lun

17

gen

2022

Soldi e vaccini

Davos: La pandemia raddoppia le ricchezze dei Paperoni

Da: ilsole24ore.com; 17.1.2022, live Italia/Mondo ore 10.30 (le sottolineature sono  nostre)

 

 

Nei primi 2 anni di pandemia i 10 uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi d dollari al ritmo di 15.000 dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà a causa della pandemia.

 

La denuncia arriva dal rapportodi Oxfam “La pandemia della disuguaglianza”, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos. “Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5 mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021” denuncia l’organizzazione non governativa.

Solo per Jeff Bezos, il numero uno di Amazon, una delle aziende il cui fatturato è decollato con il Covid-19, Oxfam calcola un “surplus patrimoniale” nei primi 21 mesi di pandemia di 81,5 miliardi di dollari, l’equivalente del costo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale.

 

La pandemia, poi, ha colpito più duramente le donne, che hanno perso 800 miliardi di dollari di redditi nel 2020. Tuttora, mentre l’occupazione maschile dà segni di ripresa, si stimano per il 2021 13 milioni di donne occupate in meno rispetto al 2019.

 

Una pandemia delle disuguaglianze in cui le banche centrali sono intervenute pompando migliaia di miliardi per sostenere l’economia.  “Ma gran parte di queste risorse – dice Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International – sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario”. C’è poi il boom degli utili nel settore farmaceutico, “fondamentale nella lotta alla pandemia, ma succube alla logica del profitto e restio alla sospensione temporanea dei brevetti” per aumentare la produzione di vaccini e  salvare vite nei paesi più poveri.

Secondo Oxfam, i monopoli detenuti da Pfizer, BioNTech e Moderna hanno permesso di realizzare utili “per 1.000 dollari al secondo e creare cinque nuovi miliardari”. Al contempo “meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto le persone nei Paesi a basso reddito”.

 

La percentuale di persone che muore a causa del virus nei Paesi in via di sviluppo – denuncia la Ong – è circa il doppio di quella dei Paesi ricchi, mentre ad oggi nei Paesi a basso reddito è stato vaccinato appena il 4,81% della popolazione.

 

 

mar

11

gen

2022

Per non dimenticare

Per non dimenticare

 

1° gennaio 1804

In questo giorno di 218 anni fa Jean-Jacques Dessalines proclama l’indipendenza di Haiti dalla Francia. La ribellione degli schiavi neri organizzati e guidati da Toussaint Louverture ha umiliato i circa 32.000 soldati inviati da Napoleone per ristabilire l’autorità di Parigi sulla colonia e tornare allo statu quo della schiavitù, infranto dal primo movimento rivoluzionario dell’America Latina.

 

 

10 gennaio 2022

«Qui giace sepolta/Rosa Luxemburg/ ebrea di Polonia/ in prima linea sul fronte dei lavoratori tedeschi/ assassinata per mandato/ di oppressori tedeschi. Oppressi/ seppellite la vostra discordia!»  (Bertold Brecht).

Nel giorno festivo più vicino alla data del loro assassinio (15 gennaio 1919), da parte dei paramilitari di estrema destra dei Freikorps, su istigazione del Partito Socialdemocratico, migliaia di persone hanno dato vita oggi – come ogni anno - ad un corteo in ricordo di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg (la Rosa Rossa pianta da Bertold Brecht) , fondatori del Partito Comunista di Germania (KPD).

La manifestazione, partita dal cuore dell’antica Berlino Orientale, è arrivata al Monumento ai Socialisti nel cimitero di Friedrichsfelde.

Il 14 gennaio Rosa aveva scritto su Die Rote Fahne:

L’ordine regna a Berlino!” Stupidi sbirri! Il vostro “ordine” è costruito sulla sabbia. Già domani la rivoluzione si ergerà nuovamente e annuncerà, con vostro profondo orrore, con uno squillo di tromba: “Ero, sono, sarò!”.

 

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli

dom

09

gen

2022

IL SISTEMA CAPITALISTA UCCIDE. BISOGNA CAMBIARLO

 

IL SISTEMA CAPITALISTA UCCIDE. BISOGNA CAMBIARLO
L’Italia è il paese delle stragi, dei disastri industriali e ambientali tuttora impuniti. Con l’improcedibilità dei processi e la prescrizione per i responsabili dei delitti e delle stragi di Stato (morti sul lavoro e di malattie professionali, stragi ambientali e distruzione della natura), la legge Cartabia concede l’impunità e la licenza di uccidere agli assassini.
Per le vittime e le loro associazioni, i morti per disastri industriali e ambientali non sono mai “morti bianche”, “fatalità”, “incidenti”, “calamità naturali” o “incuria”, ma la conseguenza diretta di interessi privati e di aziende che non rispettano le misure di sicurezza, la salute degli esseri umani e la salvaguardia della natura e che per realizzare il massimo profitto mandano consapevolmente a morte decine di migliaia di persone ogni anno, inquinando il pianeta.
Noi da decenni ci battiamo, nei luoghi di lavoro, nelle piazze, con manifestazioni davanti ai palazzi del potere economico e politico (Confindustria, parlamento, Inail ecc) e nei tribunali per ottenere verità e giustizia e punizioni severe per i responsabili affinché servano da monito per impedire in futuro altri omicidi, invalidi e feriti a causa di stragi dovute alla ricerca del massimo profitto, dalla logica del business, dall’avidità che trasforma le imprese in attività criminali.
Ogni vota abbiamo cercato giustizia ma abbiamo trovato la legge del padrone che assolve gli assassini e condanna le vittime a pagare anche le spese processuali.
Troppe volte abbiamo cercato giustizia nei tribunali trovando invece un sistema giudiziario che usa la legge per colpevolizzare le vittime e per concedere l’impunità ai responsabili di crimini contro l’umanità.
Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere: la nostra lotta nei luoghi di lavoro, nei territori e nelle aule di tribunale si pone l’obbiettivo della ricerca della verità sulle cause di disastri, malattie e morti di lavoro ovunque essi avvengano. Non accettiamo che la vita delle persone (a loro insaputa), la distruzione dell’ambiente e della natura possa essere messe a rischio per motivi economici. Ci verrebbero leggi, norme e comportamenti che tutelino le vittime e non i colpevoli. Non possiamo accettare che questa società consideri “normale” morire su lavoro, per disastri ambientali, per il crollo di ponti e case o per l’avvelenamento dei territori.
Un paese civile è quello che tutela la salute e la vita dei suoi cittadini e considera un crimine, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della natura, non un sistema che legittima lo sfruttamento.
La salute e la vita di ogni persona non hanno prezzo, valgono più di ogni profitto. Questo sistema uccide.
Solo lottando per una società in cui si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani, dove lo sfruttamento dei lavoratori e della natura sia considerato un crimine contro l’umanità, si può marciare verso la civiltà.
Michele Michelino, Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"

sab

08

gen

2022

L’imperdonabile solitudine di Julian Assange

L’imperdonabile solitudine di Julian Assange

 

di Atilio Boron (*) 

 

Julian Assange è sepolto dalla “giustizia” inglese in un carcere di massima sicurezza. La parola “sepolto “non è un disonesto uso di una parola che ci fa rabbrividire. E’ una sobria descrizione della cella in cui – a poco a poco, ora per ora – il fondatore di Wikileaks compie la sentenza di morte che gli hanno riservato.

La ragione? Aver filtrato alla stampa centinaia di migliaia di documenti probatori dell’infinità di assassinii, torture, bombardamenti e atrocità che Washington ha perpetrato in Iraq, Afganistan e in altri paesi, atrocità che Washington aveva nascosto con la massima cura.

 

Questo è il crimine di Assange: informare, dire la verità. E ciò costituisce un’offesa imperdonabile per l’impero, che da anni perseguita il giornalista.

 

Il coraggio del presidente Correa (ex presidente dell’Ecuador, n.d.t.) – già manifestato quando espulse le truppe USA dalla base di Manta – lo mise in salvo da questa minaccia concedendogli non solo asilo  nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra ma anche la cittadinanza ecuadoriana.  La nauseabonda bassezza morale del suo corrotto successore, Lenìn Moreno, privò Assange di entrambe le cose e lo consegnò inerme alle autorità britanniche; cioè nelle mani di uno dei più disprezzabili luogotenenti della Casa Bianca. E lì rimane aspettando, a quanto pare, un finale ineludibile: la sua estradizione negli USA.

 

Là il giornalista sarà esibito come un trofeo, torturato psicologicamente e fisicamente e poi, con maledetta furberia, condannato ad una dura sentenza, anche se minore dei 175 anni richiesti dal procuratore e spedito in un carcere dove, poco dopo, morirà fatto a pezzi a pugnalate in una ben orchestrata “lite tra reclusi”. Con un enorme  sfoggio di ipocrisia, Washington si affretterà a dichiarare il suo dispiacere per un simile finale e il presidente farà le sue condoglianze.

 

Morale che l’impero desidera stampare col fuoco su una pietra: “chiunque rivelerà i nostri segreti pagherà con la vita”.

 

Parlavamo della solitudine di Assange in questi giorni finali del difficile 2021 e la definiamo “imperdonabile”.

 

Perché? Perché il calvario che ha martirizzato l’australiano non ha provocato, salvo che a Londra, massicce manifestazioni di solidarietà e appoggio alla sua causa. Sorprende e preoccupa che questa non sia stata assunta come propria dalla sinistra e dai movimenti popolari, che fecero grandi battaglie alla fine del secolo scorso e all’inizio di questo contro l’Accordo Multilaterale di Investimenti – abortito non appena le sue clausole capestro segrete furono rivelate dagli hackers canadesi – o contro il neoliberismo, l’ALCA e i trattati di libero commercio, ma che oggi non si mobilitano per esigere l’immediata liberazione di Assange.

 

Credo che questa disgraziata situazione obbedisca a vari fattori: primo, l’indebolimento e/o la disorganizzazione delle forze sociali che hanno combattuto quelle grandi battaglie, prodotto del continuo attacco subito per mano dei governi neoliberisti; secondo, per la suicida esclusività che, nella costruzione dell’agenda dei movimenti contestatari, hanno i temi economici, dato che questi non possono essere l’unico argomento che fa muovere la loro militanza.

 

La lotta anticapitalista e antimperialista ha varie sfaccettature e la battaglia per l’informazione e la pubblicità degli atti del governo è una di queste. E in questa Assange è il nostro eroe, che resiste in solitudine.

 

Aggiungiamo un terzo fattore: il ruolo nefasto della “stampa libera”, cioè dell’antidemocratica concentrazione di poteri mediatici che mai ha assunto non diciamo la difesa di un giornalista della verità come Assange ma che ha dato il meglio di sé nel nascondere l’informazione sul caso.

 

La “canaglia mediatica”, che nulla ha a vedere con il nobile lavoro per giornalismo, si è allineata volontariamente per nascondere i crimini denunciati da Assange e giustificare la sua carcerazione. Cioè si è resa complice dei suoi boia.

 

Speriamo che la sinistra e i movimenti popolari reagiscano a tempo e abbandonino la loro abulia su questo tema. Si può fare ancora molto per salvare la vita di Assange: da una tempesta di twitter a livello mondiale che appoggi la sua battaglia fino a sviluppare una ciber-militanza delle reti sociali e l’organizzazione di tante manifestazioni di piazza nelle principali città del mondo che reclamino la sua libertà e facciano pressione sui governi perché esprimano solidarietà al giornalista imbavagliato. Siamo ancora in tempo. Le grandi organizzazioni popolari non possono né debbono essere complici del suo martirio.

 

Non abbandoniamo la mano di Assange, non lasciamolo solo!

 

 

 

(*) Politologo argentino, da: lahaine.org; 31.12.2021

 

 

 

(traduzione di Daniela Trollio, Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta88, Sesto S.Giovanni)

 

 

 

lun

03

gen

2022

IL NUOVO ANNO DEL CAPITALE

 

IL NUOVO ANNO DEL CAPITALE: PER GLI OPERAI VA SEMPRE PEGGIO.

 

 

Fabbriche che chiudono, altre che de localizzano, aziende occupate o presidiate dai lavoratori in lotta per la difesa del posto di lavoro, intanto aumenta il numero dei proletari disoccupati e il numero dei morti sul lavoro.

 

Lotte che ogni gruppo o settore di lavoratori combattono da soli nel loro posto di lavoro, nel territorio senza nessun collegamento con altre situazioni di lotta. Lotte tenute volutamente separate le une dalle altre dagli stessi sindacati confederali complici dello sfruttamento padronale e destinate alla sconfitta, che tuttavia vanno valorizzate e sostenute perché dimostrano la resistenza e la disperazione di chi perde il lavoro e il pane per il profitto e la brutalità del sistema capitalista.

 

Il nuovo anno è cominciato con l’aumento dei prezzi di tutti i generi alimentari e in particolare con costi sempre più proibitivi per il gas e la luce riducendo ancora di più i miseri salari.

 

Mentre i borghesi anche durante la pandemia di covi19 si godono il paradiso in terra; i proletari – che difendono il posto di lavoro patiscono con licenziamenti, denunce, daspo, Green pass o super Green pass, subiscono violenze, Apartheid, miseria e guerre. Un vero inferno in terra in attesa di guadagnarsi (per chi ci crede) il paradiso nell'aldilà: è questa l'essenza del sistema capitalista.

 

A chi lotta, a chi resiste senza mettere in discussione il modo di produzione capitalista, i giornali e i mass-media di regime, proprietari dei grandi capitalisti, sono disposti a dare per qualche giorno visibilità e parole di comprensione "umana", come se la disgrazia di perdere il lavoro e la casa non dipendesse dalla ricerca del massimo profitto dei loro padroni, ma si trattasse di fenomeni naturali senza responsabilità di nessuno.

 

Ai proletari e alle popolazioni che si oppongono allo sfruttamento capitalista, che ostacolano la pacifica e libera accumulazione del profitto, che vogliono una società senza padroni, libera dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, lo Stato impone il suo ordine con la violenza "legale" dei suoi manganelli, i gas lacrimogeni, le pallottole, cui seguono sempre le denunce e gli arresti della sua magistratura e della sua polizia "democratica". A fianco della polizia, carabinieri e delle forze della repressione ”democratica” sono usati sempre più le squadracce fasciste e i mazzieri della vigilanza privata dei padroni come avviene ormai giornalmente nelle lotte della logistica.

 

"Terrorista", "estremista", "anarchico", "comunista": è così che è definito chiunque lotti e ostacoli la pacifica accumulazione dei profitti e per questo si viene repressi e incarcerati.

 

Dividere le lotte, gli operai e i lavoratori per località, territorio, regione, settori produttivi, separare precari dai lavoratori a tempo indeterminato, italiani o stranieri, fra Sivax e Novax, si Green pass o no Green pass è il modo che i governi, i padroni e i loro servi usano per indebolire una classe proletaria che dalla sua ha il numero e la forza per distruggere questo sistema, ma manca del collante, un’organizzazione sindacale unitaria di classe e l'organizzazione in un suo partito politico.

 

L'unico modo per difendere i nostri interessi, è quello di lottare uniti per un sistema sociale alternativo al capitalismo, dove si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto. Un sistema senza padroni e schiavi salariati che consideri il profitto - e il modo in cui è conseguito, lo sfruttamento in tutte le sue forme e colori - un crimine contro l'umanità. Un sistema che si chiama socialismo

 

L’unità di classe degli sfruttati è la prima arma di difesa per resistere all’attacco delle condizioni di lavoro e di vita portato dai padroni.

 

La classe operaia e proletaria, il movimento dei lavoratori ha gli stessi interessi e un solo nemico, i padroni e il loro governi.

 

 

PROLETARI DÌ TUTTO IL MONDO UNIAMOCI SUI NOSTRI INTERESSI CHE SONO ANTAGONISTI A QUELLI DEL CAPITALE.

 

 

 

Michele Michelino, Centro di Iniziativa Proletaria “”G. Tagarelli”

 

sab

01

gen

2022

CIAO VITTORIO

Ciao Vittorio.
Nella notte tra il 29 e il 30 dicembre, a Huacho (Perù) è morto per infarto don Vittorio Ferrari.
Anche noi del Centro di Iniziativa Proletaria “ G. Tagarelli” ricordiamo l’amico e sostenitore delle lotte degli operai e degli oppressi e lo ricordiamo: quando ancora era cappellano dell’ospedale di Sesto San Giovanni, è stato spesso nostro ospite, fra l'imbarazzo e la curiosita' degli abitanti dei caseggiati vicini che lo vedevano entrare nella nostra sede (lui molto conosciuto), e nostro amico cordiale perché amico di ogni povero del mondo, al punto da finire nel 2005 tra i contadini del Perù a nord di Lima, dove ha voluto vivere fino all’ultimo giorno ed essere seppellito là oggi 31 dicembre.
Vittorio era cresciuto fianco a fianco con Sandro Artioli, prete operaio, operaio della Breda Termomeccanica /Ansaldo e associato del nostro Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di lavoro e nel Territorio di cui aveva un’enorme ammirazione e dal quale aveva imparato che nelle scelte della vita è necessario essere radicali e coerenti fino in fondo.
Ciao Vittorio amico degli operai e degli oppressi, ci mancherai.

sab

25

dic

2021

NATALE TRA FESTA E IPOCRISIA.

NATALE TRA FESTA E IPOCRISIA.

IL GIORNO DEL VOGLIAMOCI BENE, DELLA “PACE” FRA SFRUTTATI E SFRUTTATORI.

Questo Natale come quello dell’anno precedente è austero per i poveri, gli operai licenziati, quelli che il lavoro non lo trovano, quelli super sfruttati,  per gli sfrattati, i senzatetto, gli invalidi e i famigliari dei morti sul lavoro, per tutti gli oppressi.

Se le festività natalizie sono state occasione in passato d’incontri conviviali, fra parenti, amici e compagni, un momento di gioia e di abbondanti libagioni in cui lo spreco di cibo e gli avanzi riempivano i cassonetti dell’immondizia facendo fare un doppio lavoro agli operai addetti alla nettezza urbana, in altre parti del mondo a Natale si muore di fame e di sete come tutti i giorni. Oggi le restrizioni del governo, la paura del covid, l’introduzione del super Green pass e l’acuirsi della crisi aumentano l’incertezza per il domani creando altro malessere e stress alla popolazione.

L’altra faccia dell’opulenza capitalista/imperialista e la mancanza di accesso ai servizi essenziali in paesi sfruttati dalle potenze imperialiste, paesi poverissimi colpiti da conflitti e guerre alimentati dai paesi imperialisti che li depredano delle risorse fondamentali. Nazioni diventate preda delle borghesie imperialiste, senza strutture sanitarie e acqua pulita, senza servizi igienico-sanitari, aree del mondo più vulnerabili, messe in ginocchio da anni di guerra, dal cambiamento climatico e dalla pandemia.

Emergenze umanitarie, spesso dimenticate, che rischiano senza interventi immediati di trasformarsi in vere e proprie catastrofi. Come in Yemen, dove la popolazione – a quasi sette anni dall’inizio di un sanguinoso conflitto - sta facendo i conti con una nuova ondata di contagi da Covid19 e il riaffacciarsi dell’incubo del colera, priva di acqua pulita, vaccini, cure e strumenti di protezione e più di 15 milioni di uomini, donne e bambini non hanno accesso all’acqua pulita e a servizi igienico-sanitari. 

 Il capitalismo, fin dai suoi albori, con la colonizzazione e la conquista di buona parte del mondo, ha causato la schiavitù e la morte di centinaia di milioni di persone. Solo in America Latina e in Africa si calcola che siano morti almeno 70 milioni di indigeni e che , in nome del profitto, circa 12 milioni di schiavi africani siano stati strappati ai loro paesi nei primi anni del secolo, mentre sono miliardi gli esseri umani che ancor oggi l’imperialismo sacrifica.

Una società dove mentre aumenta la ricchezza nelle mani di una minoranza, dall’altro polo aumenta la miseria, la disuguaglianza, la povertà, i campi non coltivati, i contadini senza terra, gli operai senza lavoro: disoccupazione, fame, malattie, guerre, morte.
Nel sistema capitalista molte vite, che potrebbero essere salvate, si perdono per pochi centesimi. L’analfabetismo, la prostituzione infantile, i bambini sfruttati e costretti a lavorare sin dalla più tenera età che chiedono l’elemosina per vivere, le baraccopoli in cui sopravvivano milioni di persone in condizioni disumane, le discriminazioni per motivi razziali o sessuali, è solo una parte dello sfruttamento capitalista.

L’imperialismo impone ai popoli del mondo sottosviluppo, prestiti usurai, debiti con interessi impossibili da pagare, scambio diseguale, speculazioni finanziarie non produttive, corruzione generalizzata, commercio di armi, guerre, violenza, massacri.
Agli ordini del mercato, lo stato è privatizzato sempre più. Le campagne sull’inefficienza e sulla corruzione montate dai capitalisti hanno lo scopo di rendere possibile realizzare le privatizzazioni con il consenso di una parte dell’opinione pubblica e con l’indifferenza di un’altra parte.

Gli stati del Terzo Mondo più pagano più sono in debito, e più sono costretti a obbedire all’ordine di smantellare lo stato sociale, ipotecare l’indipendenza politica e alienare l”economia nazionale”.
La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale rispondono solo agli interessi delle multinazionali, decidono e riscuotono a Washington, sebbene gli Stati Uniti siano il paese più indebitato del mondo.
Combattere contro il sistema di sfruttamento capitalista che, in nome del profitto, impongono miseria, guerra, fame e morte, è il primo dovere di ogni proletario cosciente.

Ormai l’imperialismo e il sistema capitalista, per i proletari e i popoli del mondo, è diventato sinonimo di distruzione e di barbarie, che continuano a perpetuarsi attraverso le violenze e le guerre.

Ripristinare il punto di vista proletario – unirsi e organizzarsi- riconoscendosi come appartenenti a un’unica classe (contro ogni ideologia nazionalista) a livello mondiale - è la battaglia che oggi noi operai coscienti di tutto il mondo dobbiamo condurre in fabbrica, in tutti i luoghi di lavoro nei e nel movimento proletario e sociale.

La centralità operaia deve essere riconosciuta e tornare in primo piano.

Contro il capitalismo/l’imperialismo, la società del crimine organizzato che distrugge gli esseri umani e la natura.

Per il potere operaio, per il socialismo.

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 





mer

22

dic

2021

LA SCIENZA E LA MEDICINA DEL CAPITALE

 

La scienza e la medicina del capitale

 

 

Nella guerra di classe fra borghesia e proletariato un ruolo importante è quello combattuto in campo culturale, medico, scientifico

 

 

Le guerre di classe contro il proletariato e le nazioni oppresse per sfruttare più intensamente lavoratori e popoli non si combattono solo con le bombe, i missili, gli eserciti e con lo Stato di polizia che garantisce ai potenti il proprio dominio.

I borghesi stanno usando la pandemia Covid 19 per uscire dalla crisi ancora più forti e potenti e ci dicono che tutto finirà bene se seguiamo le loro decisioni.

 

 

 

Governi, multinazionali e Confindustria sostengono che il vaccino ci libera dal pericolo mortale, che i nemici sono gli untori, quelli che non si vaccinano. Davanti alla pandemia e alla paura di infettarsi e morire molti (anche fra i “compagni”) che sostengono a parole la lotta di classe contro il sistema capitalista, invece di lavorare per unire la classe su posizioni anticapitaliste/antimperialiste nello scontro di classe fra borghesi e proletari che hanno interessi inconciliabili, sono passati a sostenere armi e bagagli la posizione dei padroni e ad alimentare la divisione nella classe sfruttata.

 

 

 

Per i padroni e i loro governi i nemici sono i lavoratori coscienti, i rivoluzionari, i sovversivi - siano essi novax/sivax - che lottano contro la cancellazione dei diritti democratici e scendono in piazza. Considerati nemici del capitale sono anche tutti quelli che si oppongono alle misure di restrizione degli spazi democratici borghesi, i No green pass e No super green pass.

 

 

 

Oggi attraverso una campagna sempre più martellante, la borghesia imperialista è riuscita ad avere il consenso di una parte ampia della popolazione nella lotta contro i presunti “untori” mentre continua ad attaccare le condizioni di vita e di lavoro dei proletari, con una gerarchia di uno Stato sempre più autoritario.

 

 

 

Noi comunisti da sempre lottiamo per instaurare una società socialista che liberi l’uomo dalla povertà materiale, per la felicità umana. Per questo non accettiamo la società capitalista/imperialista come il migliore dei mondi possibili ma la consideriamo un cancro da distruggere. Per questo noi crediamo che l’impossibile diventi possibile con il potere in mano alla classe operaia.

 

 

 

In una società divisa in classi la scienza, la medicina, la giustizia non sono neutrali, sopra le parti, ma al servizio del potere borghese.

 

 

 

Con il nazismo e il fascismo, la scienza del capitale al servizio del potere commise crimini contro l’umanità in nome della “scienza”.

 

 

 

La Germania nazionalsocialista tra il 1933 e il 1939 avviò ampie campagne di sterilizzazione forzata su oltre 300mila persone, esseri umani, giudicate affette da malattie ereditarie. Considerando ereditarie alcune malattie, tra gli altri, i disturbi come la schizofrenia o l’epilessia. Il medico personale di Hitler, Karl Brandt, sviluppò in quegli anni il programma noto come Aktion T4, portato avanti dal “Comitato del Reich per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite gravi”, istituito nel 1938. Il comitato aveva lo scopo di ordinare la soppressione di tutti i bambini fino ai tre anni con malformazioni fisiche e malattie mentali. Negli anni successivi questa politica fu estesa anche agli adulti. Si stima che circa 70mila persone furono uccise attraverso i programmi di eutanasia – e in molti casi di vero e proprio sterminio di massa – del Terzo Reich.

 

 

 

Durante la Seconda guerra mondiale, Eugene Fischer fece esperimenti nei campi di concentramento attraverso prelievi di sangue, tessuti e misurazioni craniali. Inventò una vera e propria scala pseudoscientifica per determinare la provenienza razziale degli internati che si basava sul colore dei capelli: i più puri erano quelli che avevano i capelli biondi, i meticci più “impuri” avevano i capelli neri o con gradazioni di rosso.

 

 

 

Ad Auschwitz Josef Mengele, il “dottor Morte”, il famigerato medico del campo di concentramento faceva i suoi esperimenti sui prigionieri, in particolare sullo studio dei gemelli e del colore degli occhi e sulla capacità di sopravvivenza umana in ambienti estremi (freddo intenso, pressione atmosferica minima, assenza di ossigeno). Ad Auschwitz, la “Scienza” del nazismo si macchiò dei crimini più efferati e scrisse la pagina più oscura della medicina moderna.

 

 

 

Nell’Italia fascista alcuni dei più noti e rinomati scienziati e medici pubblicarono su “Il Giornale d'Italia” del 14 luglio 1938, con il titolo “Il fascismo e i problemi della razza, il Manifesto degli scienziati razzisti Manifesto della razza, anticipando di poche settimane la promulgazione della legislazione razziale fascista (settembre-ottobre 1938). Firmato da alcuni dei principali scienziati italiani, il Manifesto divenne la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell'Italia fascista.

 

 

 

Il profitto è la molla, il fondamento e l’obiettivo di tutta la società capitalista. Per i borghesi, i padroni, il profitto viene prima di tutto, prima della salute e della vita del proletariato e delle masse popolari. Pagare gli scienziati, i tecnici, per ricerche finalizzate a realizzare il massimo profitto in ogni campo economico della società è una delle spese necessarie per il capitale.

 

 

 

Nello stesso tempo ostacolare, nascondere gli studi di scienziati indipendenti, senza conflitti d’interessi, sulla salute, sugli inquinanti e cancerogeni, sulle malattie, è da sempre l’obiettivo dei padroni delle industrie multinazionali e della società capitalista/imperialista.

