMO E' BARBARIE

lun

10

giu

2019

IMPERIALISMO E GUERRE. Bambini a perdere

Imperialismo e guerra

Bambini a perdere

di Daniela Trollio (*)

 

Se la prima vittima delle guerre (e quando parliamo di guerre ci riferiamo a quelle imperialiste)  è la verità, la seconda sono certamente i bambini, nonostante la loro uccisione sia vietata dal diritto internazionale. Proprio nel periodo storico in cui tutti parlano e sparlano dei “diritti umani”, Save the Children (di cui utilizzeremo i dati ben sapendo che sono parziali ma sono gli unici a disposizione e che queste organizzazioni hanno anche loro “interessi” particolari) calcola che i bambini che vivono in aree di conflitto siano 420 milioni, uno su cinque al mondo. I dati del 2017 indicano che siano almeno 10.000 i bambini uccisi o mutilati a causa dei bombardamenti e che circa 100.000 neonati perdano la vita ogni anno per cause dirette o indirette delle guerre, come malattie e malnutrizione.

 

 

Nel 2018 4,5 milioni di bambini hanno rischiato di morire per fame nei 10 paesi più coinvolti in conflitti: Afganistan, Yemen, Sudan del Sud, Repubblica Centroafricana, Repubblica democratica del Congo, Siria, Iraq, Mali, Nigeria e Somalia.

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sab

08

giu

2019

ANNIVERSARIO DEL "D. DAY" NELLA VECCHIA EUROPA

Anniversario del “D Day” nella vecchia Europa
di Rafael Poch (*); da: lahaine.org; 7.6.2019 (testo scritto nel giugno 2004)

Molti credono che John Wayne e il soldato Ryan salvarono l’Europa dal fascismo. Che l’AngloAmerica salvò il vecchio continente, più o meno da sola, e che lo sbarco in Normandia fu la grande azione decisiva. Non è stato così.
Nè il corso della guerra né la sconfitta del fascismo vennero decise là. I principali eroi non furono John Wayne o il soldato Ryan, ma persone con un cognome slavo che morirono per un paese che non esiste più (ma che fu un esempio per l’umanità). Gli scenari realmente decisivi furono Mosca, Leningrado (San Pietroburgo), Stalingrado (Volgograd) e Kursk.

Sul fronte dell’Est il Terzo Reich perse 10 milioni di soldati e ufficiali – morti, feriti o scomparsi – 48.000 tra blindati e veicoli d’assalto, 167.000 sistemi di artiglieria. Furono distrutte 607 divisioni. Qesto rappresenta il 75% delle perdite tedesche totali nella 2° Guerra Mondiale.
La differenza su scala militare è schiacciante. In Normandia si registrarono 10.000 morti alleati, 4.300 di loro britannici e canadesi e 6.000 nordamericani. Nelle grandi battaglie ad est i morti si contavano a centinaia di migliaia. Alla battaglia di Mosca parteciparono circa 3 milioni di soldati e 2.000 carri armati. L’URSS utilizzò là la metà del suo esercito, la Germania la terza parte. Ad El Alamein, importante battaglia di un altro fronte, i tedeschi disponevano di circa 60, 70 mila soldati.

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lun

03

giu

2019

INTERVISTA A ALDO MILANI

Intervista del coordinatore nazionale del SICOBAS, al giornale “nuova unità”

Presente e futuro

Con Aldo Milani, a tutto tondo, dopo la sua assoluzione

Michele Michelino

nuNel 2017 sei stato arrestato con una accusa infame di estorsione, di aver incassato mazzette, e sbattuto in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali e le televisioni per sputtanare te, il Sicobas e tutti e tutti quelli che creano conflitto con il capitale lottando per i loro interessi. Il 13 maggio 2019 sei stato assolto (ricordiamo che il PM aveva chiesto 2anni e 4 mesi di reclusione), ma i mass-media hanno riportato la notizia in poche righe su quotidiani e tv locali dimostrando di essere un'informazione di regime al servizio dei padroni. Come hai vissuto questa vicenda tu e i compagni del sindacato?

 

Milani. In realtà con patteggiamento era già stato condannato il Piccinini e contro di me non vi era nessuna prova in quasi cinquemila pagine di intercettazione solo in sette sono citato e la sola volta che si parla di soldi che i Levoni dovevano dare lo si fa in riferimento alla nostra cassa di resistenza. In pratica Piccinini mi chiedeva quanti soldi il SI Cobas aveva sborsato per sostenere i lavoratori in lotta ed avendo risposto che erano stati spesi 30 mila euro, Piccinini mi diceva che ne aveva chiesti 60 mila ai Levoni e tutto ciò era un acconto sulla parte economica che dovevano pagare per le mancate corresponsioni in busta paga e che erano oggetto di trattativa tra gli avvocati di parte. Io rispondevo con un va bene (un niente per accusarmi di estorsione). Non c’entravo niente, ero estraneo alle mazzette del sig. Piccinini come si evidenzia dalle immagini trasmesse anche se manipolate e quindi sono stato assolto dalle accuse.
Il fatto grave è che continua l’attacco repressivo perché sembra che gli avvocati di parte vogliano fare appello. In ogni caso proprio oggi il mio sindacato ha presentato una denuncia tendente a dimostrare che l’azienda LEVONI continua nella stessa politica non pagando il dovuto ai lavoratori, anche se loro (LA PROCURA, IL PADRONE) cercano di far diventare estorsione la semplice attività di contrattazione sindacale. A gennaio è stato dichiarato lo stato di agitazione per la GLS enreimpris di Piacenza, dove io non intervengo direttamente e solo per il fatto che ho firmato lo stato di agitazione, sono state depositate, da parte dell'azienda, 22 pagine di denuncia nelle quali si cerca di paragonare l'indizione dello sciopero - se non si ottiene l'incontro per una trattativa sulla applicazione contrattuale - come un ricatto e quindi una estorsione. Minacciare lo sciopero se i padroni non si attengono al CCNL significa estorsione. In pratica i padroni tendono a mettere in discussione l’attività di sciopero. Formalmente lo sciopero lo riconoscono però vogliono svuotarlo della possibilità di usare certe forme di lotta per ottenere dei risultati; questo è il loro obiettivo e stanno spingendo affinché si approvi una legge per regolare lo sciopero. 
Esiste il precedente dell’accordo - già firmato dai Confederali e dalla stessa USB - che tende ad impedire i veri scioperi perché prevede che si possano fare solo se hai una sostanziale maggioranza nelle RSU. 
Noi ad oggi non abbiamo all’interno delle aziende della logistica le RSU, ma le RSA e non firmando questo accordo tendono a non riconoscerci istituzionalmente. Noi non l'accettiamo e non abbiamo firmato accordi che tendono a regolare il conflitto. 

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ven

31

mag

2019

ELEZIONI EUROPEE: UN COMMENTO

Editoriale “nuova unità” n.3

Sempre più imperante sviluppare la lotta e l'organizzazione della classe

Lega: nove milioni di voti e il dominio delle regioni del nord sono sufficienti per imporre il proprio programma antipopolare e devastante

Sarà finita la campagna elettorale? Questo periodo elettorale ha superato ogni limite e ha messo in luce tutta la demagogia sociale e la propaganda razzista per raccogliere consensi, voti, ma anche per distrarre la popolazione dai reali problemi che avvelenano la vita e che non vengono risolti.
Abbiamo tenuto in sospeso "nuova unità" aspettando i risultati per dare un'immediata e veloce lettura per quanto riguarda l’Italia, anche se per le nostre convinzioni gli esiti elettorali non sono fondamentali.
Mentre tutti erano concentrati su come raccogliere un voto in più hanno chiuso altre fabbriche producendo nuovi disoccupati (quell’esercito di riserva così utile alla grande industria!), sono morti operai sul luogo di lavoro, è continuato lo sfruttamento, decine di immigrati hanno lasciato la vita nel Mediterraneo, ed è avanzato l’impoverimento generale. Sono andate avanti misure sempre più repressive che hanno colpito coloro che manifestavano il proprio dissenso ai demagogici comizi di Salvini e non solo.
Le elezioni europee e in parte amministrative si sono svolte all'interno di una crisi capitalista che non ha accennato a diminuire perché ciò che domina è il capitalismo e la sua sete di predominio dei mercati che riversa i suoi effetti sul proletariato.