 

 

 

La scienza e la medicina del capitale sono funzionali alle esigenze e agli interessi del sistema

 

 

 

La scienza del capitale l’abbiamo subita sulla nostra pelle anche per quanto riguarda l’amianto e il cloruro di vinile monomero.

 

 

 

La storia dell’amianto e del “progresso” è costellata da centinaia di migliaia di morti di operai e cittadini.

 

 

 

Gli studi sulla sua pericolosità risalgono a primi anni del 1900 quando in Gran Bretagna furono approvate le prime leggi che prevedevano il monitoraggio della salute dei lavoratori e i risarcimenti per chi si ammalava.

 

 

 

L’uso dell’amianto, che ha arricchito le multinazionali e i padroni di tutto il mondo, ha causato una strage di lavoratori e cittadini dimenticata da tutti i governi, poco conosciuta dall’opinione pubblica, che però continua.

 

 

 

Ancora oggi l’amianto uccide. Solo in Italia ogni anno le vittime sono 6.000, 16 al giorno, quasi 2 ogni ora. L’amianto è un cancerogeno che non provoca solo il mesotelioma, il tipico tumore d’amianto, ma anche un’altra decina e più di cancri, tumori e malattie molto invalidanti.

 

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dom

19

dic

2021

SONO SOLO RINUNCE, ALTRO CHE RIPRESA!

Sono solo rinunce, altro che ripresa! 

 

È sempre più necessario fare un ulteriore passo avanti nel senso del coordinamento, dell’unità dei lavoratori e dell’organizzazione delle lotte contro lo sfruttamento e l’oppressione capitalista  

  

Un altro anno sta per finire con regali che sono una consuetudine del sistema capitalista, in un contesto diverso.

 

Il governo Draghi prende decisioni solo a favore di Confindustria e tralascia tutto ciò che è alla base del malcontento popolare: dalla disoccupazione al dilagare del lavoro precario ai licenziamenti agli sfratti, al carovita.

 

 Anche sull’ambiente per il quale spende tante parole prende tempo e rimanda ai prossimi anni un mini intervento, tanto per dare il contentino alle proteste ambientaliste. In realtà finanzia le fonti di energia inquinanti, sviluppa l’industria degli armamenti, compra armi da guerra che richiedono esercitazioni con relativo inquinamento. Nulla fa per potenziare la sanità e porta avanti il suo disegno di privatizzazione, tagli e ristrutturazioni. Da alcune parti sentiamo dire che bisogna ringraziare il governo che si preoccupa della salute dei cittadini provvedendo alla vaccinazione di massa e c’è chi si sente garantito dal green e super pass e... dai controlli sulla libertà di scelta fino al divieto di manifestare e scioperare.

  

È la voce di chi cade nell’inganno, di chi non capisce che la fornitura dei vaccini, prima di tutto favorisce i guadagni delle multinazionali (che in Italia come in tutta la UE sono solo 2 ammessi dei tanti vaccini esistenti), poi non tiene conto che mancano posti letto, operatori sanitari, servizi territoriali per garantire cure e assistenza a coloro che si infettano, e lascia sguarniti interi settori sanitari come cardiologia e oncologia addossando la colpa a chi non si vaccina.

 

Al governo della Confindustria interessa solo garantire in sicurezza lo shopping natalizio, parte integrante della tanto agognata ripresa, ed evitare ogni rallentamento della produzione e dei profitti.

 

In nome della sicurezza e della salute c’è chi si abitua ed accetta limitazioni fatte passare come rispetto della legalità perché, ci dicono, per il bene di tutti, ma che nascondono la responsabilità politica che ha portato all’attuale situazione di crisi economica che era già in atto prima ancora del coronavirus.

Le misure ipocrite prese negli ultimi due anni sono, come abbiamo più volte scritto, una distrazione di massa, vincola l’accesso a servizi essenziali e diritti fondamentali diventando nei fatti una fonte di discriminazione e divisione, in particolare tra i lavoratori nei luoghi di lavoro.

Un altro strumento di ricatto e utile ai padroni per ridurre ulteriormente i costi della sicurezza nei luoghi di lavoro eliminando mascherine e tamponi (già a carico di chi deve lavorare)  e sanificazioni (peraltro già scarse).


Assistiamo al netto peggioramento delle condizioni di vita e ancora non si conosce il testo della manovra 2022 - licenziato dall’esecutivo e in discussione in commissione Bilancio del
Senato - “espansiva” solo per i padroni che riceveranno crediti e incentivi oltre ai miliardi del PNRR.

 

All’aumento dello sfruttamento per i lavoratori spremuti con orari di lavoro intensi e interminabili che sono la prima causa dei morti sul lavoro, con pensioni ancora più da fame di quelle attuali per i precari dopo che questo governo (in continuità con i precedenti) ha portato l'uscita dal lavoro ad oltre 70 anni.
E i sindacati confederali giocano sulla pelle dei lavoratori con uno sciopero generale, che esclude sanità, poste e a pochi giorni dopo quello della scuola e prima dei portuali. Uno sciopero, con manifestazione statica in una piazza e che al suo centro non ha né il governo Draghi - che ha dato il via libera all'aumento delle bollette e agli sfratti - né le contraddizioni tra capitale e lavoro. Uno sciopero di facciata per riprendere la concertazione e gli accordi a perdere tanto cari alla CISL che infatti non ha aderito. Uno sciopero invocato da mesi dai lavoratori e dalle RSU organizzato invece dai vertici sindacali in pochi giorni e depotenziato. Ma, nonostante tutti i limiti, ha visto una grossa partecipazione anche di molti settori di lavoratori organizzati nei sindacati di base e conflittuali ed espresso la volontà di andare avanti con più forza. Per bloccare il paese e dimostrare attraverso la mobilitazione tutta l’energia e la voglia di cambiamento del movimento operaio e popolare.
Si può parlare di sciopero generale se non danneggia il potere ?
Oggi ci troviamo di fronte ad un fenomeno inedito. Migliaia di persone si riuniscono in strade e piazze, sfidano divieti, invocano la libertà ma non affrontano, con la stessa forza il diritto al lavoro, alla casa, all’ambiente, alla salute, al carovita, ai prezzi dei carburanti, ai pericoli di una guerra che incombono, non si ribellano alle spese militari, all’inflazione arrivata a +3.8%, secondo le ultime stime dell’Istat, al  prossimo aumento dell’Iva che produrrà ulteriori rincari di tutti i generi.
Esprimono uno spaesamento frutto di un disagio sociale ed economico, ma che non interpreta la realtà di una situazione grave voluta dalla borghesia e dalle istituzioni nazionali, europee, statunitensi.

 

Là dove si lavora, nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, gli operai e i salariati vengono spremuti all'estremo con orari di lavoro intensi e interminabili, che sono la prima causa dell'epidemia di morti sul lavoro, le risposte a questa aggressione capitalistica, dello Stato e della UE

 

ci sono un po’ in tutta Italia. Innanzitutto la irriducibile lotta contro il gigante multinazionale FedEx dei facchini della logistica, degli operai della Texprint organizzati con il SI Cobas, la forte resistenza ai licenziamenti degli operai della Gkn, della SaGa Coffee, dei dipendenti dell'Alitalia etc., lo sciopero unitario del sindacalismo di base dell'11 ottobre, i numerosi presidi davanti alle fabbriche che, in seguito allo sblocco dei licenziamenti, fanno strage dell’occupazione.

 

Ma queste lotte mettono in evidenza la sempre maggiore necessità di fare un ulteriore passo avanti nel senso del coordinamento, dell’unità dei lavoratori e dell’organizzazione delle lotte contro lo sfruttamento e l’oppressione capitalista.  

 

Riempire il vuoto causato dalle varie forze politiche parlamentari e istituzionali, far capire che non si difende il proprio posto di lavoro con l’indifferenza, ma vincendo la paura - che fa parte della strategia del capitale per soggiogare, intimidire e impedire anche il minimo dissenso -, senza piegarsi alla reazione dominante, e diventare protagonisti anche sul piano della solidarietà è indispensabile.

 

Al tempo stesso è necessario capire l’importanza di operare per un’organizzazione che sia punto di riferimento e di prospettive di benessere per la maggioranza della popolazione e con la quale il proletariato possa costruire una società socialista, opposta a quella capitalista.

 

 Editoriale della rivista comunista “nuova unità” n. 7

 

sab

11

dic

2021

CIAO GIANCARLO AMICO E COMPAGNO DI LOTTA

Ciao Giancarlo, riposa in pace.
Abbiamo appreso con dolore che è venuto improvvisamente a mancare il nostro amico, maestro, compagno di tante battaglie professor Giancarlo Ugazio di 89 anni.
Giancarlo - medico, professore di Patologia generale presso la Scuola medica dell’Università di Torino (1976-2007) e presidente del Gruppo di Ricerca per la prevenzione della Patologia Ambientale – noi lo abbiamo conosciuto per la prima volta il 18 gennaio 2010 a Roma, in occasione dell’incontro delle Associazioni e Comitati di lavoratori esposti all’amianto e di famigliari delle vittime.
Ci siamo trovati dalla stessa parte nel sostenere la prevenzione primaria e da allora abbiamo instaurato un forte rapporto continuativo di scambio di esperienze comuni seppur in ambiti diversi, nella lotta per la difesa della salute, la prevenzione primaria, contro chi per il profitto mercifica la salute e la vita degli essere viventi e del pianeta.
E’ cominciato allora un rapporto che non si è più interrotto di amicizia e collaborazione.
Insieme abbiamo organizzato decine di conferenze a domanda/risposta con gli operai delle fabbriche di Sesto San Giovanni al Centro di Iniziativa Proletaria la sede del nostro Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio.
Giancarlo, nonostante le sue conoscenze scientifiche (autore di oltre 220 pubblicazioni scientifiche) è sempre stato una persona modesta con una grande voglia di stare in compagnia e vivere con i lavoratori. Scanzonato e ironico, amava il buon cibo e le barzellette e non disdegnava mettersi ai fornelli per farci gustare le sue ricette.
Gli piaceva confrontarsi con gli operai e imparare sempre cose nuove o approfondire su sollecitazioni dei lavoratori le cose che non sapeva per aiutarci nella lotta contro le multinazionali farmaceutiche e chi si arricchiva sulla salute delle persone.
E intanto, con leggerezza, noi imparavamo tantissime cose da lui.
Per questo ricordiamo che nel 2011 l’assemblea dei soci del Comitato decise di cambiare lo statuto e il regolamento del Comitato stesso per istituire la figura di “socio onorario” per persone particolarmente meritorie, distintesi nella lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la difesa della salute.
Allora vennero ammessi nel Comitato due nuovi soci (ad oggi gli unici): il prof. Giancarlo Ugazio già professore universitario, “medico non pentito e scienziato non in vendita” e Ettore Zilli, classe 1924, partigiano e deportato nel campo di sterminio di Dachau, da molti anni frequentatore del Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” e del Comitato. 
Vogliamo ricordare il nostro compagno di lotta con le sue parole (il suo “
’auto-coccodrillo*) scritte sul suo sito https://www.grippa.org

 

Giancarlo Ugazio ...... è solo un medico ma:
-
non è un medico pentito di apprezzare e di difendere la salute umana,
- non è uno scienziato accattone, perché sa anche dare senza nulla
chiedere per se stesso,
- non è uno scienziato p...., perché non è disponibile per avallare eventuali
errori commissivi od omissivi di chi è tenuto a proteggere la nostra
salute per dovere d’ufficio, ancorché elettivo,
- pur essendo totalmente laico, e sprovvisto di tessere partitiche o
sindacali, e animato da una religiosità naturale, tenta di mutuare il
principio cristiano che sconsiglia di fare agli altri ciò che non si vorrebbe
sopportare, quindi non sgrana rosari, né va volontario nel Gabon, ma dona
tutto quanto sa ai suoi concittadini che, avendo già pagato le tasse, hanno
il diritto di godersi un po’ di salute,
- per queste prerogative, molti imbecilli l’hanno definito un rompi c... ma ciò
non lo preoccupa più del necessario, perché questa squalificazione dipende dal fatto che egli chiede agli altri ciò che chiede a se stesso: il massimo ed il meglio, senza la presunzione di raggiungerli,
- non riesce a convivere con gli imbecilli, i fannulloni, e i disonesti, non
perché vuol redimerne il mondo, ma solo perché desidera che queste categorie non gli facciano perdere del tempo prezioso nei pochi anni o mesi che gli spettano ancora per lavorare prima del raggiungimento del trattamento di quiescenza.
 
Ciao Giancarlo, ci mancherai, che la terra ti sia lieve.
 
Grazie per tutto quello che hai fatto.
 
 
Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio
 
 
Sesto S.Giovanni, 10.12.2021

dom

05

dic

2021

A perenne ricordo degli operai della ThyssenKrupp e di tutte le vittime dello sfruttamento capitalista, ora e sempre resistenza!

Per ricordare

 

IL CAPITALISMO CONTINUA A UCCIDERE I LAVORATORI

 

Quattordici anni fa morivano 7 operai alla ThyssenKrupp di Torino: 4 bruciati vivi, altri 3 dopo giorni di terribile agonia. Nella fabbrica in smobilitazione della multinazionale tedesca il padrone, con la complicità dei sindacati confederali, aveva imposto turni di lavoro di 12 ore. Alcuni degli operai uccisi lavoravano con più di 4 ore di straordinario alle spalle. Così ThyssenKrupp incrementava i propri profitti risparmiando sulla manutenzione e sulla sicurezza.

L’“incidente” alla ThyssenKrupp colpì fortemente l’opinione pubblica per come avvenne: operai bruciati vivi come se fossimo ancora nell’800, nascondendo che questa, invece, è la “modernità” del capitalismo.

Tanti allora piansero lacrime di coccodrillo. I padroni, definendo questa ennesima strage un “fatale incidente”; i politici borghesi (di centro-destra e di centro-sinistra) parlando di “piaga inaccettabile”; i sindacati confederali, che accettano come legittimo il profitto siglando in ogni accordo il peggioramento delle condizioni di lavoro. Tutti, così, rendendosi parte integrante e complici di quel sistema di sfruttamento dei lavoratori che si chiama capitalismo.

 

Da allora le morti operaie sono continuate e continuano da un capo all’altro della penisola. Secondo le stime ufficiali sono 4 al giorno, 1.500 all’anno. In realtà, se ai dati Inail si aggiungono gli incidenti dei 3 milioni 500mila lavoratori, italiani e stranieri, che lavorano in nero e le morti diluite nel tempo causate dalle malattie professionali, non è azzardato sostenere che il numero dei morti sul lavoro e di lavoro è superiore ai 10 al giorno. A queste cifre vanno aggiunte le 6000 morti all’anno per amianto (16 il giorno, 2 ogni ora) e altre migliaia per altre malattie professionali.

Per gli operai e i lavoratori - divisi, disorganizzati, senza nessuna rappresentanza politica e sindacale - portare a casa un salario nella guerra quotidiana fra capitale e lavoro è sempre più rischioso.

I morti sul lavoro non sono mai una fatalità: sono il costo pagato dagli operai alla realizzazione del profitto.

 

I morti sul lavoro sono parte della brutalità e della violenza del sistema capitalista. Protetti da leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione, lo sfruttamento e il profitto, i capitalisti hanno impunità e licenza di uccidere.

Quindi non si tratta di “destino”. Sono l’aumento dello sfruttamento e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro la causa principale degli infortuni e dei morti sul lavoro e di lavoro.

GLI OPERAI NEL SISTEMA CAPITALISTA NON SONO ALTRO CHE FORZA-LAVORO: CARNE DA MACELLO.

 

Noi continuiamo a lottare contro tutte le morti “innaturali”, anche se siamo coscienti che solo abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la classe operaia può liberarsi.

Il 6 dicembre, anniversario della strage della ThyssenKrupp, vogliamo ricordare tutte le vittime di una guerra di classe non dichiarata che compie stragi di lavoratori ogni giorno.

A perenne ricordo degli operai della ThyssenKrupp e di tutte le vittime dello sfruttamento capitalista, ora e sempre resistenza!

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it

 

Sesto San Giovanni, dicembre 2021

sab

04

dic

2021

OPERAI E PADRONI

OPERAI E PADRONI

La classe operaia, cosciente dei suoi interessi immediati e storici, ha sempre ritenuto che l'unica guerra giusta è quella contro i padroni e governi, cioè quella delle classi e dei popoli oppressi contro lo sfruttamento. Gli operai comunisti, i rivoluzionari proletari sono sempre stati in prima fila nelle lotte per la pace, contro le guerre imperialiste, ma pur essendo persone pacifiche, non sono mai stati pacifisti come ha dimostrato anche la lotta di resistenza al nazifascismo.

I rivoluzionari, gli sfruttati coscienti da sempre combattono l'unica guerra giusta che è quella di classe: quella contro lo sfruttamento e l’oppressione capitalista/imperialista.

Operai e padroni di tutto il mondo hanno interessi antagonistici e gli operai non hanno niente da spartire con i loro padroni. La “patria” dei padroni non è quella dei proletari.

Anche in questo periodo di “emergenza” di covid 19 i padroni e governi, mentre dicono di agire per la difesa della salute pubblica, cancellano e limitano i diritti costituzionali dei proletari ma non dei borghesi. Oggi più che in passato si continua morire sul lavoro, molte fabbriche de localizzano licenziando i lavoratori, aumentano le bollette di gas e luce e i prezzi di tutte le merci a cominciare dai generi alimentari primari come pasta, pane, zucchero, benzina, trasporti e molto altro, e il governo continua a fare leggi a favore degli industriali e della finanza, che continuano ad aumentare i profitti.

Nel sistema capitalista gli operai sono solo merce forza-lavoro, schiavi salariati del potere che si trova nelle mani della borghesia, che lo esercita attraverso lo Stato che non è altro che un mezzo di oppressione e di asservimento della classe proletaria.

La classe operaia, il proletariato e gli sfruttati possono emanciparsi solo distruggendo lo Stato della borghesia, non sostenendolo o giustificandolo.

 Il proletariato è una classe internazionale, (la nostra patria è il mondo intero) e potrà avere una “patria” soltanto quando avrà conquistato il potere, in uno Stato socialista in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione sia abolita e lo sfruttamento degli esseri umani e la distruzione della natura considerata, un crimine contro l’umanità.

 

Michele Michelino, Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

 

ven

03

dic

2021

A SCIENZA, LA MEDICINA, LA GIUSTIZIA SONO NEUTRALI?

La scienza, la medicina, la giustizia sono neutrali, al di sopra delle parti o al servizio del potere? Alcune semplici riflessioni

Il profitto è la molla, il fondamento e l’obiettivo di tutta la società capitalista. Per i borghesi, i padroni, il profitto viene prima di tutto, prima della salute e della vita del proletariato e delle masse popolari. Pagare gli scienziati, i tecnici, per ricerche finalizzate a realizzare il massimo profitto in ogni campo economico della società e una delle spese necessarie per il capitale.

Nello stesso tempo ostacolare, nascondere gli studi di scienziati indipendenti, senza conflitti d’interessi, sulla salute, sugli inquinanti e cancerogeni, sulle malattie, è da sempre l’obiettivo dei padroni delle industrie multinazionali e della società capitalista/imperialista.

La scienza e la medicina del capitale sono funzionali alle esigenze e agli interessi del sistema.

La storia dell’amianto e del cloruro di vinile monomero che tanti morti hanno causato, lo dimostrano.

L’amianto e le fibre da cui è composto, come altri cancerogeni, uccidono. L’asbesto è un killer che non perdona ed è direttamente collegato all’insorgenza del mesotelioma della pleura e del peritoneo e di altri tipi di cancro fra i quali al polmone e alle vie respiratorie. La vicenda dell’amianto che produce migliaia di morti ogni anno dimostra il cinismo, il crimine di chi in nome del profitto ha mandato consapevolmente a morte decine di migliaia di lavoratori e cittadini.

Gli studi sulla sua pericolosità risalgono a primi anni del 1900 quando in Gran Bretagna furono approvate le prime leggi che prevedevano il monitoraggio della salute dei lavoratori e i risarcimenti per chi si ammalava.

L’uso dell’amianto che ha arricchito le multinazionali e i padroni di tutto il mondo hanno causato una strage di lavoratori e cittadini dimenticata da tutti i governi caduta nell’oblio che continua.

Ancora oggi l’amianto uccide, solo in Italia ogni anno le vittime sono 6000, 16 al giorno quasi 2 ogni ora. L’amianto è un cancerogeno che non provoca solo il mesotelioma, il tipico tumore d’amianto, ma anche un’altra decina e più di cancri e tumori e malattie molto invalidanti.

I governi, le autorità mediche scientifiche, molti delle quali sui libri paga delle multinazionali e delle lobbie dell’amianto, fino a pochi anni fa negavano la cancerogenicità di questo minerale e ancora oggi nei processi gli avvocati e i consulenti dei padroni continuano a negarlo.

Noi abbiamo imparato sulla nostra pelle che la lotta per la salute in fabbrica e nel territorio non va delegata nessuno, meno che mai ai Governi, padroni e Confindustria che oggi durante la pandemia mentre a parole dichiarano difendere la salute dei cittadini, costringono i lavoratori con il ricatto della perdita del posto di lavoro, con il Green pass a condizioni lavorative sempre peggiori.

Eppure la prevenzione sarebbe semplice: basterebbe un piano nazionale di rimozione delle 40 milioni di tonnellate di amianto presenti in Italia a cominciare dai 400mila manufatti di amianto di scuole, ospedali, tubature, edifici pubblici per salvare decine di migliaia di vita umane.

. Questo sì che sarebbe una grande opera utile alla popolazione!

Che le industrie capitaliste finanzino studi di parte e nascondano, per ragioni di profitto, i danni che certe sostanze nocive usate nelle lavorazioni provocano a lavoratori e cittadini è ormai dimostrato.

Morti per cloruro di vinile monomero.

Anche durante il processo Montedison a Porto Marghera sugli omicidi dei lavoratori morti per cloruro di vinile monomero e sui crimini ambientali della laguna di Venezia iniziato il 13 marzo 1998, l’azienda nascose i dati sulla cancerogenicità e la relazione tra angiosarcoma e cloruro di vinile già dimostrata da studi condotti dalle stesse aziende chimiche produttrici e tenuta segreta senza avvisare i lavoratori e senza prendere nessun provvedimento per la salute.

Le gravi conseguenze dell’esposizione al CVM, ipotizzate per la prima volta nel 1969 al Congresso Internazionale di Medicina del Lavoro di Tokio da un medico della Solvay, Pierluigi Viola, furono definitivamente confermate in Italia a seguito di un’indagine epidemiologica commissionata da Montedison all’Università di Milano, condotta nel 1971 dal prof. Cesare Maltoni negli stabilimenti di Brindisi, Marghera, Terni e colpevolmente nascoste per non intaccare i profitti della multinazionale.

Non c’è da stupirsi che il capo redattore della rivista scientifica Lancet (una delle più autorevoli) abbia dichiarato recentemente che “…gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può semplicemente essere falsa”.

La ricerca indipendente è strozzata, la stragrande maggioranza delle ricerche è finanziata da aziende private, sia per quanto riguarda l’attendibilità dei risultati, sia perché la ricerca è indirizzata a ottenere risultati spendibili sul mercato, non socialmente utili. Anche nei pochi casi in cui è finanziata dallo stato, come nel caso dei vaccini, i profitti diventano privati e finiscono nelle tasche degli azionisti delle multinazionali.

Quando si parla di scienza, sia fatta da uno scienziato, sia da un non addetto ai lavori, si ha sempre l’idea di parlare di qualcosa che non ha a che fare con la fallibilità umana, col conflitto d’interessi, con l’economia, con l’egemonia, con il capitalismo, con l’utilitarismo, con la produttività. Questo è il grande errore.

Nel capitalismo, la scienza, la medicina, le leggi i governi e le istituzioni sono espressione delle dinamiche economiche capitaliste, industriali, produttivistiche, politiche e militari. Sono al loro servizio, sostengono i loro interessi e le decisioni ricevendo in cambio lauti compensi.

Oggi padroni e governi giustificano il peggioramento costante delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari in tutti i paesi, prendendo a pretesto l’allungamento della vita media della popolazione e la pandemia di covid 19, nascondono la realtà, cioè che nella società in cui ci sono ricchi e poveri,

sfruttati e sfruttatori ci si ammala e si muore di più (e spesso ancora giovani) fra la classe proletaria che in quella borghese.

In una società divisa in classi dove il potere è in mano ai capitalisti il cui unico scopo è la realizzazione del massimo profitto, la scienza e la medicina non sono neutre, ma al servizio della classe dominante.

Solo in una società socialista, con il potere operaio, dove la proprietà privata dei mezzi di produzione è abolita, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo considerato un crimine contro l’umanità, dove si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, la classe operaia e proletaria liberando se stessa può emancipare e liberare anche la scienza, la medicina.

La salute dei lavoratori non la difendono i governi e i padroni.

La nocività, l’usura, la fatica fisica e psicologica dovuta all’aumento dei ritmi, alla ripetitività del lavoro, la precarietà, il salario insufficiente, le pandemie, l’incertezza del futuro, il comando di fabbrica o azienda sempre più repressivo, portano il lavoratore a logorarsi minando la sua salute.

La vera medicina preventiva e quella che si oppone al capitale, quella che ricerca le cause patogene e le elimina, non quella che cronicizza malattie su cui fare profitti.

 

 

Michele Michelino, del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

ven

19

nov

2021

LE VITTIME DEL PROFITTO PER LA DIFESA DELL’AMBIENTE

LE VITTIME DEL PROFITTO PER LA DIFESA DELL’AMBIENTE

 

La ricerca del massimo profitto senza nessun rispetto per la salute umana dei lavoratori e della popolazione delle classi popolari continua a uccidere i lavoratori e la popolazione.

Ogni giorno si muore sul lavoro o per malattie professionali, per le sostanze inquinanti che avvelenano il territorio.

In nome del “progresso” (cioè i loro profitti) le multinazionali, il capitalismo, l’imperialismo hanno commesso e, continuano indisturbati a commettere, i peggiori crimini contro l’umanità, l’ambiente e la natura. La ricerca del massimo profitto ha provocato guerre di rapina delle nazioni ricche, imperialiste, contro i paesi più poveri rubando le loro risorse, guerre che continuano anche oggi cui se ne aggiungono sempre di nuove.

Il modello di sviluppo capitalista - con la distruzione di foreste, montagne, laghi, mari e oceani, gli scioglimenti dei ghiacciai, la desertificazione di interi continenti dovuto all’accumulazione - sta distruggendo il pianeta e spinge milioni esseri umani, affamati dalle sue politiche economiche, all’emigrazione.

Noi vittime dello sfruttamento viviamo direttamente con le nostre famiglie sulla nostra pelle le conseguenze di questo modo di produzione, che non esita a mandare a morte milioni di persone, risparmiando anche pochi centesimi sulla sicurezza per il profitto.

Il principale nemico dell’umanità responsabile dell’inquinamento, del cambiamento climatico, della fame, della miseria crescente è il capitalismo, un sistema che considera normale che - per il guadagno di pochi - miliardi di persone muoiano di stenti.

 

Un sistema economico, politico sociale e legislativo che riconosce come unico diritto quello della ricerca del massimo profitto, subordinandovi tutti gli altri diritti previsti dalla Costituzione (al lavoro, alla salute, alla scuola, giustizia ecc), che considera normale che degli esseri umani siano sfruttati e muoiano per il profitto, è un sistema barbaro e inumano.

Le stragi, i morti sul lavoro e di malattie professionali, i crimini ambientali, i morti del profitto sono crimini contro l’umanità e come tale andrebbero perseguiti senza prescrizioni o impunità.