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mar

28

mag

2019

VIDEO: INCONTRO CON RAUL CAPOTE FERNANDEZ

sab

25

mag

2019

IL VOTO E LA LOTTA

IL VOTO E LA LOTTA
La nostra esperienza di operai e lavoratori ci ha insegnato che solo con la lotta, partecipando in prima persona, senza delegare a nessuno la difesa dei nostri interessi e diritti è possibile conquistare risultati.

Noi lo vediamo ogni giorno nelle lotte contro i padroni in fabbrica, nei luoghi di lavoro e nella società. In particolare nella lotta contro l’amianto abbiamo ottenuto risultati che molti ritenevano impossibili, come la legge 257/92 che abbia messo al bando l’amianto, la sorveglianza sanitaria gratuita per tutti gli ex esposti alla sostanza cancerogena (compresi i famigliari), e il Fondo Vittime Amianto per le vittime.

Certo abbiamo interloquito anche con i rappresentanti del governo e delle istituzioni, ma i risultati sono stati ottenuti solo grazie alla lotta unitaria delle associazioni delle vittime, senza delegare ai politici pro tempore al governo (sia di destra, di centro, o di sinistra) la risoluzione dei problemi. 
Anche con l’INAIL e l’INPS, che di primo acchito respingono le richieste di malattie professionali costringendo le vittime e i loro famigliari a lunghe e costose cause legali, è con la lotta che abbiamo risolto una parte dei problemi, occupando gli uffici e intavolando direttamente trattative, non andando colo cappello in mano dai politici e istituzioni a piangere sulle nostre disgrazie.


In particolare per quanto riguarda i morti sul lavoro e di malattie professionali per sostanze cancerogene e l’amianto, solo con la lotta abbiamo ottenuto delle “conquiste”..
Ognuno può illudersi di cambiare con il voto le sue condizioni di vita e di lavoro, o addirittura il mondo, noi no. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle e quella dei nostri compagni che noi stessi dobbiamo essere gli artefici del nostro destino senza delegare.

Abbiamo imparato che non basta definirsi rivoluzionari, comunisti o di sinistra se poi si accetta nella pratica la società che considera normale il profitto e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, si sostengono guerre imperialiste come finora è successo governando nell’interesse dei capitalisti.
Ognuno quindi può fare quello che vuole ma noi riteniamo che la lotta di classe non il voto possa cambiare la realtà.

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

 

ven

24

mag

2019

ELEZIONI EUROPEE: UN VOTO IRRILEVAENTE

Un voto irrilevante

di Rafael Poch de Feliu (*); da:rebelion.org; 24.5.2019

 

Le elezioni europee di domenica saranno particolarmente irrilevanti.

Il voto non decide assolutamente niente, visto che il Parlamento Europeo non conta molto. Oltretutto  il sistema UE che decide quasi tutto ciò che è fondamentale  nella politica dei paesi membri non è sottoposto al voto. La politica economica e monetaria la decidono le banche, la BCE e la Commissione; la politica estera e quella della sicurezza continua ad essere affare del Pentagono attraverso la NATO e il quadro generale viene determinato da alcuni trattati europei che sono blindati dal suo principale beneficiario, la Germania, perché non possano venire cambiati.

La commedia è evidente.

 

Il Partito Liberale Unificato Europeo (PNUE) con le sue due grandi tendenze – cristianodemocratica e socialdemocratica – presenta queste elezioni come una questione di vita o di morte, di guerra o di pace, con toni apocalittici che contrastano infinitamente con l’assoluta irrilevanza del fatto. Tutti parlano di “elezioni decisive”, di liberali contro autoritari e di “pro europei” contro “antieuropei”.  Sembra che la civiltà stessa sia in gioco.

 

 

Il partito di Macron presenta un manifesto in cui appaiono le Trümmerfrauen, le donne tedesche che nel 1945 spazzavano le macerie delle loro città distrutte. Il partito della Merkel ci offre una foto in bianco e nero delle rovine del Reichstag di Berlino dello stesso anno, contrapposta ad una foto a colori dello stesso edificio, restaurato e con una coppia che si fa un selfie, con il messaggio “La pace non è qualcosa di evidente”.

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gio

23

mag

2019

INTERVISTA A RAUL CAPOTE FERNANDEZ

Intervista a Raùl Capote Fernàndez

 

Sabato 18 maggio si è tenuto un incontro organizzato dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” di Sesto San Giovanni (MI) e dal Circolo di Sesto S.G.-Cinisello B.mo dell’Associazione di Amicizia Italia Cuba.

Invitato di eccezione lo scrittore cubano, giornalista del Granma Internacional, professore di storia, Raùl Capote Fernandèz, noto anche per essere stato l’agente “Daniel” della Sicurezza cubana che smascherò pubblicamente, dopo essersi  infiltrato nella CIA, i metodi della Agenzia stessa per creare la dissidenza negli ambienti universitari e intellettuali a Cuba, descritti nel suo libro “Un altro agente all’Avana”. Nel corso della serata – a cui hanno partecipato più di 80 persone - Raùl Capote ha anche presentato il suo ultimo libro in italiano: “La guerra che ci fanno”, della Red Star Press di Roma.

L’abbiamo intervistato per i lettori di Nuova Unità.

 

Potresti parlarci del ruolo della CIA, ora, in Venezuela? La CIA ha un ruolo nella posizione degli studenti e di strati della piccola borghesia?

 

Si: sia a Cuba che in Venezuela la CIA preparò dei piani , dopo i processi che misero fine alle dittature militari, piani che riguardavano le università perché, tradizionalmente, le università latinoamericane sono sempre state la culla della sinistra e della rivoluzione e loro hanno creato un progetto per formare “leaders” in tutta l’America Latina. Da lì escono i principali i leaders della destra latino americana: quasi tutti sono stati formati nei programmi di interscambio accademico. Il Venezuela non è un’eccezione, lì avevano cominciato a organizzarli prima ancora che Chàvez assumesse la presidenza. Naturalmente quando Chàvez assume la presidenza il progetto si intensifica. E dagli anni 2002/2003 cominciano anche  a inviare questi ‘leaders’ a prepararsi a studiare con i loro professori le tecniche del ‘golpe morbido’. Il lavoro della CIA è stato quindi intenso, allo scopo di creare una quinta colonna contro il governo di Chàvez,  e di Maduro poi. 

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gio

23

mag

2019

GIORNATA DI FESTA IN ALLEGRIA

gio

16

mag

2019

IL VELENO CHE MONSANTO CI HA LASCIATO

Il veleno che ci ha lasciato Monsanto

di Silvia Ribeiro (*)

Sono già più di 13.000 le cause iniziate contro la Monsanto (ora di proprietà della Bayer) per aver causato tumori ai querelanti o ai loro famigliari con l’uso dell’erbicida glifosato, sapendo dei pericoli che questo implicava e senza avvisare le persone esposte dei rischi che correvano.  Esse sono, in maggioranza, persone che utilizzavano l’agrotossico nel loro lavoro di agricoltori e giardinieri.

Nel 2015 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò che il glifosato era cancerogeno per gli animali e probabilmente anche per gli esseri umani.