 

Il capitalismo, le multinazionali e le grandi potenze imperialiste, sostenuti dagli stati, con il suo sistema di accumulazione che fa del profitto lo scopo della sua produzione, il motore della sua esistenza a discapito degli esseri umani e della natura, sono i responsabili della lenta morte del pianeta e dei suoi abitanti, allo stesso modo dei morti d’amianto e dello sfruttamento.

 

Come dimostra la pandemia provocata dal virus Sars-Cov-2, la salute di ogni persona è intimamente correlata alla possibilità di vivere e lavorare in un ambiente naturale salubre. In questo senso la prevenzione primaria è quella che minimizza i rischi sanitari, alimentari, idrogeologici, tecnologici e garantisce condizioni biogeofisiche armoniose.

 

Il modo di produzione capitalista basata sulla proprietà privata è il cancro della società. “Questa economia uccide”. Bisogna cambiarla!

La ricerca del massimo profitto, dalla logica del business, dall’avidità che trasforma le imprese in attività criminali.

 

 

La lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della natura, per difendere il clima è prima di tutto lotta contro il capitalismo, per il rischio zero nei luoghi di lavoro, di vita e nel territorio, per cambiare questo modo di produzione. Tocca ai lavoratori in prima

persona, alle associazioni delle vittime, mobilitarsi nei luoghi di lavoro per migliorare le condizioni di vita.

Se davvero vogliamo salvare l’umanità, il pianeta, e gli esseri viventi che ci vivono, dobbiamo lottare contro questo sistema di distruzione e di morte. Non esiste, né mai esisterà,  un capitalismo “buono o verde”.

 

Michele Michelino,

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

                                                                                    Sesto San Giovanni, 19 novembre 2021

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it                        web:   http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

 

gio

11

nov

2021

CRONACA DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA

Cronaca di una tragedia annunciata

di Angel Guerra Cabreras (*); da: cubadebate.cu; 4.11.2021

 

I boschi spariscono, i deserti si estendono, migliaia di milioni di tonnellate di terra fertile finiscono ogni anno nel mare. Numerose specie si estinguono. La pressione demografica e la povertà conducono a sforzi disperati per sopravvivere anche a costo della natura. Non è possibile incolpare di questo i paesi del Terzo Mondo, colonie ieri, nazioni sfruttate e saccheggiate oggi da un ordine economico mondiale ingiusto”.

17 giugno 1992

Fidel Castro Ruz

Conferenza ONU di Rio de Janeiro.

 

Fidel Castro fu il primo dei capi di Stato a dare l’allarme sulla gravissima minaccia per la specie umana rappresentata dalla contaminazione ambientale e dai gas serra. Presto si compiranno 30 anni da quell’avvertimento, durato meno di sei minuti alla Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992.

 

Un’importante specie biologica – affermò il leader cubano – è a rischio di sparizione per la rapida e progressiva liquidazione delle sue condizioni naturali di vita: l’uomo”. E subito egli andò all’essenza della questione, che non sono i gas serra per se stessi ma una complessa crisi multidimensionale originata dal sistema capitalista. “E’ necessario segnalare – aggiunse il Comandante – che le società del consumo sono i responsabili fondamentali dell’atroce distruzione dell’ambiente. Esse nacquero dalle antiche metropoli colonialiste e da politiche imperiali che, a loro volta, generarono il ritardo e la povertà che oggi colpisce l'immensa maggioranza dell’umanità.  Con solo il 20% della popolazione mondiale esse consumano due terzi dei metalli e tre quarti dell’energia che viene prodotta nel mondo. Hanno avvelenato i mari e i fiumi, hanno contaminato l’aria, hanno indebolito e bucato la cappa dell’ozono, hanno saturato l’atmosfera di gas che alterano le condizioni climatiche con effetti catastrofici che già cominciamo a soffrire”.

 

Con solo qualche correzione nei numeri,  quelle parole permettono di caratterizzare ancor oggi la brutale depredazione della natura e lo sfruttamento delle grandi maggioranze da parte delle potenze imperialiste.

In realtà la situazione che il suo profetico allarme descriveva non ha fatto altro che peggiorare, visto che durante i trent’anni che sono seguiti si sono approfondite le barbare politiche neoliberiste che hanno accentuato lo sfruttamento capitalista, il saccheggio e la razzia ambientale praticate dal capitale imperialista, cause del catastrofico riscaldamento globale e della contaminazione.

 

Fidel è anche stato il leader mondiale che in tutta la metà del secolo XX ha dedicato più energie della sua mente geniale ad analizzare lo sfruttamento capitalista e imperialista e le sue conseguenze. Tra queste il gravissimo problema del riscaldamento globale che, insieme al pericolo di guerra nucleare, ha formato parte sostanziale delle sue preoccupazioni, fino agli ultimi giorni di vita.

 

Dal suo allarme a Rio fino alle “Riflessioni” della tappa finale, i fatti danno ragione al Comandante.

Lo constatiamo nello sviluppo della COP26. Come denuncia la maggioranza dei movimenti sociali che vi hanno assistito, con particolare intensità i rappresentanti dei popoli originari, è ben poco quello che i paesi sviluppati, principali causanti di questa situazione hanno fatto fino ad oggi per fermarla e rovesciarla.

 

Di fatto, nonostante il fenomeno sia diventato minaccioso, non sono state raggiunte alcuna delle mete di riduzione delle emissioni contaminanti previste nel famoso Accordo di Parigi, che è entrato in vigore nel 2016, per non parlare poi dei precedenti di Kyoto. Invece si è già raggiunto un aumento della temperatura di 1.1 gradi Celsius rispetto all’era pre-industriale, la temperatura più alta mai registrata in due milioni di anni.

Nemmeno gli accordi raggiunti per ora nella COP26 sono sufficienti per evitare, prima della metà del secolo XXI, un aumento delle temperature superiore a due gradi Celsius ed una alterazione del clima con effetti catastrofici. Crescenti e più frequenti ondate di calore che uccideranno molte persone, perdita di boschi e desertificazione, scioglimento dei ghiacciai, dei poli e del permafrost della Groenlandia, siccità estreme e prolungate, piogge e inondazioni di inedite proporzioni, aumento della temperatura e dell’acidità dei mari, inondazione irreversibile di ampie zone costiere e sparizione delle piccole isole come conseguenza dell’aumento del livello del mare, cicloni tropicali e tormente più frequenti ed intensi, migrazioni di importanti masse umane, estinzione di decine di migliaia di specie e perdita di centinaia di nicchie ecologiche, conseguenze entrambe difficilmente prevedibili ma certo disastrose per la vita.

 

Per la verità questi fenomeni sono già qui e fanno parte della nostra quotidianità. Il problema è che diventeranno ogni volta più abituali e si aggraveranno in maniera esponenziale, creando una situazione invivibile per milioni di esseri umani.

 

Riunioni come la COP26 servono a creare coscienza della grandezza e della grave minaccia alla vita che rappresenta quanto scritto sopra e per mettere in moto certe concessioni, ma non risolveranno i problemi.

Solo un gigantesco lavoro pedagogico unito a grandi mobilitazioni popolari può forzare i governi ad agire su questo tema cruciale per la umanità.

La chiave l’ha data Hugo Chàvez:  Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema.

 

(*) Rivoluzionario cubano e membro del Partito Comunista di Cuba, è stato direttore del quotidiano Juventud Rebelde e della rivista Bohemia.

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

mer

10

nov

2021

MORTI E INFORTUNI SUL LAVORO: LO SFRUTTAMENTO LA CAUSA PRINCIPALE

MORTI E INFORTUNI SUL LAVORO: LO SFRUTTAMENTO LA CAUSA PRINCIPALE

In Italia ogni anno 1400 lavoratori sono uccisi sul lavoro. Altre migliaia sono condannate a morte dalle malattie professionali e si spengono in silenzio nell’indifferenza del governo, Confindustria, partiti e istituzioni, e purtroppo anche dell’opinione pubblica. I vertici dei sindacati confederali sono complici, di questa strage operaia, ma la responsabilità è anche di alcuni sindacati di base che nulla fanno per contrastare le morti su lavoro. Nei casi più clamorosi la magistratura apre dei fascicoli che finiscono in niente e, i responsabili di questi omicidi, salvo casi particolari, rimangono sempre impuniti o, al massimo, se la cavano con un risarcimento economico. Nella società del profitto, in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è legalizzato da leggi e contratti, la salute e la vita umana sono monetizzati e solo in alcuni casi risarcita economicamente con qualche decina di migliaia di euro.  

Per i padroni e i loro governi i morti sul lavoro, gli invalidi, i morti per malattie professionali sono solo incidenti di percorso, effetti secondari della ricerca del massimo profitto.

In questa società l’unico diritto riconosciuto è quello di fare profitti: a questo sono subordinati tutti gli altri “diritti umani”. Noi riteniamo che la salute venga prima di tutto e lottiamo per la totale riduzione del rischio, perché non esistono soglie di “sicurezza” o di tolleranza alle sostanze cancerogene e ai pericoli che ogni giorno i lavoratori corrono sui luoghi di lavoro, continuando a pagare un pesantissimo tributo di sangue e di morte.

La via del “progresso” è lastricata di sangue operaio, è una società che fonda la ricchezza di una minoranza sullo sfruttamento e sulla miseria della maggioranza della popolazione, è una società barbara e inumana contro cui vale la pena di lottare. I morti sul lavoro e di lavoro sono crimini contro l’umanità e come tale vanno perseguiti. Contro la società del profitto che uccide gli esseri umani e la natura per gli interessi dei padroni continueremo a opporre ora e sempre resistenza.

Per ricordare i nostri morti, contro la logica del profitto che distrugge gli esseri umani e la natura, noi continuiamo a lottare. Basta morti sul lavoro e di lavoro!

Dobbiamo organizzarci un altro mondo senza sfruttamento è possibile con il potere in mano ali operai, nel socialismo.

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

 

ven

05

nov

2021

MORTI SUL LAVORO: BASTA LACRIME MA LOTTA

gio

04

nov

2021

INTERVISTA AL COMITATO PER LA DIFESA DELLA SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO E NEL TERRITORIO

mer

03

nov

2021

MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Maggioranza e opposizione due facce della stessa medaglia

La democrazia borghese un paravento

Gli ultimi governi tecnici succedutisi in Italia dimostrano chiaramente che la democrazia parlamentare borghese è la foglia di fico dietro cui si nasconde la dittatura del capitale. Dal 2011, con la formazione del governo Monti, ad oggi si sono avvicendati 7 governi tecnici, “transitori” o di coalizione, con lo scopo di “traghettare” il paese verso le elezioni dopo il fallimento di un esecutivo, governi voluti dal grande capitale, messi in piedi e sostenuti dai Presidenti della Repubblica:
- Monti (2011-2013): tecnico
- Letta (2013-2014): transitorio
- Renzi (2014-2016): transitorio
- Gentiloni (2016-2018): transitorio
- Conte e Conte bis (2018-2021): di coalizione
- Draghi (2021): tecnico
Le grandi decisioni che cambiano la vita delle persone e del mondo non sono mai decise dai partiti presenti in parlamento. In realtà, come ormai è sempre più evidente anche agli sprovveduti, i parlamenti - come tutte le istituzioni - sono organismi che si adeguano agli interessi capitalistici, ma che non determinano l’andamento capitalistico: sono i camerieri, lo servono.
In una società divisa in classi dove il potere economico, politico, giudiziario, militare è in mano alla borghesia imperialista, sono i parlamenti che in tutto il mondo sono al servizio dei capitalisti, del profitto, delle guerre, delle crisi, dello sfruttamento e non i capitalisti che si adattano alle chiacchiere o alla volontà dei parlamentari.
L’astensionismo crescente che si manifesta in ogni elezione, (alle amministrative del 3/4 ottobre ha votato meno della metà degli aventi diritto e nei ballottaggi dei sindaci ha toccato punte del 60%) dimostra il distacco di chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena dal palazzo del potere. A Roma, ha votato il 40,68% degli aventi diritto e per il ballottaggio per il sindaco Roberto Gualtieri eletto al secondo turno, ha votato solo il 24% dei cittadini che si sono recati alle urne.

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mar

02

nov

2021

Multinazionali

La montagna ha partorito il solito topolino

di Daniela Trollio (*)

 

 

Agli inizi di ottobre ha avuto fine una eccezionale gravidanza durata da circa 8 anni: l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha finalmente deciso che i profitti da capogiro – soprattutto in questi due anni di pandemia – delle multinazionali vanno tassati e così ha dato alla luce la “global minimum tax”, che andrà in vigore nel 2023.

Ma dato che non si deve esagerare, la tassazione sarà del 15% sui profitti delle multinazionali che fatturano almeno 750 milioni di euro l’anno (con buona pace di noi lavoratori, che paghiamo in tasse sui nostri miseri salari una media di circa il 30% annuo), già applicata dall’Irlanda che negli anni è diventata la terra promessa,” il miglior paese dove fare impresa”.

Per Paolo Gentiloni , Commissario europeo per gli affari economici e monetari, si tratta di uno “storico accordo internazionale sulla riforma fiscale globale”, che punterebbe a cancellare i paradisi fiscali obbligando le multinazionali a pagare la minimum tax nei paesi dove viene prodotto il profitto; se tale aliquota dovesse essere più bassa del 15%, esse dovrebbero pagare la quota restante nel paese dove hanno la sede principale.

Invece in Italia, in base ad una sentenza della Corte di Cassazione del 9 ottobre scorso, si dovranno pagare le tasse anche sulle “mance”, che diventano così reddito da lavoro dipendente. Non è una barzelletta.

 

Tenendo presente che in alcuni paesi da anni la tassa sui profitti si aggira sul 20% (ricordiamo tutti la confessione di Warren Buffett nel 2019 sull’ingiustizia fiscale che faceva sì che lui, uno degli uomini più ricchi del mondo, pagasse meno tasse della sua segretaria), ecco cosa ha scritto su Le Monde l’economista francese Thomas Picketty, non certo un marxista arrabbiato: “Nel convalidare il fatto che le multinazionali possono continuare a localizzare dove vogliono i loro profitti nei paradisi fiscali, con una tassa del 15% come imposta totale, il G7 rende ufficiale l’entrata in un mondo in cui gli oligarchi pagano strutturalmente meno tasse che il resto della popolazione”.

 

E i numeri rilevati da Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo. Ne fanno parte 18 organizzazioni di paesi diversi che collaborano con quasi 3.000 partner locali in oltre 90 nazioni) durante la pandemia sono esemplificativi. 32 multinazionali hanno realizzato 109 miliardi di extra-profitti nel 2020, di cui l’88% andrà alla remunerazione dei soci, mentre più di 400 milioni di posti di lavoro sono già andati persi. Ma 100 grandi corporations quotate hanno visto una crescita del proprio valore in borsa di oltre 3 mila miliardi di dollari e i patrimoni finanziari dei 25 tra i più facoltosi miliardari al mondo hanno registrato un incremento di ben 255 miliardi di dollari

 

 

Pandora Papers

E mentre si festeggia la minimum tax, ecco un nuovo scandalo, quello dei Pandora Papers, séguito dei Panama Papers e Paradis Papers del 2016 e 2017. Si tratta della rivelazione dei conti correnti nascosti in  paradisi fiscali da parte di holding, uomini d’affari e decine di presidenti e primi ministri in carica o ex, giudici, sindaci, generali oltre alle solite celebrità come attori e cantanti.

Come per i precedenti scandali, non ci sarà alcuna conseguenza. Anzi, alla fine verrà ribadito un semplice fatto: non sono dei privilegiati, sono degli imprenditori e la società è in debito con loro. Creano ricchezza, creano lavoro, finanziano la ricerca, appoggiano la scienza, prestano il loro nome alla lotta contro il cancro, alla difesa del panda o al cambio climatico. Alcuni passano direttamente alla politica ma, anche se scelgono di non farlo finanziano le campagne dei politici, li proteggono e, in definitiva, li comprano e li dominano.

Un solo esempio: Bill Gates

 

A smentire questo discorso stanno, tanto per cambiare, i dati dell’OCSE su quanto è accaduto nel mercato del lavoro durante l’anno e mezzo della pandemia: mezzo miliardo di nuovi poveri, 400 milioni di posti di lavoro cancellati nel 2020 e altri 430 milioni a rischio. La ricchezza finanziaria di 25 miliardari è aumentata di 255 miliardi di dollari in poco più di due mesi.

4 delle più grandi aziende tecnologiche del mondo, Google, Apple, Facebook e Amazon, ritengono di realizzare  quest’anno e complessivamente quasi 27 miliardi di dollari di extraprofitti. Da gennaio, secondo i dati forniti dalle stesse aziende, Microsoft e Google hanno remunerato gli azionisti rispettivamente con oltre 21 e 15 miliardi di dollari.

E naturalmente anche i giganti di Big Pharma hanno aumentato i profitti. 

Le 7 società farmaceutiche analizzate da Oxfam nel suo rapporto sull’andamento del 2020 stanno realizzando in media un margine di profitto del 21%. 6 di queste guadagneranno 12 miliardi di dollari in più durante la pandemia rispetto alla media degli ultimi 4 anni. Tra queste Merck 4,9 miliardi in più, Johnson & Johnson e Roche avranno circa 3 miliardi di dollari di extra-profitti ciascuna;  tre delle più importanti aziende statunitensi che hanno lavorato allo sviluppo di vaccini per il Covid19, grazie anche a cospicui investimenti pubblici – Johnson & Johnson, Merck e Pfizer – hanno già distribuito dal mese di gennaio 16 miliardi di dollari ai propri azionisti.

Invece pagare le tasse è roba da poveri: viva quindi il capitalismo che, sia detto per inciso, è riuscito persino, con il Green Pass, a far pagare i lavoratori per lavorare..

 

Far pagare più tasse ai ricchi? 

Il dibattito parte da lontano: qualcuno l’aveva già proposto anni addietro. Ma questo che risultato avrebbe? Quello di trasferirne il costo sui lavoratori abbassando i loro  salari.

 

Da dove proviene il profitto, che sia più o meno scandaloso nel suo ammontare? Per noi viene dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, dallo sfruttamento del lavoro salariato. E se “tassare i ricchi” può essere uno slogan nelle manifestazioni,  è forse un obiettivo che  cambierebbe i rapporti di produzione che vigono in questa società reale in cui dove viviamo, nel capitalismo?

I capitalisti posseggono i mezzi di produzione e ritengono quindi di avere “diritto” a tutto ciò che i lavoratori producono. Noi lavoratori non possediamo nulla che possa produrre ricchezza, se non la nostra forza-lavoro che crea tutta la ricchezza della società ma che ci viene espropriata dai capitalisti. Questa è la vera radice del problema della disparità enorme tra una piccolissima minoranza ed una enorme maggioranza. Se l’aliquota fiscale dei ricchi viene alzata i rapporti di produzione non cambiano. 

Non di questo abbiamo bisogno, ma di un rovesciamento completo di questa barbara società, di un altro modello che ci ostiniamo a chiamare “socialismo” per costruire il quale dobbiamo organizzarci.

 

dalla rivista Nuova Unità n.6/2021

(*) Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

      Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni

lun

01

nov

2021

Migliori sì nel rappresentare borghesia e capitalismo

Migliori sì nel rappresentare borghesia e capitalismo

 

Mettere uno contro l’altro per non far mettere contro di loro

 

L’Italia brucia grazie al governo nato come “dei migliori”, in effetti sono i migliori rappresentanti della borghesia e del capitalismo nella gestione dei fondi europei, con il sostegno delle forze politiche e del parlamento e con una buona capacità mediatica per ottenere consenso di larghi strati della popolazione. Dopo l’assalto fascista alla Cgil può contare ancora di più sulla collaborazione dei sindacati confederali che cercano di contenere con accordicchi le numerose lotte per le vertenze in corso.

 

Passano indisturbati l’aumento stratosferico delle tariffe luce e gas, del carburante e, di conseguenza, del riscaldamento, i continui rincari di tutti i generi alimentari e no.

 

Aumentano vertiginosamente i morti sul lavoro e i disoccupati, ma sembra che le esigenze, almeno per larghi strati della società, siano i vaccini e il green pass.

 

Fare il vaccino è una scelta volontaria, ma per lavorare, per vivere la socialità e la cultura ci vuole il green pass, come se il documento fosse un salvavita e non una forma di repressione e discriminazione.

 

Parallelamente sono demonizzati coloro che dicono no ai vaccini, considerati untori, ammalati e contagiosi e chi lotta per affermare un diritto.

 

Non è la salute dei lavoratori che interessa allo Stato, ma la diminuzione dei contagi e il calo dei ricoverati per la ripresa economica, fondamentale per i rapporti con la UE e l’attuazione del PNRR che prosegue il disegno della privatizzazione della sanità pubblica, dei continui tagli dei posti letto e del personale, a costo dei ritardi su terapie e diagnosi oncologiche e cardiache e sulla prevenzione.

 

Noi non dimentichiamo che durante il lockdown i lavoratori sono stati costretti a produrre - soprattutto in fabbrica, nei supermercati, negli ospedali ecc. - in ambienti non sanificati e senza protezioni adeguate.

 

Da più parti arrivano proposte di far pagare le spese di ricovero per i non vaccinati (assistiti invece i vaccinati che comunque possono contagiarsi), il periodo di quarantena non è coperto dall'Inps, ma c’è assoluto silenzio sul fatto che l’Italia paga alla NATO 70 milioni al giorno, oltre a tutte le spese militari che sostiene all'estero. Con il costo di un solo F35 (dei 90 acquistati) si potrebbero fornire gli ospedali di ben 7120 ventilatori polmonari.

 

Ma se il vaccino è così efficace perché costringere a mangiare in piedi, nelle mense, i lavoratori non vaccinati e seduti quelli vaccinati?

 

I tamponi sono la soluzione? Allora pagateli, ma non basta perché, dicono, che il sistema non è in grado di reggere l’aumento delle richieste.

 

 

Fedelissimo il PD che attacca la gratuità del tampone e la difesa del green pass per non soddisfare “minoranza sfasciste”, come le definisce Letta. Ditegli che i vaccini sono volontari e che vada all’entrata delle fabbriche dove il controllo del green pass ha creato non pochi disagi che hanno comportato la perdita di ore di lavoro per le lunghe code ai cancelli!

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dom

31

ott

2021

IL VERTICE DEGLI SFRUTTATORI

IL VERTICE DEGLI SFRUTTATORI
Oggi 31 ottobre 2021 a Roma finisce il Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi appartenenti al G20, con la presenza di alcuni paesi invitati e dei rappresentanti di alcune delle principali organizzazioni internazionali e regionali.
Come sempre questi vertici sono una passerella che sancisce decisioni già prese prima da chi realmente detiene il potere economico e finanziario, i vari capitalismi e imperialismi in concorrenza fra loro, di cui gli stati e i governi sono, al sevizio.
Paradossalmente i più grandi inquinatori del mondo dichiarano di essere contro l’inquinamento, ma ognuno difende i suoi interessi, compreso quello di avvelenare il pianeta e clima chiedendo invece agli altri di farlo.
Dietro l’unità di facciata si nasconde una guerra fra diverse cordate imperialiste, dove ognuno cerca di prevalere.
Sui risultati del vertice si prospetta una generica intesa sui vaccini e la lotta alla pandemia, e una ancor più generica Global tax, mentre per quanto riguarda un accordo sul clima, la situazione è sempre di stallo e tutto è rimandato al prossimo vertice.
Non dimentichiamo che il vertice dei paesi capitalisti/imperialisti più avanzati rappresenta la punta avanzata degli oppressori e degli sfruttatori del mondo.
Non dimentichiamo che il capitalismo, fin dai suoi albori, con la colonizzazione e la conquista di buona parte del mondo, ha causato la schiavitù e la morte di centinaia di milioni di persone. Solo in America Latina e in Africa si calcola che siano morti almeno 70 milioni di indigeni e che , in nome del profitto, circa 12 milioni di schiavi africani siano stati strappati ai loro paesi nei primi anni del secolo, mentre sono miliardi gli esseri umani che ancor oggi l’imperialismo sacrifica.
Capitalismo/imperialismo significano oppressione, sfruttamento degli esseri umani e della natura.
Non è un caso che mentre aumenta la ricchezza nelle mani di una minoranza, dall’altro polo aumenta la miseria, la disuguaglianza, la povertà, i campi non coltivati, i contadini senza terra, gli operai senza lavoro, i disoccupati, il lavoro precario, morti sul lavoro, le malattie professionali, fame, malattie, guerre, morte.
Nel sistema capitalista molte vite, che potrebbero essere salvate, si perdono per pochi centesimi. L’analfabetismo, la prostituzione infantile, i bambini sfruttati e costretti a lavorare sin dalla più tenera età che chiedono l’elemosina per vivere, le baraccopoli in cui vivono milioni di persone in condizioni disumane, le discriminazioni per motivi razziali o sessuali, sono solo una parte dello sfruttamento capitalista.
L’imperialismo impone ai popoli del mondo sottosviluppo, prestiti usurai, debiti con interessi impossibili da pagare, scambio diseguale, speculazioni finanziarie non produttive, corruzione generalizzata, commercio di armi, guerre, violenza, massacri.
Agli ordini del mercato, lo stato è privatizzato sempre più. Le campagne sull’inefficienza e sulla corruzione montate dai capitalisti hanno lo scopo di rendere possibile realizzare le privatizzazioni con il consenso di una parte dell’opinione pubblica e con l’indifferenza di un’altra parte. I lavoratori sempre più sfruttati sono privati dei diritti più elementari, a cominciare dalla sicurezza su lavoro.
Gli stati del Terzo Mondo più pagano più sono in debito, e più sono costretti ad obbedire all’ordine di smantellare lo stato sociale, ipotecare l’indipendenza politica e alienare l”economia nazionale.
La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale rispondono solo agli interessi delle multinazionali, decidono e riscuotono a Washington, sebbene gli Stati Uniti siano il paese più indebitato del mondo.
Ormai l’imperialismo e il sistema capitalista, per i proletari e i popoli del mondo, è diventato sinonimo di distruzione e di barbarie, che continuano a perpetuarsi attraverso le violenze e le guerre.
Ripristinare il punto di vista proletario - riconoscendosi come appartenenti a un’unica classe internazionale (contro ogni ideologia nazionalista) a livello mondiale, scindere i nostri interessi di lavoratori e proletari da quelli dei padroni italiani o stranieri, organizzarci come classe operaia a livello sindacale e politico per lottare contro chi ci sfrutta e opprime è oggi la battaglia la battaglia da condurre nei luoghi di lavoro e nella società.
Un altro mondo è possibile solo dopo aver distrutto dalle fondamenta questo sistema barbaro e inumano. Abbiamo bisogno di una società, dove si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto di pochi sfruttatori. Un altro mondo è possibile solo nel socialismo.

ven

29

ott

2021

Cop 2021

LA GRANDE ESCA:  IL CAPITALISMO VERDE

di Leonardo Boff (*); da: observatoriocrisis.com; 26.10.2021

 

I grandi megacapitali stanno riunendo centinaia di economisti e politologi per preparare il mondo della post-pandemia. E sono usciti vari documenti. Forse il più importante è quello pubblicato dal conservatore The Economist (principali azionisti le famiglie Rothschild e Agnelli) con il titolo “Il futuro che ci aspetta”.

Se leggiamo i 20 punti enumerati  rimarremo orripilanti: viene presentato un progetto dove entrano solo loro lasciando fuori il resto dell’umanità, che sarà controllata, sia il singolo individuo che l’intera società, dall’intelligenza artificiale la cui funzione è disarmare e liquidare qualsiasi reazione contraria.

L’espressione introdotta dal parassita principe Carlo nell’ultima riunione di Davos è “il grande re-inizio” (the Great Reset). Logicamente si tratta di un nuovo inizio del sistema capitalista che protegge le fortune di un pugno di multimilionari. Il resto, che aspetti.