 

Il primo processo vinto da una vittima, nell’agosto 2018, fu quello di D.Lee Johnsson, un giardiniere che usò per due anni il glifosato in una scuola, e contrasse un linfoma non-Hodgkin. Un giudice di San Francisco condannò la Monsanto/Bayer a pagare 289 milioni di dollari in prima istanza, ma dopo il ricorso della Bayer la cifra calò a 78 milioni.  In un altro processo, del marzo 2019, viene stabilito che Montanto/Bayer deve pagare 80 milioni di dolari a Edwin Hardeman perchè è responsabile della sua malattia. E’ sul punto di concludersi a Oakland il terzo processo simile, iniziato da una coppia contro Monsanto. Hanno 70 anni e entrambi sono malati di cancro.

Ci si aspetta che anche questo si concluda con un risarcimento milionario per le vittime.

 

Parallelamente, in Europa, Monsanto ha perso per la terza volta, nell’aprile 2019, il processo iniziato grazie all’agricoltore francese Paul François, che ha subito danni neurologici per l’uso dell’erbicida Lasso, contenente un altro componente tossico. 

La Bayer, che ha comprato Monsanto nel 2018, ha perso fino ad ora più di 30.000 milioni di dollari per la diminuzione del valore delle sue azioni dato l’impatto negativo dei risultati dei processi per l’uso del glifosato. Il 26 aprile 2019 il 55% degli azionisti Bayer ha votato contro le strategie del management, diretto da Wernes Baumann, che ha sostenuto l’acquisto della Monsanto. 

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mer

08

mag

2019

65 anni fa: I francesi capitolano a Dien Bien Phu

65 anni fa: 
I francesi capitolano a Dien Bien Phu
Da: lavanguardia.com(*); 7.5.2019

Per 56 giorni e 56 notti 16.000 uomini del corpo di spedizione francese in Indocina sopportarono l’attacco dei vietnamiti nella città fortificata di Dien Bien Phu. La località era situata tra i fiumi Rosso e Mekong nello strategico Tonkino, a circa 3.000 km. da Hanoi, sulla principale via di approvvigionamento al Laos.

La sconfitta delle truppe francesi in una remota valle della selva vietnamita significò la fine di 90 anni di presenza coloniale in Indocina.
La firma degli Accordi di Ginevra, due mesi dopo, comportò la divisione del Vietnam in due paesi: il Vietnam del Nord sotto il governo del leader comunista Ho Chi Min e il Vietnam del Sud, sotto il mandato dell’imperatore Bao Dai, e la convocazione di elezioni due anni dopo per decidere la riunificazione del paese. Cosa che non sarebbe successa perché Ngo Dinh Diem, con l’appoggio statunitense, creò una repubblica a carattere autoritario nel sud, cosa che riaccese il conflitto che sarebbe diventato noto come “guerra del Vietnam”.

 

Nonostante la presenza della Francia nella regione risalisse al 1627 con accordi di assistenza militare con Luigi XVI, fu Napoleone III, nel 1859, dopo la 2° guerra dell’Oppio, a decidere che Saigon, il cuore del delta del fiume Mekong, diventasse la base per l’espansione coloniale francese in quella che più tardi sarebbe stata definita “la perla dell’Impero”.

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mar

07

mag

2019

L'AMERICA LATINA E' MINACCIATA DALLA GUERRA

Le sei carte della guerra ibrida

 

L’America Latina è minacciata dalla guerra

 

di Jorge Elbaum (*)

 

Il nuovo fallimento di Donald Trump – Juan Guaidò e l’illanguidito Gruppo di Lima – aumenta i livelli di tensione e conflittualità in America Latina. Le continue minacce di invasione pronunciate da referenti politici repubblicani, sommate alle continue frustrazioni  patite da coloro che cercano il collasso interno del Venezuela, estendono l’instabilità sociale in una delle regioni, fino ad ora, più pacifiche del mondo.