Come ha detto la scrittrice tedesca Helga Zepp-LaRouche (v. Alainet 29.9.2021): “In  definitiva si tratta di un’espressione arrogante, petulante e razzista dell’élite globale, la stessa che per mantenere i suoi privilegi uccide per fame ogni giorno 20 mila persone, decreta guerre di sterminio e può irresponsabilmente distruggere il pianeta”. Ecco in che mani è il nostro destino.

 

Predicano il capitalismo verde, mero occultamento della depredazione che esso fa della natura. Il capitalismo verde di queste mega-corporazioni che controllano gran parte della ricchezza del mondo non rappresenta alcuna soluzione.

Per esso, ecologia significa piantare alberi nei giardini delle imprese, richiamare l’attenzione su un minor uso della plastica e inquinare di meno l’aria. Mai i capitalisti mettono in discussione il loro modo di produzione – che depreda la natura – la vera causa del dissesto climatico della Terra e dell’intrusione del Covid-19 e, soprattutto, della abissale disuguaglianza sociale e mondiale.

 

Un altro grande gruppo di mega-corporazioni ha pubblicato un documento sulla “responsabilità sociale corporativa delle imprese”. Robert Reich, ex segretario al Lavoro del governo nordamericano, ha smascherato il proposito ingannatore: “queste industrie si preoccupano di fare la maggior quantità possibile di denaro, non di risolvere i problemi sociali; ricercano solo il benessere ‘di tutti i nostri azionisti’ “ (v. Carta Maior 30.9.2021).

 

In altre parole: il piano delle grandi banche , delle multinazionali e della società planetaria pensata dall’élite globale è configurato secondo quanto conviene loro, e mai per salvaguardare la vita sulla Terra e cancellare l’esclusione dei poveri, ma per garantire le loro fortune ed il modo di produzione devastatore che le produce. I poveri, le grandi maggioranze dell’umanità, sono completamente fuori dai loro radar.

Se i loro propositi vanno avanti, staremo asfaltando la strada che ci porterà al disastro planetario.

 

Quelli che detengono le decisioni sulle strade dell’umanità non hanno imparato nulla dal Cocid-19 o dai crescenti eventi climatici avversi. Essi, i capitalisti, confermano quello che diceva il grande teorico del marxismo umanista, l’italiano Antonio Gramsci: “La storia insegna, ma non ha alunni”.

Loro non hanno frequentato le aule di storia. (Dis)imparano solo dalla ragione strumentale-analitica che oggi è diventata irrazionale e suicida.  

Ubriachi della loro ignoranza e della loro avidità illimitate (green is good), ci porteranno al macello come innocenti agnelli. Non per volontà del Creatore né per una deviazione cosmogenica, ma per la loro irresponsabilità e per la mancanza di coscienza degli errori commessi che non vogliono correggere.

E così, allegramente e godendosi la vita, forse ci obbligheranno a soffrire il destino subito 65 milioni di anni fa dai dinosauri.

 

(*) Teologo e scrittore brasiliano, è uno dei più importanti esponenti della Teologia della Liberazione.

 

(traduzione di Daniela Trollio

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

gio

28

ott

2021

UNA STORIA OPERAIA

UNA STORIA OPERAIA

Noi ci battiamo perché gli infortuni e i morti sul lavoro e di lavoro non vadano mai in prescrizione e siano considerati crimini contro l’umanità.

Lotte operaie e popolari, verità storica e verità giuridica.

La nostra storia per molti aspetti è simile a quella dei lavoratori di Porto Marghera, della Thyssen Krupp, dell’Eternit di Casale Monferrato, della Fibronit di Broni (Pv), dell’Ilva di Taranto e di moltissime altre fabbriche. E simile anche nelle responsabilità d’imprenditori senza scrupoli, di padroni e istituzioni complici di un sistema industriale capitalista che favorendo il profitto a scapito della salute della vita umana hanno avvelenato interi territori condannando a morte anche le future generazioni.

E’ simile nelle responsabilità dei vertici aziendali, che sapevano in anticipo di questi omicidi annunciati e dei crimini ambientali provocati, dal cloruro di vinile monomero alla Montedison, dall’amianto, cromo e altre sostanze cancerogene all’Ilva, all’Eternit, alla Fibronit e alla Breda e nulla hanno fatto per impedirli.

Il killer in Breda e nelle fabbriche di Sesto San Giovanni si chiamava amianto, ma anche, cromo, nichel, arsenico, piombo e altri ancora.

La nostra esperienza di lotta nasce e si sviluppa a Sesto San Giovanni (Milano), una delle più grandi concentrazioni operaie italiane.

L’ex Stalingrado d’Italia è stata e continua a essere una delle città più inquinate d’Europa. Anche oggi che i 42.000 posti di lavoro delle sue fabbriche sono stati eliminati, continuano a persistere gravi problemi ambientali con danni alla salute dei lavoratori e alla popolazione.

Una delle parole d’ordine che abbiamo sempre sostenuto in fabbrica fin dagli anni ‘70 è stata: “La salute non si paga – la nocività si elimina”, scontrandoci con il padrone (che dava la paga di posto più alta per i lavori nocivi e mezzo litro di latte), il sindacato che barattava salario e salute, alcuni sindacalisti sul libro paga del padrone, e anche alcuni nostri compagni di lavoro che vedevano nell’indennità di nocività la possibilità di arrotondare il salario (anche se di poche lire) senza essere coscienti pienamente dei pericoli per la salute.

Nei primi mesi del '94 dopo essere stati espulsi dalla fabbrica con la cassa integrazione in 800, abbiamo organizzato e partecipato attivamente all'occupazione di Cascina Novella, a Sesto San Giovanni, un posto abbandonato nel cuore del quartiere adiacente all'area Breda, da anni luogo di spaccio di droghe varie.

Abbiamo cercato di trasformare Cascina Novella in spazio d’incontro dei cassintegrati e dei disoccupati dell’area di Sesto San Giovanni.

La storia di "Cascina Novella Occupata" è stata veramente interessante per la sua capacità di aggregazione di lavoratori e di giovani, oltre che per il coinvolgimento degli abitanti del quartiere solidali con gli operai.

Dopo più di tre anni di attività Cascina Novella (nel frattempo ripulita e resa parzialmente abitabile a spese degli occupanti) e conosciuta come il “fortino dei cassintegrati”, sarà sgombrata nell'estate '97 dalle Forze del “disordine”, per incarico di un’Amministrazione Comunale di "sinistra" infelice e ingrigita; che però in seguito sarà costretta dalle lotte a promettere e infine concedere una nuova sede.

Ed è così che dalle ceneri di Cascina Novella nasce l'esperienza del Centro di Iniziativa Proletaria di via Magenta 88 a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, il cui primo volantino merita di essere riprodotto almeno in parte.

La nostra storia inizia il 23 aprile 1994, quando un gruppo di cassintegrati delle storiche fabbriche di Sesto (Breda, Ansaldo, Marelli ecc.), dopo aver inutilmente chiesto a varie istituzioni una sede per le loro riunioni, occupano una cascina abbandonata in viale Marelli 225.

Questi lavoratori, sfruttati per anni in nome del profitto e poi espulsi dal ciclo produttivo perché considerati "esuberi", hanno aperto un centro di aggregazione operaia, strappando al degrado Cascina Novella, recuperando quello spazio al quartiere e rendendolo pulito e agibile per le più svariate iniziative.

 

Con quell’occupazione, il Coordinamento Cassintegrati Milanese ha dato alla sua lotta per il lavoro un significato più ampio, coinvolgendo giovani, disoccupati, studenti, pensionati nel progettare assieme uno spazio di ricomposizione di classe e d’iniziativa proletaria.

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mer

20

ott

2021

MORTI SUL LAVORO: UNA STRAGE SENZA FINE

Morti sul lavoro: una strage senza fine.

Tre - quattro vittime al giorno quelle ufficiali, con picchi quotidiani di sette - otto. Altre decine di morti per lavoro nero e non conteggiati dall’INAIL. Centinaia quelle che sfuggono a conteggi ufficiali. Una strage continua, infinita, inarrestabile.

Di lavoro e sul lavoro si continua a morire come nel’800’, nelle fabbriche, nelle logistiche. nei campi e nelle serre, nei cantieri edili, nei magazzini, in mare, su mezzi di trasporto, nelle strutture ospedaliere, per strada. Dietro i numeri, le persone, ci sono esseri umani, famiglie devastate dalla perdita dei loro cari, dolore, affetti e vite distrutte.

Nel 2020 si era arrivati a 1.538 denunce di decessi (4,2 al giorno), compresi quelli correlati al Covid. Nel 2019 le morti furono 1.205, 1.279 nel 2018, e il bilancio è ancora più pesante e drammatico, per quest’anno e per quello passato.

Nel 2021 si annuncia un altro record negativo. I dati dell’OSSERVATORIO NAZIONALE MORTI SUL LAVORO ci dicono che dal gennaio di quest’anno al 19 ottobre 2021 ci sono state 1184 morti complessive per infortuni sul lavoro. 566 sono morti sui luoghi di lavoro, i rimanenti sulle strade e in itinere che sono considerati a tutti gli effetti morti sul lavoro dalle Istituzioni, Da notare che in questi numeri non sono conteggiati neppure i morti per covid sul lavoro.

Lo sfruttamento, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, i licenziamenti, la precarietà e il ricatto occupazionale fanno morti, feriti e invalidi ogni giorno.

Basta subire è arrivato il momento di reagire, di scioperare e scendere in piazza a difesa della nostra vita, della nostra salute e quella del pianeta, scendere in piazza per gridare forte la nostra protesta. Non possiamo più limitarci a listare a lutto le nostre bandiere rosse per il sangue proletario versato.

 

Il capitalismo è morte per gli sfruttati. Solo cambiando questo modo di produzione e il sistema sociale capitalista finalizzato alla ricerca del massimo profitto si salvaguarda la salute umana e quella del pianeta. Solo nel sistema socialista in cui si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani, dove lo sfruttamento e i morti per il profitto siano considerati crimini contro l’umanità, si può mettere fine a questa mattanza operaia-.

 

BASTA LACRIME E ARRIVATO IL MOMENTO DÌ ORGANIZZARCI A LIVELLO NAZIONALE, FAR SENTEIRE LA NOSTRA RABBIA E ODIO DÌ CLASSE CONTRO I PADRONI E IL SISTEMA CAPITALISTA RESPONSABILE DÌ QUESTI OMICIDI.

 

SOLIDARIETA A TUTTE LE VITTIME DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTA E ALLE LORO FAMIGLIE.

 

Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”

 

 

dom

17

ott

2021

GREEN PASS E LOTTA DI CLASSE

GREEN PASS E LOTTA DI CLASSE

 

Michele Michelino (*)

 

L’obbligo del Green pass per tutti i lavoratori dal  15 ottobre con la conseguente perdita del salario in caso di inadempienze dimostra il carattere classista e antiproletario  di questa misura. Con il “passaporto verde” i padroni e il  governo dividono ancor più i lavoratori a tutto vantaggio del capitale. Questo lo hanno capito bene i settori più avanzati della classe lavoratrice scesi in sciopero, gli operai della dell’Electrolux, i 1100 operai all'ITT di Barge, i lavoratori delle logistiche e i portuali di Trieste e altri porti italiani.

 

Se in un primo tempo a scendere in piazza erano i ristoratori, i lavoratori autonomi e la piccola e media borghesia ora nei cortei popolari del sabato sempre più numerosi sono i proletari che riconoscono nel Green pass uno strumento per dividere la classe operaia.

 

Le “avanguardie rivoluzionarie”, a parte quelle passate armi e bagagli a sostegno del Green pass e del governo Draghi e Confindustria, i sindacati di base che pure lottano contro il green pass sui posti di lavoro, sono assenti da queste manifestazioni che considerano interclassiste o addirittura fasciste.

 

Mentre i borghesi, anche in tempo di pandemia per covid19, si godono il paradiso in terra; i proletari - con licenziamenti, violenze, miseria e guerre - subiscono e patiscono l’inferno in terra in attesa di guadagnarsi (per chi ci crede) il paradiso nell’aldilà: è questa l’essenza del sistema capitalista. Il Green pass non è una misura sanitaria, Serve a spingere al vaccinarsi e ancor più serve solo a legittimare i licenziamenti, la perdita del salario, a perdere il lavoro. Nel frattempo continuano ad aumentare gli infortuni, gli invalidi e i morti sul lavoro causati dall’intensificazione dello sfruttamento e dalla ricerca del massimo profitto, per precise scelte di padroni  e governi attuate con la complicità di sindacati filo padronali.

 

Ai proletari e alle popolazioni che si oppongono allo sfruttamento capitalista, che ostacolano la pacifica e libera accumulazione del profitto, che vogliono una società senza padroni, libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, lo Stato borghese impone il suo ordine con la violenza “legale” dei suoi manganelli, i gas lacrimogeni, le denunce, i fogli di via, i Daspo e gli arresti della sua magistratura e della sua polizia “democratica”.

 

Ai padroni non interessa chi governa: a loro interessa che ci sia un governo stabile che garantisca i loro profitti. Chiunque lotta per i suoi diritti e interessi ostacolando la produzione e la circolazione delle merci viene definito e dipinto dai mass-media di cui sono propri i capitalisti come “terrorista”, “estremista”, “anarchico”, “comunista”, giustificando ogni forma di repressione.

 

I sindacati confederali CGIL –CISL – UIL- UGL, ma anche alcuni sindacati falsamente di base e i partiti sostenuti dallo Stato con il finanziamento pubblico (soldi sfilati sempre dalle tasche dei proletari), con i contributi per i servizi di patronato e - come se non bastasse - anche sul libro paga delle industrie, hanno il compito di impedire l’unione dei lavoratori.

 

Il loro compito di cani da guardia dei padroni è quello di isolare, denigrare le lotte e vigilare perché la lotta non si generalizzi su obiettivi e interessi comuni dei proletari.

Il loro compito è quello di impedire l’unità di classe, che porta a scontrarsi con il sistema.

In cambio possono contare sulla ricompensa: le poltrone al parlamento, le presidenze di banche, enti e l’ingresso a pieno titolo in istituzioni e consigli di amministrazione vari.)

 

Dividere le lotte, gli operai e i lavoratori per località, territorio, regione, settori produttivi, separare precari dai lavoratori a tempo indeterminato, italiani o stranieri, dividerli in Sivax e Novax, costringerli a perdere il lavoro senza Green pass è il modo che i padroni e i loro servi usano per indebolire una classe proletaria che dalla sua ha il numero e la forza per distruggere questo sistema, ma manca del collante, l’organizzazione in un suo partito.

 

L’unico modo per difendere i nostri interessi, è quello di lottare uniti per un sistema sociale alternativo al capitalismo, dove si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto. Le manifestazioni molto partecipate contro il Green pass devono essere l’acqua in cui nuotano le avanguardie proletarie per non lasciare spazio a posizioni filo padronali.

Un sistema senza padroni e schiavi salariati che consideri il profitto – e il modo in cui viene conseguito, lo sfruttamento in tutte le sue forme e colori - un crimine contro l’umanità. Un sistema che si chiama socialismo 

 

 

(*) Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

mar

12

ott

2021

IL VIRUS, LA SCIENZA E LA CITTÀ SEPOLTA

IL VIRUS, LA SCIENZA E LA CITTÀ SEPOLTA

di Giuseppe Callegari

Il virus, da un punto di vista sociale, ha avuto effetti sicuramente gravi sanciti dall’isolamento e dal distanziamento sociale. Tuttavia la sua presunta risoluzione rappresentata dal vaccino o vaccini e l’elezione del green pass a nuova frontiera dei rapporti sta causando effetti ancora più devastanti.

Infatti è stata creata ad arte una frattura insanabile fra i cittadini: da una parte coloro che accettano il vaccino e dall’altro chi lo contesta. Due poli contrapposti: all’estremo positivo i buoni, gli altruisti, i solidali e in quello negativo i cattivi, gli egoisti e gli individualisti. Non c’è più spazio per il dubbio, la dialettica, il libero pensiero, occorre credere per fede e chi non accetta una scienza che è diventata divinità non ha diritto di vivere nel paradiso terrestre, deve essere messo ai margini. Un’accorta e pianificata regia, dopo aver trasformato in clauneschi guitti da avanspettacolo gli esponenti di quella parte della scienza non consenziente, ha scatenato la guerra fra padri e figli, fratelli e sorelle, credenti e agnostici. La logica guerrafondaia sembra prendere spunto dalle parole del Vangelo di Matteo (10,34-11,1). «In quel tempo Gesù disse ai suoi apostoli: non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa».

Quindi il vaccino foderato col green pass – prole di una scienza che, è importante rimarcarlo, ha imbavagliato un’altra parte della scienza – diventa la spada che colpisce gli infedeli ai quali viene mozzata la lingua affinché non possano instillare veleno con le loro parole È significativo che la campagna vaccinale sia comandata da un generale dell’esercito che agisce con la logica militare e a tappe forzate conquista il territorio.

Quando il vaccino e il green pass costituiscono la linea di demarcazione, unica e inequivocabile, si crea inevitabilmente un solo terreno di confronto, che in questo caso diventa scontro. Tutto è subordinato, si rompono consolidati equilibri e le altre problematiche si trasformano in corollari da liquidare semplicisticamente. Come lo stillicidio di morti sul lavoro che diventa un fatto risolvibile con proclami che non si confronteranno mai con la realtà; o la giustizia sociale, una chimera irraggiungibile; oppure l’annegamento di centinaia di migranti, un inevitabile effetto collaterale; e l’inquinamento (anzi lo stupro) delle risorse della Terra che diventa una marginale conseguenza del progresso; il razzismo invece è solo la presa di coscienza della naturale scala gerarchica delle etnie umane…

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lun

04

ott

2021

NO AL GREEN PASS

dom

12

set

2021

LA LOTTA NON E' ANDATA IN VACANZA

La lotta non è andata in vacanza

editoriale "nuova unità" n. 5, Settembre 2021

Vaccini, green pass e crisi afghana oscurano e impediscono di vedere come questi argomenti si ripercuotono nel movimento operaio

Il ritiro dei militari statunitensi dall’Afghanistan dopo 20 anni di saccheggio - preannunciato da tempo e fatto passare come decisione umanitaria - in realtà è la consegna del paese in rovina (i lavoratori da mesi non sono pagati, l'aspettativa di vita è scesa da 46,6 a 44,6 anni e l’alfabetizzazione è diminuita dal 36 al 28%) nelle mani dei talebani mentre il governo fantoccio scappa all’estero. L’operazione, che all'epoca le forze politiche e i massmedia hanno giustificato per “liberare le donne dal burka” ed esportare la democrazia occidentale, è costata agli Stati Uniti la stellare cifra di mille miliardi di dollari. E al nostro Paese - sempre al servizio degli USA, della NATO e delle proprie mire imperialiste che fu in prima fila nell'invio di truppe e istruttori militari - è costata, in piena crisi economica, 8,7 miliardi di dollari sottratti alla sanità, all’educazione, alle spese sociali. Ora, sempre al seguito dell’imperialismo, si creano ponti aerei per “proteggere vite umane”, ovvero i collaborazionisti e collaboratori delle ONG su cui tutti i partiti concordano per ospitarli mentre i migranti, che affrontano viaggi disumani per scappare da fame e guerre e riescono a non morire in mare, vengono rinchiusi in vergognosi centri.
Il piano di vaccinazione è fallito e non certo per la minoranza no vax, ma per incapacità del generale che, non potendolo ammettere, lascia il campo alle autorità: dal presidente della Repubblica a Draghi al papa arrivano ricatti morali e pressioni a vaccinarsi e, invece di adottare cure e terapie adeguate, inventano il green pass (in attesa dell'obbligatorietà) spacciandolo per “strumento di controllo dei contagi”, oppure obbligano al tampone ogni due giorni, ovviamente a proprie spese e presso strutture private. Di fatto sono vigliacchi abusi dello stato di emergenza per dividere e comprimere i diritti, trasformare il consenso informato in un consenso estorto.
Una vera e propria discriminante nei confronti dei non vaccinati considerati un pericolo pubblico, ai quali si impedisce di andare in vacanza, partecipare ad eventi culturali, utilizzare i mezzi di trasporto a lunga percorrenza, accedere agli studentati, agli impianti sportivi e persino in biblioteca ecc.
Viene sospeso senza retribuzione il personale della sanità anziché incrementarlo, si colpevolizza il personale docente e Ata e non si rafforza con nuove assunzioni, non si prendono misure strutturali necessarie a evitare sovraffollamento delle classi e garantire la ripresa delle lezioni in presenza e in sicurezza, non si fanno investimenti sui trasporti pubblici per evitare una delle cause di contagio e si addossa sui ferrovieri una mansione (peraltro non retribuita) di controllo che non compete loro.
Controllo sociale e deriva autoritaria impediscono agli operai e lavoratori, oggettivamente divisi, di usufruire delle mense aziendali se non sono in possesso del green pass (funzionale anche al depotenziamento e sgretolamento del servizio).
Chi non si vaccina non ha più diritto al periodo di malattia in caso di quarantena, nella maggioranza dei settori produttivi può lavorare, ma non può mangiare insieme ai vaccinati (che comunque non sono esenti dall'infezione) – che dovrebbero essere immuni, secondo il governo – ed è fatto passare come untore quando in realtà è sano.
Governanti, giornalisti passa veline e accondiscendenti medici e specialisti (a dimostrazione che la scienza non è neutrale) perennemente in TV l'unica cosa che non dicono è che i non vaccinati sono sani. Attaccano i no vax per screditare coloro che semplicemente si rifiutano di prestarsi ad un esperimento di massa, ma credono nella necessità di ricevere cure precoci e domiciliari appropriate, nella prevenzione sanitaria e territoriale. Che vanno oltre il vaccino e si oppongono alla privatizzazione e mercificazione della sanità, ai continui tagli dei posti letto, del personale, alla percentuale che stabilisce i ricoveri in base alle esigenze aziendali della sanità regionale e nazionale e non ai bisogni della popolazione e che rifiutano le scelte governative di investire più nelle armi che nella salute.

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sab

11

set

2021

L'ORGANIZZAZIONE CAPITALISTICA E' REPRESSIONE E MORTI DI PROFITTO

L’organizzazione capitalista è repressione e morti di profitto

 

È la dittatura del padrone a far sì che la democrazia formale si fermi ai cancelli della fabbrica o dell’azienda capitalistica.

 

Michele Michelino (*)

 

L’impresa capitalista finalizzata al profitto è un’organizzazione gerarchica, come un esercito. Al vertice il padrone o l’amministratore delegato, cui seguono i dirigenti, i capi e capetti delle singole unità organizzative e la vigilanza privata del padrone, gli operai in produzione, gli addetti ai magazzini e alle vendite.

I padroni in ogni azienda stabiliscono le loro leggi e regole, punendo con multe, sospensioni o licenziamenti chi non rispetta il comando di fabbrica o non si attiene al suo codice di fabbrica, come monito per disciplinare la massa degli operai.

Questa pratica punitiva negli ultimi anni si è accentuata, in particolare nel settore della logistica. Oggi più che in passato il lavoratore è sottoposto alla vecchia logica del bastone (punizione) e della carota (premio), che tutti i lavoratori conoscono e sperimentano in forme diverse in ogni luogo di lavoro.

Dietro la facciata democratica formale della società c’è la dittatura del capitale. È la dittatura del padrone a determinare che la democrazia formale si fermi ai cancelli della fabbrica o dell’azienda capitalistica.

Le classi sociali si scontrano giornalmente nei luoghi di lavoro e nella società, sia in modo palese sia latente nel conflitto sociale e di classe fra capitale e lavoro salariato.

Il potere incontrastato del padrone è difeso e legittimato da governi, politici e sindacati confederali e filo padronali che riconoscono e difendono la proprietà privata dei mezzi di produzione e il profitto come diritti primari cui tutti gli altri devono essere subordinati.  

La lotta economica sindacale, anche la più radicale, per quanto necessaria, può solo contrastare il padrone limitandosi a “contrattare” lo sfruttamento e recuperare in parte  il potere d’acquisto dei salari. Pensare quindi di ottenere con la lotta sindacale la liberazione dallo sfruttamento sulla base del sistema capitalista è come pensare di ottenere l’abolizione della schiavitù senza abolire il sistema schiavistico.

L’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la libertà dallo sfruttamento capitalista può essere conquistata solo dopo aver distrutto dalle fondamenta la società capitalista, con il potere operaio, nel socialismo, quando la proprietà comune dei mezzi di produzione e il controllo strategico del processo di produzione sarà nelle mani dei lavoratori, secondo un piano stabilito nell’interesse della collettività.

Nel capitalismo le belle parole e i principi della democrazia borghese sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza al nazifascismo si fermano ai cancelli della fabbrica e non valgono per le classi sottomesse se esse non in grado di farli rispettare con la lotta.

Il superamento dello sfruttamento capitalistico implica la completa distruzione dei rapporti di comando della fabbrica da struttura autocratica (dispotica) qual è ora, a struttura democratica (non dispotica), quale potrebbe e dovrebbe essere nel futuro, nel socialismo dove la “democrazia operaia” garantisce il lavoratore e punisce lo sfruttamento considerandolo un crimine contro l’umanità.

 

Potere e scienza

 

In una società divisa in classi la scienza e la medicina, come tutte le istituzioni, non sono neutrali: anche la scienza è sempre al servizio del capitale. Il potere costituito dal capitale, così come ha bisogno delle forze repressive legali dello stato (carabinieri, polizia, esercito, ecc) o illegali (fascisti ad apparati segreti), ha bisogno di istituzioni, magistratura, carceri e di una scienza asservita al potere per legittimare il suo dominio e sottomettere il proletariato e le classi sottomesse.

La scienza del capitale non si basa sull’analisi dell’esperienza delle masse sfruttate, non è al servizio dell’uomo ma dei governi e ancor più delle multinazionali che pagano le ricerche per trarne profitto.

Come abbiamo visto durante questa pandemia di covid19 i governi, i padroni e ciarlatani chiamati “scienziati di Stato” hanno detto tutto e il contrario di tutto per costringere la popolazione a vaccinarsi e fare accettare alla maggioranza della popolazione misure anticostituzionali e lesive dei diritti sociali e politici che altrimenti mai sarebbero passate.

Il governo e la Confindustria, la guerra la fanno alla classe operaia e proletaria più che al virus,  trattando come nemici chiunque ostacola l’accumulazione del profitto o la mette in discussione. L’introduzione del green pass è solo l’ultimo episodio di discriminazione contro i lavoratori e i “ribelli” che non accettano le regole stabilite dal potere.

 

Con l’introduzione del passaporto verde lo stato limita e impedisce la mobilità sociale di una parte dei cittadini, l’accesso alle mense ai lavoratori non vaccinati (che però possono continuare a lavorare gomito a gomito con i vaccinati), alle assemblee e ai luoghi di ritrovo, a salire sui treni e autobus a lunga percorrenza introducendo una forma di apartheid tipico del razzismo contro i neri in USA o in Sudafrica quando la minoranza capitalista bianca, per conservare il potere, proibì ai neri l'acquisto delle proprietà terriere e vietò loro di usare gli stessi mezzi pubblici e di frequentare gli stessi locali e scuole.

Razzismo, xenofobia, discriminazione e disuguaglianza sono in aumento in tutto il pianeta. Negli ultimi mesi, sia nei paesi imperialisti ma ancor più nel Sud del mondo, le masse proletarie, le persone di colore, i prigionieri politici o comuni, i senzatetto, i migranti e rifugiati che hanno sofferto, come molti altri, della Covid 19 hanno subito un peggioramento delle loro già precarie condizioni di vita.

È singolare vedere come molti “rivoluzionari” che fino a ieri sostenevano "Lo Stato borghese si abbatte non si cambia”, oggi siano strenui difensori del governo “borghese” e della scienza “borghese”, unendosi alla caccia “all’untore” non vaccinato, come se i vaccinati non corressero essi stessi il pericolo di contrarre e di infettare gli altri (in poche parole vedi l’esempio di Israele, celebrato come il paese dove tutti erano vaccinati e che oggi si ritrova ad avere un altissimo numero di infettati).

Noi, sulla base della nostra esperienza di decenni di lotta per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio riteniamo - come d’altronde scriveva il dott. Giulio Maccacaro (fondatore della rivista “Sapere” e di Medicina Democratica) - “che medico o padrone non fa differenza se la scienza del medico è quella del padrone”.

E ancora che la “scienza” e la medicina asservita ai governi e alle multinazionali non tengono conto “soprattutto come la vivono, oggettivamente e soggettivamente, quelli che, “esterni”, dal settore vengono lavorati. Far parlare chi di scienza muore e chi, sapendolo o no, di scienza fa morire. Riscoprire il primato politico della lotta dei primi che sola si può porre come momento unificante per la liberazione dei secondi». «Fare scienza» significa sempre lavorare «per» o «contro» l’uomo: sulla base di quest’impostazione critica «Sapere» si occupa di crisi energetica ed ecologia, del cancro da lavoro, della diossina a Seveso e delle varie nocività industriali, di demografia, di informatica e organizzazione del lavoro, di alimenti industriali, genetica, psichiatria, psicologia e studio dell’intelligenza, del rapporto fra medicina, economia e potere”.

Argomentazioni simili erano sostenute e scritte anche nel “Libro Bianco” del Consiglio di Fabbrica della Breda Fucine pubblicato nel luglio 1971 come Quaderno n° 1 de “Il Lavoratore Metallurgico” (organo della FIOM).

Oggi come ieri servirebbe una scienza capace di sviluppare metodologie d’intervento in fabbrica, nei cantieri, nelle logistiche, nelle campagne e in tutti luoghi di lavoro, compreso lo smart working sui temi della salute, della sicurezza e dell'ambiente, già sperimentate negli anni 70’, nei campi della prevenzione dei rischi e delle nocività, della bonifica dei cicli produttivi e dell'ambiente inquinato all'interno come all'esterno dei luoghi di lavoro.

L’unità dei lavoratori sui loro interessi di classe, la partecipazione diretta di lavoratrici e di lavoratori di tutti i settori alle indagini in fabbrica, nei luoghi di lavoro e della popolazione auto-organizzata nel territorio; possono valorizzare la soggettività operaia sia sul piano culturale sia sindacale e tecnico-scientifico.

La lotta della classe operaia più cosciente contro le discriminazioni, la monetizzazione dei rischi e della nocività nei luoghi di lavoro e nel territorio; il rifiuto della delega da parte dei lavoratori organizzati sulla propria salute ai tecnici; la critica alla scienza del padrone, la non accettazione della cosiddetta neutralità della scienza e della tecnica e dell’oggettività dei cicli produttivi che da esse derivano, sono esempi di protagonismo operaio.

Noi operai, lavoratori coscienti, non abbiamo nessuna fiducia nello Stato, nella scienza e medicina del padrone.

Abbiamo sempre dovuto lottare in prima persona senza delegare ad altri la difesa dei nostri interessi e diritti, scontrandoci con le associazioni dei padroni, i loro governi, istituzioni, e sindacati confederali raggiungendo con le lotte anche parziali vittorie contro i padroni e l’INAL e risultati importanti, per i lavoratori e per le vittime dell’amianto e altre malattie professionali.

La nostra lotta non si è fermata alla fabbrica, l’abbiamo portata anche nei palazzi del potere, davanti al governo, al parlamento, in confronti/scontri con i medici e persino nelle aule di tribunale, pur sapendo che la legge del padrone è contro gli operai e i proletari, dimostrando ai nostri compagni che credevano nell’imparzialità delle istituzioni che in una società divisa in classi non esiste neutralità, né della legge, né della scienza né della medicina. Avendo provato per decenni sulla nostra pelle la medicina del padrone, abbiamo lottato per far mettere al bando l’amianto anche quando era legale e, il governo e tutti i suoi esperti, medici, scienziati, Ministero della Salute e quant’altro affermavano sulla base della “scienza” che non era cancerogeno (perché pagati anche dalle lobby dell’amianto), fino a farlo mettere fuorilegge con la legge 257 del 1992 grazie alle lotte dei lavoratori dell’Eternit, della Breda, dell’Ilva di Taranto, i Cantieri Navali, i portuali, i cittadini di Casale Monferrato e molti altri.

Alcuni di questi “esperti” li troviamo ancora oggi nei processi contro i morti per amianto a difendere i padroni e i manager della Breda/Ansaldo, Pirelli, Alfa Romeo, Teatro alla Scala, a sostenere “scientificamente” che i lavoratori uccisi dall’amianto dopo 30/40 anni di servizio in azienda hanno contratto la malattia dalla tettoia di eternit nell’orto o durante il periodo di servizio militare obbligatorio quando erano ventenni.

 

Di lavoro si continua a morire oggi come ieri

 

Secondo i dati dell’OSSERVATORIO NAZIONALE MORTI SUL LAVORO, dall’inizio del 2021 a settembre ci sono state quasi 1000 morti per infortuni sul lavoro, fra quelli morti sui luoghi di lavoro e quelli sulle strade e in itinere. A questi occorre aggiungere i lavoratori morti per covid 19 considerati a tutti gli effetti morti per infortunio sul lavoro. Da questa casistica rimangono fuori le vittime del lavoro nero, quei lavoratori invisibili nei cantieri, nelle campagne, nell’edilizia ecc. Questo non succede perché non è interesse della società del profitto.

Oggi la situazione si è ancor più aggravata con lo sblocco dei licenziamenti e le modifiche al Codice degli appalti e ai titoli abilitativi in edilizia, dove Il governo “dell’unità nazionale” con Presidente del Consiglio il banchiere Draghi si sta dimostrando il miglior comitato d’affari di capitalisti, faccendieri e mafiosi.

Il governo dei ricchi, dei padroni, degli affaristi, liberalizzando gli appalti e subappalti - com’è previsto nel PRNN e in nome della modernizzazione - peggiora ancor più le condizioni di vita e di lavoro degli operai e lavoratori aumentando la condizione di schiavitù, i morti sul lavoro, i disastri ambientali.

 

L'indagine operaia e l'organizzazione capitalistica del lavoro

 

Se negli anni passati la salute del lavoratore poteva essere in parte tutelata attraverso l'adozione di strumenti protettivi (aspiratori, maschere, tute ecc.) capaci di preservarlo dalle nocività così come s'intende normalmente (calore, rumore, polveri ecc.), oggi nella società moderna alle vecchie malattie si sommano le nuove; in particolare con la pandemia di covid si vede ancora meglio come tutta l'organizzazione del lavoro nella fabbrica è essa stessa nocività.

Il cottimo palese o mascherato - come premio di risultato, ritmi, orario di lavoro, organici, qualifiche, dislocazione e tipo del macchinario - fanno parte, con il rumore, il calore, le polveri, di quel tutto unico che significa sfruttamento del lavoratore.

 

Medicina preventiva, rapporto medico-lavoratore

 

Sempre più alle vecchie malattie e nocività che colpiscono la classe operaia e i lavoratori si aggiungono le nuove pandemie dovute a un sistema capitalista/imperialista che distrugge gli esseri umani e la natura.

Sulla base della nostra esperienza, riteniamo necessario un nuovo rapporto fra medico e lavoratore, un confronto dialettico di reciproco arricchimento di cognizioni, un rapporto che li deve vedere entrambi necessari protagonisti di una medicina a favore di chi lavora e non del padrone o delle multinazionali dei farmaci, che non hanno nessun interesse a investire in ricerche per guarire i malati ma solo quello di rendere croniche le malattie per vendere più farmaci.

 

(*) Pubblicato sulla rivista comunista di politica e cultura  “nuova unità” n. 5, settembre 2021

 

 

ven

10

set

2021

IL PROFITTO CAPITALISTICO UCCIDE!

Il profitto capitalistico uccide!

 

Manifestazione a Roma il 9 ottobre

 

Il Comitato “NOI, 9 OTTOBRE”, a cui aderiscono comitati e associazioni dei familiari dei morti sul lavoro e dei sopravvissuti alle stragi ambientali, ha organizzato una manifestazione a Roma per sabato 9 ottobre, dichiarata Giornata nazionale in memoria

delle vittime dei disastri industriali e ambientali.

Il 9 ottobre, lo ricordiamo, è l’anniversario della strage del

Vajont, 1.910 vittime del profitto e della complicità dello Stato, ritenuto colpevole di omicidio colposo plurimo con l’aggravante della prevedibilità. Il Vajont è la metafora di tutte le stragi del profitto avvenute dopo.

Come afferma il Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio di Sesto San Giovani: “Gli sfruttati, le associazioni dei lavoratori, delle vittime dei morti sul lavoro, delle malattie professionali (amianto, ecc), degli invalidi e del profitto industriale, cioè tutte le vittime dei disastri ambientali e territoriali causati dal profitto che combattono ogni giorno nei luoghi di lavoro e nel territorio per difendere la salute e la vita umana hanno un comune nemico: il sistema capitalista che con le sue leggi riconosce e difende solo i diritti degli sfruttatori, di chi fa profitti sulla pelle degli esseri umani distruggendo la natura.

Le vittime del profitto e le loro associazioni nei processi penali quando riescono a portare sul banco degli imputati padroni e manager assassini chiedendo giustizia, si scontrano con la Legge dei padroni.

Una legge che punisce le vittime per aver cercato giustizia, condannando le associazioni parti civili a pagare le spese processuali dimostrando che per le vittime questo è il regno dell’ingiustizia dove solo chi ha i soldi può far valere le sue ragioni.”

Riteniamo importante unirsi alla denuncia e partecipare alla mobilitazione, senza nutrire alcuna illusione sulle istituzioni e il parlamentarismo borghese.

Questo nella convinzione che l’unità delle lotte ambientali e di quelle contro le morti sul lavoro, l’unità delle vittime di tutte le stragi e del movimento dei lavoratori per la difesa della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, nel riconoscimento

che l’economia capitalistica è la causa primaria degli omicidi sul lavoro e delle stragi ambientali è la via da seguire per difenderci dal capitale e diventare protagonisti di un futuro senza più sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano e sulla natura.

 

Da Scintilla.

 

http://piattaformacomunista.com/

 

 

mer

01

set

2021

CIA

Contras e talebani

di Jorge Maifud (*); da: rebelion.org; 21.8.2021

 

Dopo la sconfitta in Vietnam, l’ex segretario di Stato Henry Kissinger e l’ex socialista e futuro falco della destra del governo di Reagan, Jeane Kirkpatrick, affermarono che, per recuperare il prestigio perduto, gli Stati Uniti dovevano inventare qualche guerra che si potesse vincere.

 

Secondo Kirkpatrick, il Nicaragua era un buon candidato, ma meglio ancora era Granada, un’isola dei Caraibi di appena 100.000 abitanti, il cui presidente aveva avuto la sfacciataggine di dichiarare che il suo paese era indipendente e sovrano e, quindi, poteva commerciare con chiunque gli piacesse.

La gloriosa invasione, e la liberazione degli studenti statunitensi che non volevano essere liberati da una tirannia inesistente, ebbe luogo nel 1983 e persino i burocrati che non avevano mai abbandonato le loro scrivanie a Washington ricevettero medaglie al valore nella ‘guerra’.

 

La strategia viene dai primi anni del 19° secolo, quando Washington volle annettersi il Canada e la faccenda finì con il palazzo del governo in fiamme (da allora pitturato di bianco per nascondere l’infamia del fumo); da allora decise di espandersi verso l’ovest e il sud, terra di razze inferiori e disarmate.

Alla fine dello stesso secolo, dopo  aver predetto una “esplosione” a Cuba e un anno prima di inventare il mito dell’affondamento dell’ USS Maine , nel 1897, appena nominato segretario aggiunto alla Marina dal presidente McKinley, il futuro presidente Theodore Roosevelt scrisse ad un amico: “sono a favore di quasi qualsiasi guerra, e credo che questo paese ne ha bisogno di una”.

Niente di meglio che “essere offesi” a novanta miglia di distanza da un impero che cadeva a pezzi come lo era la Spagna, armata di navi di legno per difendersi da navi metalliche e con tecnologia di ultima generazione.

 

Nel suo terzo film, nel 1988, Rambo (Sylvester Stallone) lotterà gomito a gomito con quei valorosi “freedom fighters” dell’esotico Afganistan. La stessa catarsi di frustrazione del Vietnam, la stessa storia di una superpotenza militare che, da sola, poteva sconfiggere solo piccole isole tropicali come le Filippine o Granada e, peggio ancora, nel 1961 fu sconfitta – e senza aiuti – da una di queste, Cuba.

 

Come tanti altri gruppi “ribelli”, i talebani sono una creazione, anche se non originale, della CIA.

Negli anni ’70 e ’80 Washington si propose di rovesciare il governo socialista dello scrittore Nur Muhammad Taraki. La laica Repubblica Democratica dell’Afganistan, presieduta da una breve lista di intellettuali di sinistra, sopravvisse con molte difficoltà dal 1978 al 1992, quando venne distrutta dai Talebani. Se Muhammad Taraki ed altri che gli successero avevano lottato per stabilire l’uguaglianza dei diritti per le donne (come nel 1956 un altro socialista arabo, Gamal Nasser in Egitto), i Talebani sarebbero andati nella direzione contraria.

 

Come scrisse lo stesso New York Times in un necrologio ormai dimenticato, Osama bin Laden aveva riconosciuto: “ [a Tora Bora] ricevetti volontari che venivano dal Regno Saudita e da tutti i paesi arabi e musulmani. Fissai il mio primo accampamento dove questi volontari furono addestrati da ufficiali pachistani e statunitensi. Le armi furono fornite dagli statunitensi, il denaro dai sauditi”.

Il complesso di Tora Bora, dove si nascondevano i membri di al-Qaeda, era stato creato con l’aiuto della CIA per funzionare da base per gli afgani che lottavano contro i sovietici e contro il governo dell’epoca. Anche se muyahidin e talebani non facevano parte dello stesso gruppo, come Osama bin Laden e molti altri, il fondatore dei Talebani, Mohammed Omar, era un muyahidin

 

Un anno prima di ricevere i muyahidin alla bianchissima Casa Bianca, lo stesso presidente Ronald Reagan aveva fatto visita ad uno dei suoi “dittatori amici”, il genocida guatemalteco Efraìm Rìos Montt, e l’aveva definito un esempio per la democrazia nella regione. Lo stesso avevano fatto potenti pastori, fanatici come Pat Robertson del Club 700.  Tra le prodezze del dittatore Rìos Montt è compreso il massacro di più di 15.000 indigeni a cui era venuta la pessima idea di difendere le loro terre, ambite dalle multinazionali straniere e dalla tradizionale oligarchia creola.

Poco dopo il presidente Reagan, oggi elevato alla categoria del mito da repubblicani e democratici per qualcosa che non ha fatto (la disarticolazione finale dell’Unione Sovietica), definirà anche i Contras dell’America Centrale (i militari della sconfitta dittatura di Somoza in Nicaragua), come “freedom fighter”.

Quando il Congresso degli Stati Uniti proibirà di fornire altri milioni di dollari al gruppo terrorista dei Contras, l’amministrazione Reagan venderà in segreto armi all’Iran, attraverso Israele il denaro “lavato” verrà depositato in una banca svizzera e poi trasferito ai Contras in Honduras.

 

Come i muyahidin, i Contras furono addestrati e finanziati dalla CIA e, poco dopo, si trasformeranno nelle ‘maras’ (bande criminali organizzate, n.d.t.) che devastano l’America centrale e, in alcuni casi, gli Stati Uniti stessi. Quando gli addestratori torneranno nei loro paesi, essi si dedicheranno a ‘proteggere la frontiera’ dagli invasori poveri che vengono a cercare lavoro. E per assurdo molti di questi poveri verranno cacciati, come fossero dei rivoluzionari, dalla loro stessa terra.

 

Quando in agosto 2021 i Talebani prendono decine di città e, alla fine, Kabul in una sola settimana, le analisi della stampa negli Stati Uniti si sprecano cercando di spiegare l’inesplicabile dopo 20 anni di guerra, di occupazione, centinaia di migliaia di morti e cento bilioni di dollari. Tutti, o quasi tutti, faranno mostra del loro radicalismo analitico e cominceranno, o finiranno, con un avvertimento: cominciamo dal “very beginning” (il principio del principio) di questa storia: gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.

 

Come aveva detto Ronald Reagan stesso alla Biblioteca del Congresso il 24 marzo 1983 per celebrare la ‘conquista dell’Ovest selvaggio’, “gli statunitensi non credevano  quella che era la verità dell’Ovest , ma quello che per loro doveva essere la verità”.

E’ vero, ci sono stati statunitensi disposti a dire ai fanatici le verità reali, non quelle che piacciano a questi ultimi. Ma pochi hanno ringraziato per il favore. E’ successo l’esatto contrario.

 

 

(*) Scrittore e saggista uruguayano, oggi insegna letteratura latinoamericana all’Università della Georgia.

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S. Giovanni)

mar

31

ago

2021

TONNI, SARDINE E PESCECANI

TONNI, SARDINE E PESCECANI
 
Con l’avvicinarsi delle elezioni tutti i partiti, sia quelli nel governo di “unità nazionale” guidato dal banchiere Mario Draghi che all’opposizione cominciano a smarcarsi su singoli aspetti. Centrodestra e centrosinistra, pur avendo differenti vedute su singoli aspetti, sono forze politiche che lavorano per lo stesso padrone, l’imperialismo italiano.
 
I metodi politici sono diversi, ma gli interessi sociali, di classe, e il sistema che difendono sono gli stessi. Per un borghese la difesa della libertà non è altro che la difesa del mercato, della concorrenza e della possibilità di comprare e sfruttare la forza lavoro a prezzi più bassi e concorrenziali, di de localizzare le aziende e licenziare i lavoratori. I capitalisti, essendo proprietari d’industrie, fabbriche, banche, giornali, e dello stato, controllano tutte le istituzioni e l’esercito, cioè hanno il potere reale e possono anche fingersi democratici, perché sanno che nelle elezioni ”democratiche”, nell’alternanza, il cambio di governo e delle istituzioni non inciderà sui loro interessi. La dittatura del capitale finanziario oggi si nasconde dietro la formula della “repubblica democratica”, ma lo “stato democratico”, le sue istituzioni, le forze dell’ordine e il suo esercito non sono altro che una banda armata a difesa della proprietà del capitale, per questo l’esercito italiano è presente in 40 paesi  di tutto il modo con “missioni di pace”.
 
 Maggioranza di governo e opposizione sono due facce della stessa medaglia che concorrono allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
 
Non è un caso che in ogni elezione tutti i partiti chiamino i cittadini a votare, non importa per quale partito, ma a votare. Così si legittima il potere con il voto popolare. Maggioranza e opposizione parlamentare sono entrambi funzionali al sistema.
 
Chi è entrato nel parlamento e al governo per aprirlo come una scatola di tonno come il Movimento 5 stelle si è asserragliato dentro sigillandosi alle poltrone pur di non uscire alleandosi con quelli che fino a un minuto prima considerava nemici da sconfiggere rimangiandosi gli obiettivi sostenuti in campagna elettorale tradendo le aspettative di chi li aveva votati. Questo vale per tutti i partiti, oggi come nel passato. Le sardine si candidano a diventare tonni e i pescecani delle multinazionali, delle banche e Confindustria si preparano a mangiarseli. Il paradosso è che quelli che a parole volevano cambiare il sistema una volta nei palazzi del potere borghese sono stati a loro volta fagocitati dal sistema diventando i principali puntelli del sistema capitalista.
 
L’Italia che formalmente è una Repubblica democratica (ormai sempre meno con l’emergenza covid che abolisce molti diritti costituzionali), e nella sostanza una dittatura al servizio delle multinazionali e Confindustria.
 
Si possono cambiare i partiti e gli schieramenti al governo, ma nel sistema capitalista i governi, politici o tecnici, continuano a rimanere dei comitati d’affari della borghesia e i parlamenti degli inutili contenitori di “democrazia delegata rappresentativa” di varie classi che chiacchierano molto, ma non decidono nulla, se non avvallare con il voto di fiducia, le decisioni prese dal governo e dalla frazione dominate del capitale imperialista. Non ci sono vie d’uscita indolori dalla crisi. Dalla crisi economica – sanitaria pandemica si esce solo con una rivoluzione o con un aumento dello sfruttamento per i proletari.

 

 

Michele Michelino (Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli")

lun

30

ago

2021

Haiti, Afganistan ...

Terremoti, guerre, Stati falliti

di Daniela Trollio (*)

 

Il 14 agosto di quest’anno, 10 anni dopo il terremoto del 2010 che fece oltre 220.000 morti, Haiti ne ha subito un altro di 7,2 gradi Richter che ha mietuto 2.200 vittime, con 12 mila feriti e più di  30 mila senzatetto.

Nell’intervallo tra i due eventi c’è un’epidemia di colera con oltre 10.000 morti causata da una fuoriuscita di liquami dalla base nepalese della Minustah (le truppe ONU di stanza nell’isola), la formazione di gang che prosperano sui sequestri e sui furti degli aiuti – tanto che la Conferenza Episcopale definiva già il paese come “totalmente inabitabile” all’inizio del 2021 - e l’omicidio ancora “misterioso” del presidente Jovenel Moise nel luglio scorso. A questo aggiungiamo gli abusi su donne e bambini, lo scandalo delle OnG e delle organizzazioni come Oxfam, Save the Children e Croce Rossa implicate in orge e reti di prostituzione e la sottrazione di fondi per la ricostruzione in cui è implicata la Fondazione Clinton.

 

Sembra che per il paese più povero delle Americhe non vi sia pace ma solo caos, tanto più che l’ultimo evento sismico si è verificato quando l’attenzione mondiale è rivolta tutta all’Afganistan, dove si svolge un’altra tragedia, ma questa più che annunciata.

 

Cosa avrà mai fatto Haiti?

Un po’ di storia ce lo spiega. Nel 1791  cominciano le rivolte e i tentativi di organizzazione  contro i colonizzatori. 10 anni più tardi Haiti è il primo paese latinoamericano a liberarsi dalla schiavitù e a conquistare la propria indipendenza il 1° gennaio 1804, affibbiando un sonoro schiaffo al colonialismo, non solo a quello francese (l’esercito di Napoleone viene sconfitto) ma anche a quelli britannico e spagnolo.

E’ l’unica rivolta di schiavi vittoriosa nella storia, una rivoluzione dove i neri, le donne e gli oppressi scrissero una Costituzione che rivendicava i diritti per tutti, Natura compresa. 

 

Impaurite e  ferite nel loro ego coloniale, le grandi potenze danno l’avvio alla loro vendetta,  perché la “malattia” dell’indipendenza e la rivolta dei neri non si estendano ad altre zone; vendetta  che ancor oggi non è finita, trasformando Haiti in una nazione condannata ad essere uno stato “fallito”, soffocata dai debiti imposti dai colonialisti, piegata da 30 anni di dittatura della famiglia di Papa e Baby Doc Duvalier, dalla repressione civile e dai colpi di Stato.

Haiti era un esempio che non poteva ripetersi: così lo Stato francese pretese un’indennizzazione di 150 milioni di franchi-oro per le perdite inflitte al suo sistema schiavista: l’isola si indebitò per pagare l’indennizzo con banche francesi e statunitensi e continuò a corrispondere  gli interessi sul debito per i successivi 70 anni . 

Alcuni studi quantificano la somma che Haiti dovette pagare in 58 anni come equivalente a 21.000 milioni di dollari del 2004. E quando nel 1915 una rivolta popolare culminò con l’assassinio dell’allora presidente Guillaume Sam e mise in forse i piani di restituzione del debito e dei suoi interessi, gli Stati Uniti intervennero militarmente e occuparono il paese fino al 1934. Ecco gettate le basi del neocolonialismo. Il paese finì di pagare gli interessi su questo debito nel 1952.

 

Alcuni dati: secondo un’inchiesta della Banca Mondiale (del 2021, la più recente disponibile) 6 persone su 10 (ossia circa 6,3 milioni di persone, il 63%,  su una popolazione totale di circa 10 milioni, di cui il 90% di origine africana) sono in povertà assoluta. L’ONU fissa in meno di 2 dollari al giorno la soglia della povertà.  Il 22% dei bambini soffre di denutrizione cronica. Dei 2,1 milioni di persone danneggiate dall’uragano Mathew dell’ottobre 2016, 1 milioni ha bisogno di aiuti umanitari.

Haiti non era un paese povero, Haiti è stata impoverita.  Nel suo sottosuolo giacciono terre rare, litio e titanio. E dietro la maschera dell’economia “green”, le multinazionali da tempo si muovono per un cambiamento della Costituzione haitiana, che oggi impedisce, almeno formalmente, la compravendita delle terre coltivabili.

Un capitolo a parte meriterebbe inoltre l’opera di “cancellazione” di questa realtà, che emerge solo quando un evento è troppo traumatico per non apparire sulle prime pagine dei giornali.

 

Un altro Stato “fallito”?

Il terremoto haitiano viene cancellato da una notizia che viene da un altro Stato “fallito”, l’Afganistan. Dopo 20 anni di guerra guerreggiata e occupazione, le truppe USA se ne vanno, apparentemente con la coda tra le gambe.

 

Vi ricordate della Daisy Cut, la bomba “taglia margherite”, utilizzata prima nella guerra del Golfo r poi in Afganistan? Una bomba dagli effetti simili ad un’atomica, salvo per le radiazioni, adatta ad essere utilizzata sulle montagne afgane.

E cosa resta dopo 20 anni di guerra, 100.000 civili uccisi, feriti, mutilati, sfollati, la devastazione e la rapina del territorio come mezzi della “guerra al terrorismo”? (Tanto per ricordare, perchè abbiamo la memoria corta, gli attentatori delle Torri Gemelle erano o avevano legami con i grandi amici degli USA nel Golfo, le monarchie saudite, che piacciono molto anche a Matteo Renzi… sarà perché pagano così bene??).

Restano le lacrime di coccodrillo per i profughi, che quando ieri erano bombardati anche dalla missione militare italiana non erano altrettanto degni di pietà e  qualche foto strappalacrime con i bambini (come sempre).

E se è vero che questa è una sconfitta militare per gli USA e gli alleati della NATO (governi italiani che si sono succeduti in questo ventennio compresi), la potenza militare più forte al mondo contro un esercito di “straccioni”, è anche vero che da 20 anni le multinazionali stanno rapinando il paese delle sue ricchezza, ad un prezzo di sangue salatissimo.

L’industria militare ringrazia: la produzione di armamenti è aumentata vertiginosamente. Ora le armi che gli USA “hanno dovuto abbandonare” in Afganistan sono probabilmente ormai obsolete e ci troveremo davanti ad una nuova corsa in avanti dell’industria militare.

E’ proprio vero - finchè c’è guerra c’è speranza, diceva Alberto Sordi.  

 

E ripensiamo alle parole di Julian Assange, il creatore di Wikileaks, oggi prigioniero politico per aver svelato i crimini di guerra occidentali in vari paesi e a cui va tutta la nostra solidarietà e un appello a continuare la lotta per la sua liberazione: “L'obiettivo è utilizzare l'Afghanistan per riciclare denaro dalle basi fiscali degli Stati Uniti e dei paesi europei attraverso l'Afghanistan e riportarlo nelle mani delle élite della sicurezza transnazionale» (...) «L'obiettivo è una guerra eterna, non una guerra di successo».