 

I continui discorsi guerrafondai proferiti dal Dipartimento di Stato cercano di imporre un’uscita distante e aliena a qualsiasi negoziato politico e diplomatico. La loro insistenza si appoggia sul cosiddetto Hexahedron Program, pianificato dai consiglieri di John Bolton negli uffici dell’Harry’s Truman Building, nel distretto di Columbia. Il suo obiettivo dichiarato è il recupero del controllo commerciale delle risorse naturali e la distruzione dei crescenti legami diplomatici, economici e militari di Caracas con Mosca e Pechino.

 

 

L’Hexahedron Program comprende 6 fasi che possono essere eseguite in modo continuo, in tappe successive o contrapposte. I suoi fondamenti: a) il colpo di Stato classico, in questo caso eseguito dalle Forze Armate Bolivariane; b) un’incursione militare interstatale a partire dai paesi limitrofi (Colombia e/o Brasile principalmente) nel formato della guerra di frontiera; c) il collasso economico (implosione) provocato dal blocco e dallo strangolamento commerciale e finanziario; (d) la generalizzazione di una guerra civile capace di legittimare un ‘intervento umanitario’; e) l’irruzione di un modello di “contras” effettuato con l’appoggio di mercenari, come per la Baia dei Porci o la menzionata triangolazione Iran-Contras-Nicaragua; e (f) il bombardamento e/o l’invasione diretta da parte di Washington sul tipo di quanto è accaduto a Granada o Panama.

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ven

03

mag

2019

1 MAGGIO MILANO: CORTEO DEL SICOBAS

ven

03

mag

2019

America Latina oggi: la rivoluzione continua

mar

30

apr

2019

1° MAGGIO 2019

Il primo maggio e le battaglie operaie per l'emancipazione


Michele Michelino * | nuovaunita.info

La lotta fra capitale e lavoro, le battaglie operaie contro lo sfruttamento, contro quella parte del lavoro non pagato di cui si appropria il padrone capitalista, vero furto del salario, è lastricata da un fiume di sangue proletario

Il 3 maggio 1886, davanti alle fabbriche Mc Cormik in Haymarket Square, c'è un presidio di operai e lavoratori contro azioni di crumiraggio, durante il quale prendono la parola gli esponenti più importanti del movimento operaio, tra cui i militanti anarchici e socialisti, che consideravano la campagna per le otto ore solo come un primo passo verso la rivoluzione sociale. La polizia carica i manifestanti, spara e uccide 4 lavoratori, ferendone centinaia.

Il giorno dopo migliaia di lavoratori scendono nuovamente in piazza protestando contro la brutale violenza poliziesca. Nella piazza piena di manifestanti, mentre la polizia si avvicina al palco degli oratori per interrompere il comizio, viene lanciata una bomba su un gruppo di poliziotti. Un poliziotto muore, molti rimangono feriti. I poliziotti per vendicarsi e presi dal panico sparano all'impazzata sui manifestanti uccidendo 10 persone e ferendone centinaia. Non si scoprirà mai né il numero esatto delle vittime, né chi sia stato a lanciare la bomba. Subito vengono incolpati gli anarchici.

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mar

30

apr

2019

AMIANTO: CONTRO LE STRAGI IMPUNITE

CONTRO LE STRAGI IMPUNITE: LE VITTIME DELL’AMIANTO E DEL PROFITTO SCENDONO IN PIAZZA.
Un corteo molto partecipato di lavoratori e vittime delle stragi del profitto si è snodato in lungo serpentone e ha percorso le vie della città per ricordare tutti i lavoratori e i cittadini assassinati per il profitto, rivendicando giustizia per tutte le vittime dell’amianto e del profitto.
Il corteo, accompagnato come sempre dalla Banda degli Ottoni a Scoppio, è partito dal Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” di via Magenta 88, Sesto San Giovanni ed è arrivato fino alla lapide di via Carducci posta dagli operai della Breda nel 1997 sul territorio dove una volta sorgeva la storica fabbrica, da anni chiusa, che ha lasciato una lunga scia di morti e malati fra gli ex lavoratori e la popolazione. Al corteo erano presenti, oltre ai famigliari degli operai morti, e ammalati, delegati RLS e cittadini organizzati nel Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