 

E vogliamo ricordare alle anime belle che oggi si stracciano le vesti per il “destino” delle donne afgane, che negli anni tra il 1978 e l’89, nell’allora Repubblica Democratica dell’Afganistan (RDA),  quelle donne andavano all’università, lavoravano, portavano la minigonna. Poi arrivarono i talebani (allora chiamati “Freedon fighters”), creati, organizzati, addestrati e pagati dagli USA, e spazzarono via tutto questo , comprese le riforme del governo “filo-sovietico”: distribuzione delle terre a 20.000 contadini, abolizione della decima dovuta dai braccianti ai latifondisti, regolazione dei prezzi, servizi sociali e istruzione per tutti,  diritto di voto alle donne, proibizione dei matrimoni forzati, ecc. ecc..

 

In ultimo, anche l’Afganistan è uno tra i paesi più poveri del mondo, o almeno lo sono gli afgani. Il paese è invece un paradiso minerario, che è stato stimato in 1 trilione di dollari, e costituito da litio, terre rare, oro e uranio.

 

L’elenco degli Stati “falliti” – non per propri errori ma grazie alle politiche economiche e militari dell’imperialismo - è lungo e si estende per tutto il globo, da occidente a oriente.

E’ quello che Naomi Klein chiama “la dottrina dello shock”. Davanti a eventi catastrofici, naturali o no, inevitabili o organizzati ad hoc,  è molto più semplice stravolgere le regole precedenti e aprire non le porte, ma i portoni, al neoliberismo.

Le sorti dei popoli come quelli di Haiti e dell’Afganistan non sono una componente dell’equazione.

 

E questo dovrebbe farci riflettere su un ordine alternativo, che noi continuiamo a chiamare socialismo, prima che il disastro si abbatta anche su chi non se l’aspetta.

 

(*) Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni

 

Anteprima dell'articolo della rivista "nuova unità" n. 5 -settembre 2021

 

 

 

dom

29

ago

2021

MORTI SUL LAVORO AGOSTO 2021

Morti sul lavoro nel 2021.
Dall’inizio dell’anno al 29 agosto ci sono state 942 morti complessive per infortuni sul lavoro. Di questi 464 sono morti sui luoghi di lavoro, i rimanenti sulle strade e in itinere.
A questi occorre aggiungere i lavoratori morti per covid considerati a tutti gli effetti morti per infortunio sul lavoro (dati dell’Osservatorio Nazionale di Bologna morti sul lavoro). Altre migliaia di lavoratori sono uccise dalle malattie professionali (ogni anno solo per amianto sono 6000).
Da questi numeri sono esclusi i lavoratori in nero, in Italia si calcola che siano oltre 3 milioni i lavoratori in nero.
Ogni giorno decine di lavoratori sfruttati costretti a lavorare con continui ricatti e senza dispositivi di sicurezza individuali e collettivi sono sacrificati per i profitti dei capitalisti nell’indifferenza di padroni, governo e istruzioni.
Nella “democratica” repubblica italiana ogni giorno avviene una guerra di classe nascosta che produce morti, feriti e invalidi negli sfruttati e oppressi. Lavoratori che ogni giorno escono da casa per guadagnare il pane per le loro famiglie e finiscono in una bara. Crimini contro l’umanità che avvengono nella più assoluta impunità.
La presunta imparzialità dello stato e delle istituzioni, a cominciare dalla magistratura, non esiste. In realtà le istituzioni sono al servizio del potere delle multinazionali, dei capitalisti. Anche tutti i partiti politici in parlamento, siano essi di governo o opposizione sono al servizio del sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Lo stesso sindacato confederale, che nella crisi economica e pandemica è sempre più interessato alle sorti dell’economia nazionale che agli interessi dei lavoratori, fa parte del sistema di sfruttamento contrattando sempre più al ribasso le condizioni di vita e di lavoro degli sfruttati.
In nome dell’aumento della produttività e del profitto i padroni e i sindacati filo padronale danno mano libera ai padroni di licenziare e ricattare i lavoratori costringendoli a lavorare in condizioni pericolose.
L’aumento dello sfruttamento è la causa principale degli infortuni e dei morti sul lavoro.
La loro forza sta nella nostra divisione, nella nostra debolezza.
Ecco cosa contano i lavoratori, i proletari della democrazia borghese.
Non c’è nessuna compatibilità tra i nostri interessi e quelli dei padroni.

gio

26

ago

2021

IL NEMICO E' IN CASA NOSTRA

 

IL NEMICO E’ IN CASA NOSTRA

 

La cacciata degli eserciti invasori a sostegno del governo fantoccio servo degli imperialisti e la precipitosa e rovinosa fuga dall’Afganistan degli USA e delle truppe di occupazione militari occidentali ci porta ad alcune brevi  considerazioni.

 

Se gli USA sono impegnati in tutte le guerre del mondo, ricordiamo che a Cuba, paese sovrano, gli USA sono presenti occupando militarmente la base di Guantanamo, in Italia alla fine degli anni ‘70 si contavano 143 basi e installazioni militari USA-NATO con migliaia di soldati.

 

L’Italia - da sempre considerata “il più fedele alleato degli USA” e la sua portaerei nel mediterraneo - è costretta dai governanti succedutisi alla guida del paese (siano stati essi di destra o di sinistra) alle servitù militari.

I soldati USA e NATO la fanno da padroni, nella più totale impunità e disprezzo delle leggi dello stato cui invece ogni cittadino Italiano è sottoposto (un esempio per tutti il massacro del Cermis, dove nel 1998 un aereo militare USA partito dalla base militare di Aviano per un’esercitazione a bassa quota, proibita dalla legge italiana, tranciando un cavo di una funivia, provocava la morte di 20 persone. I piloti, sottratti alla giustizia italiana, sono stati giudicati e assolti negli USA).

Queste basi - concesse a suo tempo come baluardo alla lotta ”contro il comunismo” - sono state sempre usate per le aggressioni imperialiste (Corea, Vietnam, Somalia, Yugoslavia, Afghanistan, Iraq e ad altri popoli che si opponevano alla penetrazione imperialista).

Nonostante le lotte di consistenti settori del proletariato contro la guerra, con scioperi e manifestazioni, le basi militari sono tuttora presenti e di alcune se ne sta progettando l’ampliamento.

L’Italia, paese imperialista che mantiene sul suo territorio basi militari USA e NATO, fa la stessa operazione in altri paesi, con contingenti militari e basi in 40 paesi.

 

Con la pandemia di covid19, la situazione del proletariato in Italia e nel mondo è peggiorata ulteriormente.

Stando ai dati dell'Eurostat, i disoccupati italiani erano 2 milioni e 479mila nel dicembre 2019; esattamente un anno dopo, con in mezzo la pandemia di Covid-19 e i pesanti contraccolpi sull'economia, le persone senza lavoro  sono calate a 2 milioni e 250mila. Eppure i morti sul lavoro sono aumentati.

Ora con lo sblocco dei licenziamenti e il nuovo codice degli appalti e subappalti emanato dal governo Draghi, che permette il massimo ribasso, aumenteranno licenziamenti, sfruttamento, insicurezza e morti sul lavoro.

 

Da sempre tutti i partiti borghesi (di destra e di sinistra) sostengono che la soluzione della disoccupazione sta nella ripresa dell’economia capitalistica. I fatti dimostrano invece che è l’economia capitalistica che crea disoccupazione: maggiore sarà il suo sviluppo, peggiori saranno le condizioni di vita dei proletari e della maggioranza della popolazione mondiale. I dati dimostrano che più le aziende licenziano i lavoratori, più sale il valore delle loro azioni.

 

Il nemico è in casa nostra.

 

 

O mettiamo in discussione con la lotta questo modo di produzione e il sistema capitalista che continua a riprodurre i borghesi come padroni e gli operai come schiavi salariati, ponendoci l’obiettivo del potere operaio e un sistema socialista, o la situazione sarà sempre peggio per gli sfruttati.

gio

19

ago

2021

Afganistan

I cantori dell’Afghanistan adesso vanno confinati nel disprezzo eterno

di Alessandro Robecchi (*); da: ilfattoquotidiano.it ¸18.8.2021

 

 

Ero tentato di scrivere al direttore per chiedergli – invece dello spazio di questa rubrichina – una pagina, o due, o tre, per elencare tutti gli insulti ricevuti negli anni da quelli, come me e molti altri, che alla guerra in Afghanistan (e in Iraq) sono sempre stati contrari. Utopisti, imbelli, amici dei talebani (qualche imbecille col botto lo ha detto anche ieri), comprese insolenze di stampo fascista (malpancisti, panciafichisti), più analisi geopolitiche dei puffi, più rapporti amorosi (ed economici) con la Cia e il Pentagono, più le accuse di tradimento dell’Occidente. Insomma, mi limito a questa minuscola sintesi delle infamie ricevute per vent’anni. Anche ieri, su Repubblica, Francesco Merlo ci ricordava che “il pacifismo assoluto è un’utopia infantile e qualche volta pericolosa”, ed ecco sistemato anche Gino Strada (ciao, Gino).

Siamo abituati agli insulti, anche se alcuni – recentissimi, di ieri – suonano davvero intollerabili (ah, sei contento che gli americani si ritirano! E le donne? E i bambini? Sei come i talebani!), argomenti di poveri disperati che preferiscono fare la figura dei coglioni piuttosto che ammettere un errore politico durato due decenni.

 

Paradossalmente, la vergogna non riguarda solo una guerra criminale e sbagliata, ma anche il suo grottesco epilogo. Speravano, tutti gli “armiamoci e partite”, che l’esercito del governo fantoccio resistesse almeno tre mesi. Cioè: “fatevi sbudellare per permetterci di scappare con più agio”. La risposta – comprensibile – è stata “col cazzo”, e mentre i militari da noi così efficacemente addestrati (ahah, ndr) si arrendevano, i loro capi, da noi così generosamente coperti di soldi, scappavano oltre confine, e chi s’è visto s’è visto.

 

Avendo letto qualche libro di storia, avevamo imparato che chi perde una guerra viene sostituito, cacciato, sommerso dal disprezzo, insomma, il famoso “vae victis”, guai ai vinti. E invece no.

Perché i cantori della guerra persa non hanno perso per niente. Ne escono vittoriosi, più ricchi e più grassi – insieme ai feroci talebani – anche tutti gli apparati militari occidentali, che per vent’anni sono stati ricoperti d’oro per sostenere il più grande affare del mondo: la guerra al terrorismo. Tremila miliardi di dollari, è costato tutto questo scempio di vite, per lo più intascati da contractors privati, produttori di bombe, lobbisti delle armi, consulenti strategici, Pentagono, servizi segreti.

 

Con tremila miliardi di dollari, in vent’anni, si potevano consegnare a ogni afghano centomila dollari in contanti, trasformando quel paese in una specie di Svizzera o Lussemburgo.

 

Invece i soldi sono passati da una tasca all’altra degli invasori – una partita di giro – e per gli afghani bombe e terrore. I “signori della guerra” (cfr. Bob Dylan, 1963) siedono a Washington e nelle cancellerie occidentali, nei giornali che hanno insultato per vent’anni (e continuano tuttora) i pacifisti, nelle lobby degli armamenti, tra tutti i parlamentari che per vent’anni hanno finanziato e rifinanziato le missioni armate all’estero chiamandole “missioni di pace” e “umanitarie”, e si è visto..

 

Non si farà fatica a ricordare nomi e cognomi, da Bush a Blair giù giù fino ai pensosi corsivi di oggi che ci spiegano, in clamorosa malafede, che la guerra era giusta, peccato per come è finita. Ecco, segnarsi i nomi, almeno quello, in modo da non votarli mai più, non leggerli mai più, da confinarli nel disprezzo eterno.

 

Non sarà un risarcimento, ma almeno un piccolo esercizio di dignità personale.

mer

18

ago

2021

LA VOLANTE ROSSA

Una pagina di storia della resistenza al nazifascismo e del movimento operaio.

 

LA VOLANTE ROSSA

 

La Volante Rossa inizia, sul finire del '45, un'implacabile lotta clandestina contro i risorgenti movimenti neofascisti. Si tratterà di uno scontro tra organizzazioni paramilitari senza esclusione di colpi.

Nel primo anno di vita l'attività della Volante Rossa viene portata avanti nella clandestinità più assoluta ed è difficile supporre quante azioni abbia compiute. Sono comunque molti i fascisti che scompaiono e che si pensa siano emigrati in Argentina, mentre i loro cadaveri finiscono nella colata della Breda oppure in fondo al Lago Maggiore o a qualche stagno, assicurati con una pietra mediante cavo di ferro a evitare la corrosione della corda.

Solo in qualche caso trapelano sui giornali notizie di questa attività, che nessuno collega peraltro all'azione di un'organizzazione di sinistra. I fascisti vengono prelevati, interrogati e spesso rilasciati. Se non si tratta di criminali o di pedine importanti all'interno delle rinascenti organizzazioni neofasciste, vengono invitati semplicemente a tornare al paese d'origine e a smettere di fare attività politica.

Se giudicati colpevoli vengono invece eliminati, magari mediante una gita in barca. Lo stile è insomma ancora quello tipico della "giustizia partigiana".

 

Autunno 1947 - Con sempre maggiore frequenza i fascisti escono amnistiati o assolti dalle galere: inizia il "processo" al movimento partigiano (si fa un gran parlare dell’oro di Dongo); riprendono le azioni terroristiche della destra.

"Quando poi si verificarono le prime occupazioni di fabbrica a Milano (4), perché non venivano accettate le richieste degli operai, e allora arrivava la polizia e buttava fuori gli operai, noi andavamo là di notte, buttavamo fuori la polizia e riportavamo dentro gli operai.

Questo aiutava molto la lotta degli operai, che in caso di bisogno sapevano a chi rivolgersi. Già prima la Volante Rossa, alla base, tra i compagni, gli operai, era diventata un simbolo in tutta la Lombardia.

Durante le manifestazioni, se c'erano quattro o cinque della Volante Rossa, immediatamente si formava un nucleo attorno a loro, perché nell'ambito della classe operaia eravamo conosciuti come gente che non stava lì troppo a discutere, ci si riconosceva come gente che li difendeva dai soprusi, dai quali la legalità non li difendeva. Quando intervenivamo, certe cose si modificavano all'interno della fabbrica. La Volante Rossa galvanizzava e creava una reazione all'assoggettamento dentro la fabbrica".

Frattanto incominciano a rientrare nelle fabbriche i dirigenti epurati e molti di essi tendono a ripristinare i vecchi metodi disciplinari e repressivi. Così il 12 dicembre ’47 - in seguito alla sollecitazione di numerosi operai della Falck - arrivano su un camion venticinque della Volante Rossa, riconoscibili dai loro giubbotti. Scendono in 4 e salgono in via Natale Battaglia 29: chiedono dell'Ingegner Italo Toffanello, vice direttore dello stabilimento Vittoria delle Acciaierie Falck, poi epurato perché iscritto al Partito Fascista e ritenuto responsabile della deportazione in Germania di 60 operai.

Sono le 21 e 20 e la serata è gelida, ha appena nevicato. Si puntano le rivoltelle all'ingegnere, che è fatto salire sull'autocarro e condotto sulla Piazzetta ex Reale, vicino a piazza del Duomo. "Potremmo fare quello che vogliamo nei tuoi confronti. Ma ti chiediamo di spogliarti. I lavoratori sono uomini e non animali da soma. Se ritorni ai vecchi metodi il nostro prossimo intervento sarà ben diverso".

Viene abbandonato in mutande, e, preso per pazzo, rischia di finire al Paolo Pini. Un pacchetto con tutti i suoi vestiti e valori viene depositato presso il distributore di benzina di piazzale Loreto. Poi si telefona alla polizia di venire a ritirarlo. Appuntato al pacco, un biglietto: "È stata data una lezione al signor Toffanello: ora restituiamo scrupolosamente ciò che era in suo possesso".

 

Segue l’inventario degli oggetti e la firma: "Un gruppo di bravi ragazzi".

 

(da Cesare Bermani, "La Volante Rossa", in "Primo Maggio", inverno 77-78, n. 9/10)

 

(4) Così è successo, per esempio, il 7 luglio ’48 alla Motta; l’8 luglio alla Bezzi, il 9 luglio alla Breda.

 

 

lun

16

ago

2021

AFGANISTAN: IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA ARMATA IMPERIALISTA

AFGANISTAN: IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA ARMATA IMPERIALISTA

Dopo aver saccheggiato per 20 anni con la forza dei suoi carri armati, aerei da guerra e soldati l’Afganistan, gli Usa, la Nato e le potenze occidentali si mobilitano freneticamente per scappare dal paese davanti all’avanzata dei talebani che controllano anche Kabul dimostrando ai popoli del mondo, agli operai dell’Afganistan e di tutto il mondo la vera natura del capitalismo: ruba tutto quello che puoi e scappa quando sei in pericolo. Una fuga precipitosa che lascia decine di migliaia di cadaveri, scappati ingloriosamente con la coda fra le gambe abbandonando le ambasciate a Kabul e i loro “collaboratori” alla ritorsione dei vincitori. Il primo a scappare è stato il presidente afgano Ashraf Ghai, marionetta degli imperialisti USA e degli occidentali lasciando tutti gli altri alla mercé del “nemico”.

Gli USA già impegnati in tutte le guerre del pianeta mentre scappano come topi minacciano interventi militari.

Si evacuano tutte le ambasciate occidentali ma restano le ambasciate e i diplomatici russi e cinesi che cercheranno di sfruttare la situazione per incrementare gli affari acquisendo le quote di mercato lasciate libere dagli imperialisti USA e Europei.

L’alleanza imperialista che ha occupato l’Afganistan oggi è sconfitta e con essa subisce un crollo la legge del profitto che spinge tutti i paesi capitalisti a rispondere con la guerra al precipitare della crisi economica. Ora gli appelli alla pace e alla distensione servono solo a coprire il rapido precipitare della situazione e a mobilitare l’opinione pubblica e gli operai a sostenere i governi e i padroni che continuano a sfruttarli nei luoghi di lavoro e usano la pandemia di covid 19 per limitare e impedire anche le fondamentali libertà personali costituzionali.

In Italia tutti i governi di qualsiasi colore, hanno inviato i militari in oltre 40 scenari di guerra chiamate “missione di pace” ed i partiti che hanno votato le missioni militari in modo ipocrita continuano a parlare di pace, di difesa della “democrazia” , di “diritti umani” mistificando le reali cause della guerra.

La guerra in Afghanistan, secondo la ricerca del progetto Costs of war della Brown University, ha causato in venti anni oltre 241 mila morti. Altre centinaia di migliaia di persone – la maggior parte civili, tra cui anche molti bambini – inoltre avrebbero perso la vita a causa della fame, delle malattie e delle ferite conseguenti alle violenze.

Anche per l’Italia la Guerra in Afghanistan, che ha fatto arricchire i capitalisti e tutta l’industria, non solo della guerra, ha avuto costi economici (pagati dalla popolazione) e profitti intascati dai padroni, con un costo di vite umane di 53 morti e 8,5 miliardi spesi.

I borghesi dopo la disfatta fanno appelli alla “pace” alla “cooperazione”, e fingono di interessarsi delle sorti del popolo afgano, delle donne e bambini, mentre continuano ad armarsi e già preparano nuove guerre economiche e militari contro chi ostacola la loro penetrazione imperialista di rapina in paesi sovrani.

Il governo Draghi e i sindacati confederali chiamano gli operai italiani ai sacrifici per risolvere la crisi accelerata dalla pandemia di covid19, per rendere più competitivo l’imperialismo italiano, le sue merci, i suoi capitali, nella guerra commerciale che precede e prepara la guerra armata per la spartizione dei mercati in molte parti del mondo.

Il governo italiano mentre parla di pace aumenta le spese militari (la spesa militare italiana nel 2021 è di poco meno di 25 miliardi di euro), e spende milioni di euro per nuove armi e aerei mentre il paese brucia per mancanza di investimenti civili, a cominciare dai Canadair e personale esperto, e sta sprofondando a cause della crisi climatica.

Oltre che sfruttare più intensamente e immiserire ai limiti della sussistenza i propri operai e lavoratori.

Le guerre nel capitalismo sono inevitabili. I padroni per combattere la concorrenza straniera vogliono disporre di materie prime a basso prezzo, strappare nuovi mercati ai concorrenti, dirottare verso l’esterno, contro lo straniero, i crescenti contrasti di classe tra borghesi e operai in ogni paese. Ogni popolo ha diritto di scegliere il suo governo, anche se questo può non piacere ad altri.

SOLIDARIETA’ RIVOLUZIONARIA TRA I POPOLI OPPRESSI E GLI OPERAI DI TUTTO IL MONDO CONTRO I PROPRI PADRONI!

 

 Centro di Iniziativa  Proletaria “G: Tagarelli”

 

Sesto San Giovanni (Mi)   16 agosto 2021

 

 

gio

12

ago

2021

NOI E VOI, PROLETARI E BORGHESI

NOI E VOI, PROLETARI E BORGHESI

 

Non sono soltanto i capitalisti, i loro servi e gli ipocriti coscienti, gli scienziati e i preti a sostenere e a difendere la menzogna borghese che lo stato difende gli interessi di tutti, ma anche molte persone che pur essendo sfruttate credono che lo stato sono loro.

 

Questa concezione serve a difendere gli interessi delle classi sfruttatrici, - le grandi multinazionali /transnazionali, i grandi proprietari fondiari, cioè i capitalisti/imperialisti , e serve così bene i loro interessi, che è riuscita a cambiare profondamente tutte le abitudini, tutte le idee, tutta la scienza dei signori rappresentanti della borghesia.

Questa concezione dello stato serve a giustificare i privilegi sociali, l'esistenza dello sfruttamento, la giustificazione all'esistenza del capitalismo; ecco perché è un enorme errore attendersi l'imparzialità dello stato e credere che in una società divisa in classi ci siano istituzioni neutrali, al di sopra delle parti e una scienza pura.

Lo stato borghese in una società divisa in classi serve a mantenere lo sfruttamento dell'uomo capitalista da parte dell'uomo proletario, a legittimare i padroni, i possessori degli schiavi salariati.

Lo stato, il governo è un apparato speciale di costrizione, di sottomissione della volontà altrui per mezzo della violenza - carceri, reparti speciali, truppe, ecc.. Lo stato è una macchina per mantenere il dominio di una classe sull'altra.

La legge dice di essere uguale per tutti, di difendere tutti egualmente, ma in realtà difende la proprietà privata dei mezzi di produzione e le proprietà dei ricchi dagli attacchi di quella massa di esseri umani che, non avendo proprietà, non possedendo nulla all'infuori delle proprie braccia, s'immiserisce a poco a poco, si rovina, e si trasforma in massa di proletari.

 I padroni spendono decine di miliardi di euro per diffondere le menzogne borghesi a sostegno della politica imperialista, della scienza al servizio del capitale e mantenere il loro potere e dominio.

Solo i borghesi e gli ipocriti coscienti, gli scienziati asserviti al capitale e i preti possono sostenere e difendere la menzogna borghese, la quale afferma che lo stato difende gli interessi di tutti. Per dirla con Lenin

 

"Fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni. I fautori delle riforme e dei miglioramenti saranno sempre ingannati dai difensori del passato, fino a quando non avranno compreso che ogni vecchia istituzione, per barbara e corrotta che essa sembri, si regge sulle forze di queste o quelle classi dominanti. E per spezzare la resistenza di queste classi vi è un solo mezzo: trovare nella stessa società che ci circonda, educare e organizzare per la lotta forze che possono – e che per la loro situazione sociale debbano – spazzar via il vecchio ordine e crearne uno nuovo”.

 

 

mar

10

ago

2021

PER RICORDARE I PARTIGIANI E LA LOTTA SEMPRE ATTUALE CONTRO IL NAZIFASCISMO.

PER RICORDARE I PARTIGIANI E LA LOTTA SEMPRE ATTUALE CONTRO IL NAZIFASCISMO.


Odio gli indifferenti di Antonio Gramsci


“Odio gli indifferenti.

 

Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.

 

L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.


L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza e' abulia, e' parassitismo, e' vigliaccheria, non e' vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza e' il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, e' la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, e' la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e' ciò su cui non si può contare; e' ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; e' la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non e' tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non e' altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.

Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non e' responsabile.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che e' successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

 

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non e' animato da alcuna luce morale; e' prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.


Odio gli indifferenti anche per ciò che mi da' noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto a ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non e' dovuta al caso, alla fatalità, ma e' intelligente opera dei cittadini.

 

Non c'e' in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non e' riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti. 

lun

02

ago

2021

LA "SCIENZA" È NEUTRALE?

LA "SCIENZA" È NEUTRALE?

Il "Manifesto della razza" fu redatto e sottoscritto da dieci "illustri scienziati". Tra i promotori del “Manifesto” vi erano docenti universitari, direttori di ospedali e famosi medici, come ve ne erano tra i 320 “intellettuali” che successivamente aderirono a quel demenziale documento.

Pubblicato, con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, su “Il Giornale d'Italia” del 14 luglio 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, anticipa di poche settimane la promulgazione della legislazione razziale fascista (settembre-ottobre 1938). Firmato da alcuni dei principali scienziati italiani, Il Manifesto diviene la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell'Italia fascista.

Queste le proposizioni "scientifiche" che fissarono le basi del razzismo fascista.

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.

3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

4. La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.

5. È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.

6. Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

I firmatari:

Lino Businco, docente di patologia generale, 'Università di Roma

Lidio Cipriani, docente di antropologia, Università di Firenze

Arturo Donaggio, docente di neuropsichiatria, Università di Bologna, nonché presidente della Società Italiana di Psichiatria

Leone Franzi, docente di pediatria, Università di Milano

Guido Landra, docente di antropologia, Università di Roma

Nicola Pende, docente di endocrinologia, Università di Roma, nonchè direttore dell'Istituto di Patologia Speciale Medica

Marcello Ricci, docente di zoologia, Università di Roma

Franco Savorgnan, docente di demografia, Università di Roma, nonché presidente dell'Istituto Centrale di Statistica

Sabato Visco, docente di fisiologia, Università di Roma, nonché direttore dell'Istituto Nazionale di Biologia presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche

Edoardo Zavattari, direttore dell'Istituto di Zoologia dell'Università di Roma.

 

(ANPI.IT, 21/03/2016)

 

Sami Behare

 

 

lun

26

lug

2021

IL CAPITALISMO UCCIDE

Il capitalismo uccide

 

Lotte operaie, repressione e unità di classe. La vita vale più dei profitti

 

Michele Michelino (*)

 

Il 18 giugno scorso durante una partecipata manifestazione - presidio contro i morti sul lavoro e per la sicurezza nei luoghi di lavoro davanti  alla sede degli industriali milanesi (Assolombarda) organizzata da alcune associazioni (Assemblea lavorativi combattivi di Milano, Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, Medicina Democratica Comitato Ambiente e Salute Teatro alla Scala, Comitato Difesa Sanità Pubblica Zona Sud Ovest Milano), hanno preso la parola anche diversi delegati RSU di CUB, Slaicobas, Sicobas, USI. Durante il presidio è arrivata, come un pugno nello stomaco, la notizia dell’assassinio di un lavoratore, un compagno del Sicobas investito da un camion durante un picchetto. Dopo anni di divisioni sindacali la manifestazione unitaria di varie sigle sindacali e associazioni davanti alla sede dei padroni contro tutti i morti del profitto segna una svolta sulla strada dell’unità di classe.

Questo ennesimo omicidio padronale il 18 giugno 2021, ha avuto per la prima volta in Italia una risposta unitaria di classe. Allo sciopero nazionale della logistica, indetto da SiCobas, questa volta hanno aderito varie sigle sindacali, anche confederali (fra cui i lavoratori della CGIL dello stesso posto di lavoro dell'operaio assassinato), per protestare contro l’assassinio di un lavoratore ucciso, Adil Belakhdim, coordinatore dei SiCobas a Novara, volontariamente investito da un camionista aizzato dai padroni della logistica che ha forzato il blocco delle merci. L’autista arrestato dopo pochi chilometri e stato messo ai domiciliari e l’omicidio catalogato come incidente stradale dimostrando come la giustizia sia al servizio solo dei padroni e dei loro servi.

L’omicidio di Adil ha risvegliato la coscienza di molti lavoratori. Per la prima volta dopo molto tempo i lavoratori sono scesi in sciopero in vari parti d’Italia riconoscendo in questo omicidio un attacco a tutta a classe operaia.

La normalità del capitalismo è che ogni giorno si muore sul lavoro, nelle fabbriche, nelle campagne, nei cantieri, nella logistica. Ricordiamo che un omicidio simile era già avvenuto alla GLS di Piacenza il 14 settembre 2016. A morire quella volta fu Abd Elsalam, attivista USB, e anche quella volta la risposta unitaria dei lavoratori e di alcuni sindacati di base fu importante.

 

I padroni divisi nella concorrenza sono uniti nello sfruttamento dei lavoratori. Repressione violenta contro i lavoratori in lotta, arresti, aggressioni, ai picchetti dei lavoratori che bloccano i camion, manganellate delle forze dell’ordine, carabinieri e polizia, degli apparati “legali” dello stato e da quelle “illegali” di bodyguard, fascisti e crumiri protetti dagli sbirri come nell’aggressione avvenuta l'11 giugno 2021 contro gli scioperanti dell'azienda Zampieri di Lodi che lasciarono sul campo di battaglia una decina di lavoratori feriti e uno ridotto in fin di vita.

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dom

25

lug

2021

INTRIGHI INTERNAZIONALI

INTRIGHI INTERNAZIONALI

 

Scambi tra Italia, Usa e Francia per rafforzare l’imperialismo

A Bruxelles il 14 giugno si sono incontrati i potenti dei paesi che fanno parte della NATO per rafforzare il «legame transatlantico» tra Stati uniti ed Europa su tutti i piani: politico, economico, spaziale, tecnologico e, soprattutto, militare. Mentre gli Usa e la Gran Bretagna hanno assicurato gli alleati che la “NATO resterà un'alleanza nucleare” hanno deciso di aumentare la spesa militare. Per il 2021 l'Italia pagherà 30 miliardi di dollari che presto diventeranno 40. Una cifra che esclude le spese per il mantenimento delle basi militari sul territorio italiano - sedi appunto di armi nucleari - e delle missioni all'estero che non certo umanitarie come vogliono farci intendere, ma di addestramento delle forze locali e di difesa degli interessi economici delle grandi potenze nei vari territori occupati e saccheggiati.

Non c’è limite alle spese militari, però si specula sui lavoratori. I padroni devono recuperare il profitto perso con la crisi economica e in seguito alle misure prese per la Covid 19, il Governo - a guardia della borghesia nazionale ed europea - opera per diminuire la tensione sociale che teme si allarghi e diventi incontrollabile.

Dopo l’aumento dei ritmi che portano a continui incidenti e morti sul lavoro, dopo le delocalizzazioni, le cessazioni di attività nonostante il blocco Covid 19, Governo, Confindustria, Confapi, CNA, sindacati confederali si sono accordati per sbloccare i licenziamenti. Prime grandi vittime 152 operai della Gianetti Ruote di Monza e 422 della GKN di Campi Bisenzio (leggi all’interno).

 

Il patto comprende contratti di solidarietà, intese di riduzione e rimodulazione dell’orario di lavoro. La proroga riguarda solo i settori del tessile, calzaturiero e moda, un altro modo per dividere il fronte di classe.

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ven

23

lug

2021

VIVO A CUBA. Articolo di ALEIDA GUEVARA MARCH

VIVO A CUBA.

 

di ALEIDA GUEVARA MARCH

 

Vivo a Cuba, amo il mio popolo e difendo la nostra rivoluzione. Sono un medico internazionalista, sono orgoglioso di esserlo, perciò vedo la realtà, sono critico, perché capisco che ci sono molte cose che dobbiamo migliorare e molte altre che dovremo cambiare, ma mi sono formato con una grande influenza di Marti e José Martí diceva che il sole ha delle macchie, ma dà così tanta energia e così tanta luce che noi uomini non vediamo le sue macchie.

Ci ha insegnato a rispettare gli esseri umani, non possiamo pensare tutti allo stesso modo, ma tutti abbiamo il diritto di essere ascoltati e soprattutto di essere presi in considerazione, naturalmente per ottenere questo dobbiamo guadagnarci questo diritto.

Puoi gridare molto e molto forte, ma se quelli accanto a te gridano qualcos'altro, non importa quanto forte tu gridi, nessuno ti capirà, per questo l'unità di criteri è importante e io raccomando sempre di non criticare solo qualcosa, ma di essere capaci di proporre soluzioni.

Quello che mi è molto chiaro è che non è possibile usare la violenza per farsi ascoltare; quando lo si fa, l'unica cosa che si ottiene è il rifiuto, soprattutto da un popolo che ha molte persone con un alto livello di cultura e dignità.

Alcuni giorni fa, persone senza scrupoli hanno commesso atti di vandalismo in diverse città del mio paese. Mi riferisco a spaccare vetrine, rubare nei negozi, lanciare pietre negli ospedali pediatrici, girare le macchine in mezzo alla strada, a volte con i colleghi dentro, insomma, cose a cui noi cubani non siamo abituati e con espressioni che dimostravano un livello culturale molto basso, distillando odio e molte bugie e quello che mi dà più fastidio è che non hanno vergogna nel riconoscere i loro legami finanziari con le istituzioni con le istituzioni governative degli Stati Uniti d'America.

Come ho detto, la rivoluzione cubana è lungi dall'essere perfetta, ma gli unici che hanno il diritto di risolvere questi problemi siamo noi, nessun altro paese del mondo ha il diritto di intervenire nei nostri affari interni, e alcune di queste persone chiedevano l'intervento di potenze straniere, immaginate la reazione del popolo. Quello che ancora non capiscono è che Cuba è un popolo dignitoso e quando qualcuno mette in dubbio questa dignità, il popolo si unisce e difende con passione la sua sovranità.

Abbiamo molti problemi di alloggio, abbiamo serie difficoltà con i trasporti urbani, per peggiorare le cose con questa brutale pandemia che tutti stiamo soffrendo, il governo degli Stati Uniti ha rafforzato le misure di blocco che ha mantenuto sul mio paese per quasi 60 anni, così abbiamo una mancanza di medicine, per esempio antibiotici orali, forniture come siringhe, e a causa della persecuzione finanziaria a cui siamo sottoposti, non possiamo comprare tutto il cibo che ci serve. Inoltre, negli ultimi tempi è stato un calvario far arrivare sulle nostre coste le navi straniere con le cose di cui abbiamo bisogno, compreso il petrolio necessario per evitare quei fastidiosi blackout di cui soffriamo.

Ora qualcuno può dirmi qual è la preoccupazione del governo americano per il benessere del mio popolo se mantiene un tale blocco contro di noi?

Onestamente non lo capisco.

Nonostante tutto questo, siamo l'unico paese dell'America Latina con due vaccini contro il Covid-19, fatti con grande sacrificio, ma da noi, senza l'interferenza di nessuna casa farmaceutica internazionale, che ci permette di vaccinare gratuitamente tutta la nostra popolazione e che ci permette di aiutare altri popoli in difficoltà.

Voglio che sappiate che se voi, come popolo americano, avete bisogno della nostra solidarietà, la forniremo volentieri. Non dimenticate che la brigata internazionalista di medici e operatori sanitari che ha lavorato in più di 50 paesi del mondo per aiutare a sconfiggere questa pandemia porta il nome di un giovane americano che ha combattuto a fianco del mio popolo contro il dominio spagnolo.

 

 

Fonte: Elías Rafael ELJURI ABRAHAM già Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela c/o la FAO

dom

18

lug

2021

con Cuba contro l'imperialismo

Cuba resiste

di Frei Betto (*); da: cubadebate.cu: 15.7.2021

 

Sono in pochi ad ignorare la mia solidarietà con la Rivoluzione cubana. Per 40 anni ho visitato con frequenza l’isola per impegni di lavoro ed inviti ad eventi. Per un lungo periodo ho fatto da mediatore nella ripresa del dialogo tra i vescovi cattolici ed il governo cubano, come ho descritto nei miei libri “Fidel e la religione” e “Paradiso perduto – Viaggi nel mondo socialista”.

Attualmente, su incarico della FAO, faccio il consigliere del governo cubano nello sviluppo del Piano di Sovranità Alimentare e Educazione Nutrizionale.

 

Conosco nei particolari la vita quotidiana cubana, comprese le difficoltà che la popolazione affronta, le sfide alla Rivoluzione, le critiche degli intellettuali e degli artisti del paese. Ho visitato carceri, ho parlato con oppositori della Rivoluzione, ho convissuto con sacerdoti e laici cubani che si oppongono al socialismo.

 

Quando mi dicono – a me che sono brasiliano – che a Cuba non c’è democrazia, scendo dall’astrazione delle parole alla realtà.

 

Quante foto o notizie sono state viste o si vedono di cubani in miseria, mendicanti sdraiati sui marciapiedi, bambini abbandonati nelle strade, famiglie sotto i viadotti?  Qualcosa di simile alla ‘crackolandia’ (quartiere povero di Sao Paulo, dove impera il traffico e il consumo di droghe,n.d.t.), alle milizie, alle lunghe code di malati che aspettano anni per essere curati in un ospedale?

 

Avverto gli amici: se in Brasile sei ricco e vai a vivere a Cuba, conoscerai l’inferno. Non potrai cambiare auto ogni anno, comprare vestiti firmati, viaggiare spesso in vacanza all’estero.

E, soprattutto, non potrai sfruttare il lavoro degli altri, mantenendo i tuoi dipendenti nell’ignoranza, né essere ‘orgoglioso’ di Marìa, la tua cuoca da vent’anni, a cyi neghi l’accesso ad una casa sua, alla scolarizzazione e al piano sanitario.

 

Se sei della classe media, preparati a conoscere il purgatorio. Anche se Cuba non è più una società statale, la burocrazia persiste, bisogna aver pazienza nelle code al mercato, molti prodotti disponibili questo mese possono non esserlo più il prossimo  a causa dell’incostanza delle importazioni.

 

Ma se sei un operaio, povero, senza casa o senza terra (come la maggioranza della gente in America Latina), preparati a conoscere il paradiso. La Rivoluzione garantirà i tuoi tre diritti umani fondamentali: l’alimentazione, la salute e l’educazione, così come la casa e il lavoro.

 

Forse avrai un grande appetito perché non potrai mangiare quello che ti piace, ma non avrai mai fame. La tua famiglia disporrà di educazione e assistenza sanitaria, compresa la chirurgia complessa, totalmente gratuite, come dovere dello Stato e diritto del cittadino.

 

Non vi è nulla di più prostituito del linguaggio. La celebre democrazia nata in Grecia ha i suoi meriti ma è bene ricordare che, a quel tempo, Atene  aveva 20 mila abitanti che vivevano del lavoro di 400 mila schiavi…. Cosa risponderebbe uno di quelle migliaia di servi se gli si chiedesse cosa pensa delle virtù della democrazia?

 

Non desidero per il futuro di Cuba il presente del Brasile, della Colombia, dell’Honduras e nemmeno quello di Portorico, una colonia statunitense a cui è stata negata l’indipendenza. E nemmeno voglio che Cuba invada gli Stati Uniti e occupi la zona costiera della California, come è il caso di Guantanamo, che si è trasformata in un centro di tortura e in una prigione illegale per presunti terroristi..

 

La democrazia, per me, significa “Padre Nostro” – l’autorità legittimata per volontà popolare – e il “Nostro Pane” la condivisione dei frutti della natura e del lavoro umano. La rotazione elettorale non fa, né assicura, una democrazia. Brasile e India, considerate democrazie, sono esempi evidenti di miseria, povertà, esclusione, oppressione e sofferenza.

 

Solo coloro che conoscono la realtà di Cuba prima del 1959 sanno perché Fidel contò su un tale appoggio popolare da poter portare alla vittoria la Rivoluzione.

Il paese era conosciuto con il nomignolo di “bordello dei Caraibi”. La mafia dominava le banche e il turismo (ci sono vari film su questo). Il principale quartiere dell‘Avana, ancora chiamato Vedado, aveva questo nome perché non era permesso ai neri di circolarvi….

 

Gli USA non si sono mai consolati di aver perso la Cuba sottomessa alle loro ambizioni. Per questo, poco dopo la vittoria dei guerriglieri della Sierra Maestra, cercarono di invadere l’isola con truppe mercenarie. Furono sconfitti nell’aprile 1961. L’anno dopo il presidente Kennedy decretò il blocco di Cuba, che continua ancor oggi.

 

Cuba è un’isola con poche risorse. E’ obbligata ad importare più del 60% dei prodotti essenziali del paese. Con l’inasprimento del blocco promosso da Trump (243 nuove misure, e per il momento non ritirate da Biden), e con la pandemia, che ha azzerato una delle principali fonti di risorse del paese, il turismo, la situazione interna è peggiorata.

 

I cubani hanno dovuto stringere la cinghia. Allora coloro che sono scontenti della Rivoluzione, che gravitano nell’orbita del ‘sogno americano’ hanno promosso le proteste di domenica 11 luglio – con l’aiuto ‘solidale’ della CIA, il cui capo ha appena fatto un giro nel continente, preoccupato per i risultati delle elezioni in Perù e Cile.

 

Chi spiega meglio la situazione attuale di Cuba è il suo presidente, Dìaz-Canel: “E’ cominciata la persecuzione finanziaria, economica, commerciale ed energetica. Loro ( la Casa Bianca) vogliono che si produca un’esplosione sociale interna a Cuba per chiedere “missioni umanitarie” che si traducano in invasioni e ingerenze militari.

Siamo stati onesti, siamo stati trasparenti, siamo stati chiari, e in ogni momento abbiamo spiegato alla nostra gente le complessità dell’attualità. Ricordo che più di un anno e mezzo fa, quando cominciava il secondo semestre del 2019, abbiamo dovuto spiegare che eravamo in una situazione difficile. Gli USA hanno avevano cominciato ad intensificare una serie di misure restrittive, indurimento del blocco, persecuzioni finanziarie contro il settore energetico, con l’obiettivo di strangolare la nostra economia. Questo provocherebbe il desiderato scoppio sociale di massa, per poter chiedere un intervento “umanitario” che finirebbe in un intervento militare.

Questa situazione è continuata, poi sono arrivate le 243 misure (di Trump, per indurire il blocco) che tutti conosciamo e alla fine è stato deciso di includere Cuba nella lista dei paesi patrocinatori del terrorismo.

Tutte queste restrizioni hanno portato il paese a tagliare immediatamente varie fonti di entrate di divise, come il turismo, i viaggi dei cubano-americani nel nostro paese e le rimesse. E’ stato attuato un piano di diffamazione delle brigate mediche cubane e delle collaborazioni solidali di Cuba, che ha ricevuto una parte importante di divise per questa collaborazioni.

 

L’insieme di questi elementi ha generato una situazione di carenza nel paese, principalmente di alimenti, medicine, materie prime e materiali per poter sviluppare i nostri processi economici e produttivi che, allo stesso tempo, contribuiscono alle esportazioni. Si eliminano due elementi importanti: la capacità di esportare e la capacità di investire risorse.

Abbiamo anche limitazioni per i combustibili e i pezzi di ricambio, e tutto ciò ha provocato un livello di insoddisfazione, sommato a problemi accumulati che siamo riusciti a risolvere e che venivano dal Periodo Speciale (1990-1995, quando l’Unione Sovietica crollò, con un grosso riflesso sull’economia cubana).

C’è da aggiungere una feroce campagna mediatica di diffamazione, come parte della ‘guerra non convenzionale’, che cerca di spezzare l’unità tra il partito, lo Stato e il popolo, e pretende di giudicare il governo come insufficiente e incapace di produrre benessere per il popolo cubano.

 

L’esempio della Rivoluzione cubana ha disturbato molto gli USA per 60 anni. Hanno applicato un blocco ingiusto, criminale e crudele, ora intensificato durante la pandemia. Blocco e azioni restrittive che mai hanno attuato contro alcun altro paese, neppure quelli che considerano i loro principali nemici.

Quindi si è trattato di una politica perversa contro una piccola isola che aspira solo a  difendere la sua indipendenza, la sua sovranità e a costruire la sua società con autodeterminazione, secondo i principi che più dell’86 per cento della popolazione ha appoggiato.

 

Nel bel mezzo di questa situazione appare la pandemia, una pandemia che ha colpito non solo Cuba ma tutto il mondo, USA compresi. Ha colpito i paesi ricchi, e bisogna dire  che a fronte di questa pandemia né gli USA né questi paesi ricchi avevano tutte le capacità per affrontare i suoi effetti.

I poveri sono stati colpiti perché non ci sono politiche pubbliche dirette al popolo, e ci sono indicatori in relazione a come si è affrontata la pandemia che mostrano risultati peggiori di quelli di Cuba in molti casi.

 

I tassi di infezione e di mortalità per milione di abitanti sono considerevolmente più alti negli Stati Uniti che a Cuba (gli USA hanno registrato 1.724 morti per milione, mentre Cuba sta a 47 per milione). Mentre gli USA si sono trincerati dietro al nazionalismo vaccinale, la Brigata Henry Reeves dei medici cubani continua il suo lavoro tra i più poveri del mondo (cosa per cui, naturalmente, merita il Premio Nobel per la Pace).

 

Senza la possibilità di invadere Cuba con successo, gli USA continuano a imporre un rigido blocco. Dopo la caduta dell’URSS, che forniva a questa isola forme di aggiramento del blocco, gli USA hanno cercato di aumentare il loro controllo sul paese caraibico.

A partire dal 1992 l’Assemblea Generale dell’ONU ha votato, con schiacciante maggioranza, la fine di questo blocco. Il governo cubano  ha reso noto che tra l’aprile 2019 e il marzo 2020 Cuba ha perso 5.000 milioni di dollari in potenziale commercio a causa del blocco; negli ultimi quasi 6 decenni ha perso l’equivalente di 144 mila milioni di dollari.

Ora il governo degli USA ha approfondito le sanzioni contro le compagnie di navigazione che portano petrolio all’isola.

 

E’ questa fragilità che scopre il fianco alle manifestazioni di scontento, senza che il governo abbia schierato né carri armati né truppe nelle strade. La resistenza del popolo cubano, alimentata da esempi come quello di Martì, del Che Guevara e di Fidel, ha dimostrato di essere invincibile.

E dobbiamo, tutti noi che lottiamo per un mondo più giusto, solidarizzare con esso.

 

(*) Teologo, scrittore  e politico brasiliano, esponente della Teologia della Liberazione e per questo imprigionato e torturato nel 1969 dalla dittatura (il ‘regime dei Gorillas’).

 

Traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S. Giovanni

ven

16

lug

2021

con Cuba contro l'imperialismo

Cuba. "Ora basta"

di Gianni Minà -giannimina.it; 14.7.2021

 

Sessant’anni e 12 presidenti fa, scattava l’embargo nordamericano a Cuba. Obama, nel dicembre 2014, dichiarò: “Abbiamo fallito, non abbiamo piegato Cuba. E’ ora di cambiare”.

I cubani avevano dimostrato, in tutti questi anni, dopo aggressioni subite, contrarietà e sacrifici, di voler rimanere fedeli ai loro ideali di indipendenza e giustizia sociale, secondo un modello economico socialista. Cuba non solo non è collassata, ma ha dimostrato come l’embargo economico a un popolo è una delle forme di pressione “diplomatica” tra le più crudeli mai conosciute.

Cuba è sopravvissuta sia al fallimento del socialismo reale, sia a quello del neoliberismo reale, le cui storture, la miseria, la violenza sono state risparmiate a questo popolo, nonostante le difficoltà oggettive di chi vive sempre più asserragliato e praticamente alla fame.

I cubani in tutto questo tempo hanno dimostrato che non hanno vissuto in un “gulag tropicale” come i media hanno sempre voluto descrivere questa piccola isola in maniera capziosa: non si sopravvive alla crudezza del periodo speciale, con turisti che vanno e vengono, senza un consenso di massa che non è basato sulla repressione.

Né gli Usa hanno mai voluto riconoscere la Rivoluzione e il suo corso storico.

La diplomazia nordamericana è costruita anche di termini usati come bastoni: per loro dittatura è tutto ciò che è diverso dalla loro ideologia neoliberale, il concetto guevariano dell’hombre nuevo, dell’uomo al centro, una forma diversa dello Stato e soprattutto il concetto di democrazia e di autodeterminazione sono quasi spazzate via dall’odio verso tutto ciò che “puzza” di comunismo.

Gli Stati Uniti hanno sempre tentato di gettare fango sulla reputazione di questa piccola Isola che non ha nessuna ricchezza, né materie prime su cui fare affidamento, ma solo la potenza della propria cultura e delle proprie idee: un prestigio “morale” che tutte le nazioni povere, tutti i popoli del Terzo Mondo riconoscono a Cuba.

Nel 1998, grazie anche all’aiuto di un terzo attore, il Vaticano, Karol Wojtyla aveva aperto Cuba al mondo (“e il mondo si apra a Cuba” come disse papa Giovanni Paolo II in un suo discorso storico), Joseph Ratzinger aveva messo fine al conflitto tra Santa Sede e Cuba e ultimamente Papa Francesco (che, con la confidenza di un amico, aveva chiesto a un Fidel anziano, di pregare per lui) aveva dato una spinta potente per farci tutti sperare, finalmente, in un miglioramento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, con il Presidente Obama che aveva deciso di ripristinare le relazioni diplomatiche interrotte dal ’61.

Ma se Obama aveva teso una mano a Cuba, Trump prima e Biden ora, hanno usato e usano la loro politica destabilizzante per strangolare definitivamente questa piccola nazione. Obama all’epoca aveva comunque chiarito che non si stavano cambiando gli obiettivi che regolano la politica estera nordamericana, basata sul suo modello di democrazia, ideale per il mondo intero e fondata sulla ideologia neoliberista. Semplicemente confermava “un cambiamento di metodo nell’approccio”. Oggi sta davanti agli occhi di tutti il metodo degli ultimi due presidenti: l’aggravamento del blocco economico e l’incitamento ai disordini tramite i social network.

Se Obama, nel discorso sullo Stato dell’Unione, affermava l’esigenza di “mettere fine a una strategia che doveva terminare da tempo” chiedendo “la fine di mezzo secolo di politica fallimentare nei riguardi del cortile di casa” oggi, in tempo di pandemia che ha messo in ginocchio tutto il mondo, Trump ha inserito circa 240 restrizioni in più su quella che è la legge più iniqua, dopo la Legge Torricelli, la Legge Helms-Barton.

Nel 1992 Bush padre, con la Legge Torricelli, non solo aveva inasprito il blocco economico dando vita a uno dei periodi più bui di Cuba, il “periodo speciale”, ma per la prima volta aveva violato il diritto internazionale. Ogni legge promulgata in qualsiasi paese, infatti, non può essere applicata fuori dai propri confini; la legge Torricelli invece è estesa a tutti i paesi del mondo, per cui, ad esempio, se una qualsiasi nave entra nei porti cubani, è vietato entrare negli Stati Uniti nei 6 mesi successivi. In questo modo le compagnie di navigazione preferiscono non commerciare con Cuba e Cuba, che è un’isola, deve pagare a caro prezzo far consegnare le merci sulla sua terra. Questa legge prevede sanzioni anche verso chi fornisce assistenza ai cubani: se un paese dà 100 milioni a Cuba, gli Usa riducono di 100 milioni gli eventuali aiuti a questo paese[1].

Nel 1996 Clinton adottò la Legge Helms-Burton che oltre ad essere extraterritoriale è pure retroattiva. Anche questo è vietato dal diritto internazionale.

Nel 2004 il sadico Bush figlio, con la sua “Commissione assistenza per una Cuba Libera” aveva imposto ai cittadini cubani residenti negli Usa il rimpatrio solo per 2 settimane ogni 3 anni, provando però che fosse un parente stretto di una famiglia residente a Cuba. Aveva ridotto a 100 dollari la rimessa mensile; se però i parenti erano iscritti al partito comunista, l’importo si riduceva a zero.

Nel 2006, poi, le restrizioni si erano aggravate, le aziende dovevano scegliere: o si commercia con Cuba o con gli Stati Uniti. Per commerciare con gli Stati Uniti bisognava (e bisogna) dimostrare che i prodotti venduti non contengano nulla di origine cubana; addirittura, il consumo di prodotti cubani per i cittadini statunitensi fa rischiare loro sanzioni e/o 10 anni di galera.

Oggi le 240 misure contro Cuba imposte dall’amministrazione Trump pesano come una pietra tombale ed hanno l’unico obiettivo di strozzare economicamente il Paese, sovvertire l’ordine interno, creare una situazione di ingovernabilità e rovesciare la Rivoluzione.

Parte di queste sanzioni riguardano il Titolo III della Legge Helms-Burton che permette ai cittadini americani, o cubani divenuti poi americani, di fare causa a compagnie accusate di «trafficare» con le proprietà confiscate dal governo cubano. La decisione di consentire azioni legali nei tribunali statunitensi ha un impatto negativo sulle prospettive di attrazione di investimenti esteri, che si aggiunge agli ostacoli già esistenti a causa del quadro normativo del blocco. Finora ci sono 28 procedimenti legali avviati nei tribunali statunitensi. Il collega Da Rin sul Sole 24 Ore elenca alcuni casi paradossali. [2]

Riguardo ai viaggi, la creazione dell’elenco degli alloggi vietati a Cuba, che comprende 422 hotel e case in affitto, ha scoraggiato i turisti. Sono stati anche cancellati i voli regolari e charter per l’intero Paese, ad eccezione dell’Avana, le cui frequenze sono state anch’esse limitate. In questi 240 “aggiustamenti” è compresa la decisione di limitare l’importo delle rimesse a mille dollari al trimestre, la sospensione delle rimesse non familiari e il divieto di inviare denaro da paesi terzi attraverso Western Union, hanno imposto ulteriori limitazioni al reddito di molti cubani.  Ed anche la creazione da parte del Dipartimento di Stato dell’”Elenco delle entità soggette a restrizioni cubane”, con la quale alle persone soggette alla giurisdizione statunitense è vietato condurre transazioni finanziarie dirette. Le società incluse nell’elenco sono 231. In questo settore, è sorta la decisione di non rinnovare la licenza di attività a Cuba della compagnia alberghiera Marriott International, al fine di seminare un clima di incertezza nella comunità imprenditoriale. Durante l’amministrazione Trump ha avuto luogo una meticolosa persecuzione delle operazioni bancarie-finanziarie di Cuba e un notevole aumento delle segnalazioni di chiusura di conti bancari, negazione delle transazioni e altri ostacoli incontrati dalle rappresentanze diplomatiche e commerciali all’estero. Parallelamente alla strategia contro il Venezuela e con il pretesto della presunta ingerenza di Cuba in quel paese, sono state adottate misure contro navi, compagnie di navigazione, compagnie di assicurazione e riassicurazione legate al trasporto di carburanti. Solo nel 2019 sono state penalizzate 53 navi e 27 compagnie. Notevoli anche le pressioni contro i governi che registrano o segnalano le navi. Infine, l’11 gennaio di quest’anno Cuba è stata inserita nell’elenco degli Stati che sponsorizzano il terrorismo; tre giorni dopo figura nell’elenco degli Avversari Esteri del Dipartimento del Commercio, in virtù di un ordine esecutivo firmato da Trump.