Presenti con il loro striscione anche i famigliari della strage ferroviaria di Viareggio (32 morti bruciati vivi nelle loro case) a causa del deragliamento di un treno carico di sostanze infiammabili), l’Associazione Italiana Esposti Amianto, Medicina Democratica, rappresentanti dei sindacati Sicobas, SGB rappresentanti delle vittime e RLS del Veneto.

Davanti alla lapide con la scritta A PERENNE RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI MORTI A CAUSA DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA ORA E SEMPRE RESISTENZA, posta dai COMPAGNI DI LAVORO DI SESTO SAN GIOVANNI nell’aprile 1997, ha preso la parola il presidente del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio Michele Michelino, che ha ricordato gli ultimi tre compagni morti nei mesi scorsi; Ettore Zilli ex operaio Pirelli deportato nei campi di sterminio nazisti, Mario Amiranda, operaio di una ditta di autobus morto a 53 anni e l’ex ‘bredino’ Nicola Turano.

Michelino ha denunciato che “in questa società dove l’unico diritto riconosciuto e quello del profitto a cui tutti gli altri diritti sono subordinati, gli operai sono trattati come carne da macello, usati spremuti. Sfruttati e gettati via quando si ammalano e non servono più a valorizzare il capitale”. E ancora ha ricordato “la rabbia che si prova quando si assiste impotenti alla devastante e dolorosa morte per mesotelioma o altri tumori derivanti dall’amianto e dalle sostanza cancerogene respirate in fabbrica e nei luoghi di vita”.

Ad oggi i morti sul lavoro del 2019 sono oltre 400: questo è il costo dello sfruttamento, un vero bollettino di guerra in un paese che si definisce “democratico”, dove c’è una guerra non dichiarata fra capitale e lavoro, con i morti solo da parte operaia. Le lotte operaie e proletarie popolari hanno contribuito a far istituire dal 28 aprile 2003 dall'Organizzazione Internazionale sul Lavoro la giornata mondiale contro l'amianto, i morti sul lavoro e per la sicurezza, per sensibilizzare datori di lavoro e istituzioni, ma nonostante le chiacchiere e le lacrime di coccodrillo dei governi e delle Istituzioni padronali e sindacali, gli operai continuano a morire nell'indifferenza aspettando una sicurezza e una "giustizia" che non arriva mai.

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

mail: cip.mi@tiscali.it http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com
https://www.facebook.com/cip.tagarelli 27 Aprile 2019

 

 

gio

25

apr

2019

CORTEO CONTRO I MORTI DEL PROFITTO

HASTA SIEMPRE, COMANDANTE!

 

Fidel Castro, comandante della rivoluzione cubana è morto stanotte. Oggi le nostre bandiere, quelle di tutti gli sfruttati del mondo e dei popoli amanti della pace, sono a lutto per onorare chi ha combattuto fino all’ultimo per il socialismo e la libertà.

Per tutta la sua vita Fidel si è battuto contro l’imperialismo e il capitalismo, a fianco dei proletari, degli sfruttati, dei popoli oppressi e dei rivoluzionari di tutto il mondo contro lo sfruttamento e l’oppressione dell’uomo sull’uomo.

La vita di Fidel, il suo esempio - come quello di Ernesto Che Guevara e dei rivoluzionari e comunisti della sua generazione - hanno educato e indicato la via a intere generazioni.

 

A noi oggi tocca il compito di proseguire la loro battaglia.  

Il modo migliore per onorarli è quello di continuare la lotta perché, come affermava anche il Che, ”NESSUNO E’ LIBERO FINCHE’ ANCHE UN SOLO UOMO AL MONDO SARA’ IN CATENE”

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto San Giovanni

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