Per quanto riguarda la sanità, gli Stati Uniti hanno spinto per la fine degli accordi con diversi paesi e hanno aumentato la pressione sulle organizzazioni multilaterali. Questa politica iper-aggressiva si traduce nell’assurda situazione in cui questa Isola dei Caraibi ha creato più di un vaccino contro il Covid, ma non può vaccinare la popolazione perché non ha le siringhe necessarie (o, ad esempio, gli elettrodi pregellati o i cateteri cardiaci pediatrici o il banale gel per le ecografie) perché non c’è nessuna azienda disposta a rischiare uno stop commerciale di sei mesi per venderle a Cuba. Noi italiani, i medici cubani della brigata Henry Reeve (voluta da Fidel Castro nel 2005 per le emergenze e le epidemie, soprattutto di ebola, in Africa) nel momento più tragico della pandemia li abbiamo conosciuti: sono venuti a Crema, ad aiutare nell’ospedale da campo e se ne sono andati a epidemia rientrata. Ma il contrasto tra la storica narrazione su Cuba e l’umanità di queste persone che hanno aderito alla nostra richiesta di aiuto in un momento terribile per il nostro Paese, è stato troppo scandaloso per alcuni: ultimamente alcuni dei nostri media mainstream hanno sporcato di fango anche loro, scambiando il lavoro solidale come una forma di schiavitù, sostenendo che sono stati obbligati dal regime cubano a lavorare gratis o sottopagati.  Sto aspettando con ansia la ribellione di tutti i volontari e operatori di pace che, per un proprio ideale religioso o politico, portano avanti un progetto di vita solidale.

Eppure, il Parlamento Europeo, stritolato da tempo tra gli interessi Usa e il nuovo, rampante capitalismo cinese, ha pensato bene di approvare un progetto di risoluzione intitolato “Sui diritti umani e la situazione politica a Cuba” che indica anche questo aspetto sul lavoro dei medici cubani, presentato da Vox (Spagna), Fratelli d’Italia e HSP-AS (Croazia), dal gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, dal PiS polacco, dal Partito Popolare spagnolo (PP), dall’alleanza liberale Renew Europe, a cui appartiene anche la FDP tedesca e dall’Osservatorio cubano dei diritti umani, una delle tante organizzazioni controrivoluzionarie finanziate dai contribuenti statunitensi. L’Osservatorio cubano dei diritti umani, infatti, ha ricevuto dalla NED (National Endowment for Democracy) nel 2017 più di 120mila dollari per le sue azioni sovversive contro il governo cubano.

Ultimamente, nel panorama internazionale, stiamo assistendo all’aumento di una certa confusione informativa proveniente da realtà non governative. Nella rivista “Latinoamerica e tutti i Sud del mondo” di cui sono stato direttore ed editore dal 2000 al 2015, avevo spiegato con molta preoccupazione il caso di Reporter sains frontieres nei confronti di Cuba, il cui direttore, Robert Menard, nel 2008, si dimise per andare nelle fila del Front National di Le Pen.

La risoluzione, poi, è passata con 386 voti a favore, 236 contrari e 59 astensioni. Non è stata quindi causale questa votazione, ma una precisa posizione politica, avvallata anche dall’Italia, con la votazione contraria, il 26 marzo scorso, assieme ad altri 14 paesi, contro la risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sulle “ripercussioni negative delle sanzioni economiche nel godimento dei diritti umani che esorta gli Stati ad eliminare, interrompere l’adozione, il mantenimento o l’applicazione di sanzioni verso altri paesi”. Il blocco economico, però, è una sanzione applicata dagli Stati Uniti contro Cuba; votando contro la sospensione delle sanzioni la Comunità Europea conferma la necessità del blocco quale forma di pressione verso il governo cubano.

Super efficienti quindi per quanto riguarda la situazione “dei diritti umani a Cuba”, ma sordi e duri di cuore ai continui richiami del nostro Paese e di ong sui diritti umani calpestati  dei migranti che solcano il Mediterraneo per avere una speranza di vita, in balia di scafisti senza scrupoli e trovando spesso la morte ad accoglierli. Ma la comunità Europea, ultimamente, sta vivendo momenti di forte imbarazzo, perché il loro ambasciatore all’Avana, Borrell, in una intervista, non se l’è proprio sentita di considerare Cuba una dittatura. Rumori di straccio di vesti da Bruxelles, ma senso della vergogna, zero.

A proposito, la ormai storica generosità degli abitanti di Lampedusa, che da anni accolgono i vivi e i morti che il mare sputa quasi ogni giorno, come la vogliamo considerare? Sfruttamento? Lavoro mal retribuito? Schiavitù? Alla coscienza di ognuno la risposta. So solamente che quindici anni fa scrivevo una facile profezia sul mare di gente disperata che ci avrebbe sommerso, stretta tra una morsa di guerre “portatrici di democrazia” e sfruttamento atavico del loro territorio.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo, su Cuba, alla tempesta perfetta: un grosso focolaio di covid 19 scoppiato a Matanzas (il governo ha inviato due brigate di 60 medici per alleggerire gli ospedali quasi al collasso); la quotidianità resa sempre più difficile, quasi impossibile per la difficoltà a reperire beni di prima necessità, ma anche per via dei trasporti, diradati perchè la benzina scarseggia da tempo; l’aggressività della disinformazione che parte da Miami e si ingigantisce sui social network, proteste fatte passare per “assalto al regime castrista”,  false notizie sull’ipotetico appoggio degli artisti più prestigiosi. La musica unisce, la musica divide, pare. Buena Fe, insieme a un folto gruppo di artisti, ha confermato la sua posizione e appartenenza di sinistra davanti alle telecamere della televisione cubana. Il cantante, che gode della simpatia di milioni di followers dentro e fuori l’Isola, ha rimarcato: “Questo Paese va difeso per convinzione. Guai a chi sbaglia e crede che tutti noi che difendiamo la Rivoluzione siamo degli stronzi. Attenzione a questo! (…) Qui ci sono tante persone che si sono suicidate per questo Paese, la nostra stessa famiglia. Quello stesso sangue è lì. Non tradite quel sangue”.Di contro, due rapper, residenti nell’Isola, Maykel Osorbo e El Funky insieme ad altri musicisti che vivono a Miami, hanno prodotto la canzone “Patria y vida” (parafrasando “Patria o muerte” di Fidel) ottenendo milioni di visualizzazioni. Alcuni di loro appartengono al Movimiento San Isidro, la cui protesta aveva fatto immediatamente il giro dei media. Il Dipartimento di Stato degli USA aveva immediatamente supportato il Movimento sostenendo la necessità di rafforzare “la capacità dei gruppi indipendenti della società civile a Cuba di promuovere i diritti civili e politici nell’isola” e aveva condannato “la responsabilità dei funzionari cubani nelle violazioni dei diritti umani”. Una metodologia già trita e ritrita nel corso della vita politica cubana. Anayansi Castellón Jiménez, a capo del Dipartimento di Filosofia dell’Università Centrale “Marta Abreu” di Las Villas, contestualizza in una intervista a Cubadebate[3]: “Esiste una sorta di manuale delle operazioni psicologiche delle agenzie militari e di intelligence degli Stati Uniti, lo abbiamo visto più volte in Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Argentina e Brasile, nell’ambito del laboratorio sperimentale permanente dell’imperialismo, che usa la stessa formula per generare i pretesti che permettono loro di attivare più sanzioni e persino di giustificare le loro avventure di guerra. Creano il problema e promettono una soluzione che porta ad una maggiore sofferenza i nostri popoli”.La disinformazione su Cuba è sempre esistita, l’arma potente usata dagli Stati Uniti, maestri nella fabbrica dell’informazione e che ora ha all’attivo i mezzi tecnologici sempre più sofisticati, dove è molto difficile verificare i limiti tra verità e finzione.

Difficile, ma non impossibile, anche se in questo momento si bada più alla rapidità, alla immediatezza piuttosto che alla verifica dei contenuti. I social media vogliono apparire neutri, grandi piattaforme “democratiche” a cui tutti possono accedere, ma in realtà sono portatori essi stessi di una determinata ideologia, quella della razza padrona. E’ ormai un dato di fatto cosa sta avvenendo attorno a Facebook, già responsabile dello scandalo delle fake news durante la campagna elettorale Trump-Clinton e dichiarata responsabile, secondo le Nazioni Unite, Reuters e New York Times, del genocidio dei Rohingya, in Myanmar. E’ una vera e propria nuova guerra, anzi, una no linear war, come l’aveva definita Vladislav Surkov, uno dei più stretti collaboratori di Putin, fatta manovrando i media tradizionali e i social network: un’azione mirata anche attraverso le fake news, tesa alla scomposizione dei conflitti. Si sfocano volutamente i punti di riferimento e una certa narrazione di fronte alle opinioni pubbliche, ai media e ai decisori politici. Tutto si gioca su un incessante lavoro di reputazione e immagine degli altri. Cuba (ma anche altri paesi non allineati) è inserita in questa no linear war da parecchio tempo, cambiano i mezzi, ma la tecnica è sempre la stessa. E’ insomma una guerra comoda: si risparmia sul costo degli armamenti e sulle vittime militari e non si rischia la condanna della opinione pubblica internazionale. Quello che sta succedendo a Cuba, inoltre, si deve vedere in un’ottica più globale: dalle elezioni in Ecuador turbate dalle fake news intorno al candidato correista, alle irregolarità per decretare la vittoria di Luis Arce in Bolivia; stessa situazione in Perù con Pedro Castillo, la demonizzazione continuata di Nicolas Maduro, presidente venezuelano, i tentativi di impedire la candidatura di Lula in Brasile, sono il frutto marcio di una politica che gli Stati Uniti hanno sempre avuto per il loro “cortile di casa”.

Il 23 giugno scorso, l’Onu approva, quasi all’unanimità, la risoluzione per la fine dell’embargo a Cuba, che ha provocato da varie decadi, sofferenze e danni incalcolabili. Unici due astenuti: Stati Uniti e Israele. Obama, nel 2016, aveva scelto l’astensione, ma con Trump prima e ora con Biden, si è ritornati al voto contrario.

Oggi stiamo assistendo a un Golia che, non contento della sua violenza usata contro chi non può e non vuole rispondere alle provocazioni, blocca le braccia a Davide per colpirlo meglio e di più.

E’ una situazione inaccettabile e pericolosa: oggi tocca a Cuba, domani potrebbe toccare, per interessi di ogni tipo, a qualunque Paese si discosti dal pensiero corale.

E’ una situazione inaccettabile per un Paese come Cuba, che è portatore di un sistema unico nel panorama politico mondiale, a cui ha aderito il suo popolo.

E’ una situazione così inaccettabile che mi è impossibile voltare la faccia da un’altra parte, come uomo e come giornalista.

Vorrei infine, segnalarvi l’operato dell’Associazione Amicizia Italia Cuba, che da decenni aiuta questa piccola Isola. In questi giorni si sta prodigando alla raccolta fondi per comprare 10milioni di siringhe per la vaccinazione del popolo cubano. Servono 800mila euro da destinarsi al Ministero della Salute Pubblica di Cuba [4].

Dobbiamo aiutarli, per aiutarci a restare umani.

 

[1] https://www.agenziainterscambiocuba.org/contesto-politico-embargo-ieri-e-oggi/

[2]https://www.ilsole24ore.com/art/cuba-stop-disgelo-usa-trump-tornano-all-embargo-ABhqWitB?refresh_ce=1

[3] http://www.cubadebate.cu/especiales/2020/12/10/la-verdad-siempre-es-revolucionaria-arte-libertad-de-expresion-y-dialogo-dentro-del-socialismo/?fbclid=IwAR3D91qYMTqruMqnBC3yuW9ieXS9ZJoYnmeM-DSa1mNmktFWXtcIM6m2y1Y

[4] https://www.facebook.com/associazione.italiacuba/photos/a.404439848798/10159601446153799/

 

mer

14

lug

2021

CON CUBA CONTRO L'IMPERIALISMO

mar

13

lug

2021

CON CUBA SOCIALISTA CONTRO L’IMPERIAISMO USA

CON CUBA SOCIALISTA CONTRO L’IMPERIAISMO USA

 W CUBA CHE  RESISTE

“Nos aprietan la soga al cuello y nos critican porque no respiramos.”

CI STRINGONO LA CORDA AL COLLO E CI CRITICANO PERCHÉ NON RESPIRIAMO

- Fidel Castro Ruz

 

Da 60 anni in un criminale blocco economico attuato dagli Stati Uniti provoca sofferenza, a bambini, donne, anziani e a tutto il popolo cubano e oggi con la pandemia da Covid-19, Cuba non può approvvigionarsi dei beni essenziali attraverso i normali canali commerciali: medicinali, alimenti, strumenti sanitari, ecc.

Nonostante le difficoltà sempre crescenti Cuba mantiene alti i suoi livelli di attenzione sanitaria e di equa distribuzione delle risorse; raggiunge traguardi impensabili in molti paese, come lo sviluppo di propri vaccini per combattere la pandemia e garantire la protezione del proprio popolo e di tutti i popoli dei paesi poveri, con la garanzia dell’indipendenza dal monopolio delle Big Pharma. E questo è possibile solo grazie al suo sistema socialista, scelto dalla stragrande maggioranza della popolazione.

Approfittando delle difficoltà dovute alla pandemia il governo degli Stati Uniti del “democratico” Presidente Joe Biden, come hanno tentato invano i suoi predecessori, cerca di destabilizzazione il governo cubano pagando mercenari che sfruttano le difficoltà della popolazione per inscenare proteste.

I mercenari a capo delle proteste urlano “patria e vita” ma quello che cercano è la benevolenza dei loro padroni USA e riportare i cubani indietro dalla storia. Vogliono una Cuba serva dell’imperialismo, una “patria venduta” e una vita da schiavi per la maggioranza dei proletari e della popolazione cubana.

 

Il governo cubano e il partito comunista cubano hanno chiamato il popolo a difendere la rivoluzione socialista. “L’ordine di combattere è stato dato, che tutti i rivoluzionari scendano in piazza” … e il popolo cubano è sceso veramente in massa a difendere il governo socialista e le conquiste della rivoluzione dimostrando che le strade e le piazze di Cuba appartengono ai rivoluzionari.

 

 

 

GIU’ LE MANI DA CUBA! SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA A CUBA SOCIALISTA E CHI LOTTA CONTRO L’IMPERIALISMO

ven

09

lug

2021

INTERESSE PRIVATO E COLLETTIVO

INTERESSE PRIVATO E COLLETTIVO

Miseria e ricchezza nel mondo e in Italia. I ricchi sempre più ricchi, nonostante (o con) la pandemia. 

Nel 2020, nonostante la crisi economica e la pandemia, i super ricchi sono aumentati del 6,3 per cento e il loro patrimonio del 7,6 per cento a circa 80mila miliardi di dollari. In Italia i paperoni sono aumentati del 9,2 per cento.

 

Durante la pandemia si è evidenziata ancora di più la contraddizione tra l'interesse privato e quello collettivo.

 

I 10 uomini più ricchi del mondo hanno aumentato la loro ricchezza di 540 miliardi di dollari dall'inizio della pandemia: "Si tratta di una somma che sarebbe più che sufficiente a pagare il vaccino per tutti gli abitanti del pianeta e ad assicurare che nessuno cada in povertà a causa del virus". L'organizzazione Oxfam, in un rapporto su 'Il virus della diseguaglianza', ha scritto che tra marzo e dicembre 2020 mentre la pandemia innescava la più grave crisi occupazionale degli ultimi 90 anni, lasciando centinaia di milioni di persone disoccupate o sottooccupate, il valore netto del patrimonio di Jeff Bezos è aumentato di 78,2 miliardi di dollari, con un patrimonio netto di 211 miliardi di dollari, mentre in Italia la ricchezza di 36 miliardari italiani è aumentata di oltre 45,7 miliardi di euro.

 

Il virus del capitalismo, delle multinazionali imperialiste ha acuito le disuguaglianze economiche e sociali, razziali e di genere preesistenti. Il sistema capitalista/imperialista al servizio della borghesia e di una minoranza di miliardari ha continuato ad accumulare ricchezza nel corso della più grave crisi dai tempi della Grande Depressione, mentre miliardi di persone sono stati spinti sull'orlo della povertà, a patire la fame, la sete e le malattie senza cure.

Con la ripresa dei mercati azionari le fortune dei miliardari hanno raggiunto i massimi storici: a dicembre 2020 la loro ricchezza totale aveva raggiunto gli 11.950 miliardi di dollari, l'equivalente delle risorse stanziate da tutti i Paesi del G20 per rispondere agli effetti della pandemia.

Secondo un’analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), la crisi del mercato del lavoro innescata dalla pandemia di COVID-19 è lungi dall’essere finita e le perdite occupazionali non verranno recuperate almeno fino al 2023. Di conseguenza, il numero di disoccupati dovrebbe raggiungere i 205 milioni di persone nel 2022, superando ampiamente il livello di 187 milioni nel 2019.

 

Come dimostra il peggioramento continuo della condizione della classe proletaria, gli appelli alla "coesione sociale", “all’unità nazionale” di chi sostiene che “siamo tutti nella stessa barca", sono funzionali solo agli interessi dei grandi capitalisti, della finanza, dei boiardi di Stato e i loro lacche. Non è un caso che governo, partiti e sindacati confederali che riconoscono come legittimo il profitto al pari dei padroni, litigano su come spartirsi i soldi del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR), noto anche con il nome di Recovery plan, cercando di soddisfare e difendere gli interessi degli strati di classe che rappresentano.

 

La crisi non colpisce tutti allo stesso modo: mentre i salari operai diminuiscono, la povertà aumenta, la disoccupazione cresce e peggiorerà ulteriormente con lo sblocco dei licenziamenti, i morti sul lavoro e le stragi del profitto sono ormai diventati la “normalità”, i capitalisti che continuano ad arricchirsi. Diminuiscono i salari dei lavoratori, ma aumentano quelli dei grandi dirigenti e manager e dei loro padroni. Ci sono imprese che falliscono e chiudono, e altre come le industrie farmaceutiche che aumentano smisuratamente i loro profitti.

Il sistema capitalista e la proprietà privata dei mezzi di produzione in mano alla classe borghese continuano a generare e mantenere la classe operaia nella posizione di schiavi salariati e i borghesi sfruttatori come padroni, a creare miseria e povertà per i proletari, e ricchezza di cui si appropriano i borghesi.

 

Il profitto è l'unico dio, adorato e ricercato dai capitalisti e dai borghesi di tutto il mondo, atei o religiosi di qualunque nazionalità siano. Anche la piccola e media borghesia che ha fatto soldi negli anni scorsi, dopo aver praticato e teorizzato la deregolamentazione oggi invoca l'intervento dello Stato chiedendo aiuti economici e interventi per regolare il mercato.

 

Le diseguaglianze prodotte dal capitalismo, come tutti i mali che colpiscono gli sfruttati, risiedono nella proprietà privata dei mezzi di produzione. Le guerre, la miseria, la fame e la ricchezza sono generate dalla ricerca del massimo profitto e possono essere sconfitte solo distruggendo dalle fondamenta negando e abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e il sistema economico, politico e sociale che la difende.

 

Solo in un sistema socialista dove il potere sia nelle mani della classe operaia, dei proletari, un sistema dove lo sfruttamento sia considerato un crimine contro l'umanità, dove si lavori e si produca per soddisfare i bisogni degli esseri umani e non per il profitto, è possibile marciare verso il futuro, in armonia con tutti gli esseri umani abitanti del pianeta e con la natura.

 

 

dom

04

lug

2021

Comitato Contro La Guerra Milano DOMENICA 4 LUGLIO 2021 ALLE ORE 18.00 IN LARGO DONEGANI A MILANO

Comitato Contro La Guerra Milano

 

DOMENICA 4 LUGLIO 2021 ALLE ORE 18.00 IN LARGO DONEGANI A MILANO

 

APPELLO DEL COMITATO CONTRO LA GUERRA MILANO

SIAMO CITTADINI AMANTI DELLA PACE. SPESSO I MEZZI DI COMUNICAZIONE CI NASCONDONO LA VERITÀ.

Questo appello nasce da una volontà di mobilitazione contro la politica di aggressione, condotta dagli USA e dalla NATO con l’Unione Europea, che ha già provocato una violenta rottura degli equilibri in tutto il mondo: Medio Oriente, Africa, Sudamerica, Europa ed in Estremo Oriente.

Proprio Washington, i Paesi della NATO e l’Unione Europea, quelli che si arrogano il diritto di “esportare la democrazia” e difendere i diritti umani, arrivano al punto di bloccare l’arrivo dei vaccini in Venezuela, dopo che sono stati regolarmente pagati da Caracas al sistema internazionale COVAX; cercano da decenni di strangolare una piccola ma valorosa isola come Cuba attraverso il bloqueo; non dicono una parola su quello che è ormai noto come l’apartheid contro i palestinesi, esercitato con continue violazioni israeliane di risoluzioni ONU; sono rimasti a guardare il golpe in Bolivia, poco più di un anno fa. Oggi i boliviani hanno rimesso a posto le cose.

IL GIORNALISMO OGGI HA NUOVAMENTE INDOSSATO L’ELMETTO

Il colpevole silenzio della stampa ha tenuto nascosto che, in più occasioni, si sia sfiorato lo scoppio di una guerra devastante tra la NATO e la Federazione Russa. Col pretesto che la Russia non rispetti gli “standard” in materia di diritti civili, Washington e Bruxelles hanno votato per le sanzioni contro Mosca, le quali si stanno ritorcendo contro i lavoratori italiani ed europei, proprio in un momento nel quale i lavoratori stanno già pagando cara la pandemia. Le “esercitazioni militari” fatte ai confini della Russia, i tentativi di destabilizzazione della Bielorussia, la guerra in Donbass, quella in Siria, stanno portando il mondo su una strada molto pericolosa, così come le “esercitazioni” nel Mar Cinese appartengono anch’esse al repertorio delle provocazioni poste in essere dagli USA.

Questa politica ferocemente neocoloniale, condotta attraverso guerre per l’occupazione di territori ricchi di materie prime e risorse energetiche, è costata centinaia e centinaia di migliaia di morti, continuando a provocare emergenze umanitarie per milioni di profughi fuggiti dal proprio Paese.

Ci sono dei NO che aiutano a crescere, il NO alla guerra che contraddistingue i sinceri democratici si esprimerà A MILANO DINANZI AL CONSOLATO USA IN LARGO DONEGANI, DOMENICA 4 LUGLIO, A PARTIRE DALLE ORE 18.00.

È previsto che si portino le bandiere dei Paesi che sono stati aggrediti militarmente, di cui si è tentato di cancellarne la sovranità con colpi di stato o con sanzioni tese a soffocarli.

CHIAMIAMO ALLA MOBILITAZIONE PER UNA POLITICA DI PACE

CHE RISPETTI L’INDIPENDENZA E LA SOVRANITÀ DEI POPOLI

LA PRIMA VITTIMA DELLA GUERRA È LA VERITÀ.

LA GUERRA È CONTRO I LAVORATORI. NON UN SOLDO PER LA GUERRA

PER INFO E ADESIONI:

comitatocontrolaguerramilano@gmail.com

comitatocontrolaguerramilano.wordpress.com

cell. 3383899559

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E' IN CORSO L'ARRIVO DELLE ADESIONI (aggiornato al 01/07/2021):

CIP - Centro di Iniziativa Proletaria G. Tagarelli (Sesto San Giovanni)

Fronte Popolare di Liberazione del Popolo dello Sri Lanka (JVP Milano)

A. Catone, direttore della rivista MarxVentuno

Khader Tamimi, presidente della Comunità Palestinese della Lombardia

Yousef Salman, presidente della Comunità Palestinese di Roma e del Lazio

Enrico Vigna, portavoce per l'Italia del Forum di Belgrado per un Mondo di Eguali

CIVG - Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia

La Casa Rossa (Milano)

Milan en Revolución (FRI - Ecuador)

Italia-Cuba Circolo di Parma

Partito Comunista - Milano

Patria Socialista - Milano

Circolo Culturale Giordano Bruno - Milano

Colectivo Colombia Paz y Justicia Social

 

 

sab

26

giu

2021

IL 1968 ALLA PIRELLI BICOCCA DI MILANO

Dall’opuscolo il protagonismo operaio nella lotta di classe.

 

IL 1968 ALLA PIRELLI BICOCCA DI MILANO

Stasera voglio partire dalle questioni particolari, perché secondo me poi uno capisce bene anche quelle generali sentendo anche nel particolare come erano andati determinati fatti. Vorrei ricordare che io ho avuto la fortuna, secondo altri è stata una sfortuna, di entrare giovanissimo in una grande fabbrica.

La Pirelli bicocca di Milano è stata la mia università di vita. Dopo la scuola dell’avviamento professionale (corrispondente alla terza media) sono andato all’istituto professionale Piero Pirelli, la mattina studiavamo e il pomeriggio entravamo in fabbrica giravamo tutti i reparti e quindi, come tutti quelli che hanno frequentato la scuola Pirelli, conoscevo bene quasi tutti i reparti della Pirelli, bicocca Milano.

Sono entrato in fabbrica come operaio qualificato e allora eravamo circa 12.000 fra operai e lavoratori. Quando sono entrato in fabbrica, non avevo ancora 16 anni e il mio primo impatto con la fabbrica è stato per certi versi entusiasmante, per altri preoccupante, lavoravo fianco a fianco e insieme a operaie e operai, e mi sentivo parte di una comunità, ma vedevo per la prima volta anche cosa significava il comando di fabbrica. La fabbrica era come un esercito con capi, capetti e guardie pronte a intervenire con rimproveri o multe se non facevi la produzione stabilità. Dopo una settimana di lavoro ho assistito a un episodio che mi sdegnato per tutta la vita. Mentre stavo lavorando, ho visto il primo morto sul lavoro, era operaio muratore, che stava lavorando sopra il capannone, caduto dal tetto.

Quel giorno lavoravo alla trafila e l’operaio è precipitato, è caduto proprio in mezzo a noi, tra gli operai che lavoravano e ai carrelli che trasportavano il materiale. La commozione, l’emozione, la paura e la rabbia pervase gli operai, si sono fermati per prestare soccorso abbandonando le macchine su cui lavoravano. Il caporeparto chiamato dalle grida uscì subito dal suo ufficio impartendo ordini come un militare per far riprendere la produzione in attesa dell’ambulanza.

Gli operai invece si erano fermati, protestando, io stesso sono rimasto colpito perché l’operaio edile era caduto vicino a me e vedevo la scia di sangue che gli usciva dalla bocca. Io e altri ci siamo avvicinati per prestare soccorso, io avevo appena compiuto 16 anni, ero abbastanza impaurito ma mi ricordo che intorno all’operaio deceduto c’erano il caporeparto, alcuni sindacalisti della commissione interna della Cisl e della Uil che dicevano “non serve fermarsi, riprendiamo il lavoro, lo copriamo con un telo perché deve arrivare dentro il magistrato”. Mentre alcuni operai attivisti della Cgil dicevano “no noi ci fermiamo invitando i lavoratori allo sciopero”.

Questo creò nel reparto una grande discussione anche se una parte dei lavoratori, sotto le minacce dei capi, delle guardie e alcuni sindacalisti, aveva già incominciato a lavorare: fu questa la mia prima protesta, il primo di quegli atti che nella vita lasciano il segno.

 

La fabbrica era strutturata come una caserma, infatti il caporeparto sopra la camicia e la cravatta portava un grembiule nero, l’assistente la tuta marrone, l’operaio, la tuta grigia se lavorava nel settore dei cavi, bianca nel settore gomma o addetto a lavori sporchevoli, blu se era un manutentore.

Il capoturno portava un’altra tuta di diverso colore in modo che tu potessi riconoscere la gerarchia in fabbrica guardando le tute, sapevi chi era, e riconoscere l’autorità.

Un altro fatto che ha segnato molti giovani della mia generazione é accaduto dopo un anno che ero stato assunto.

Il 9 ottobre 1967 fu assassinato Che Guevara. Quando la notizia diventò di dominio pubblico in fabbrica, ricordo che i gruppi di lavoratori, generalmente iscritti al PCI, alcuni al PSI o PSIUP, facevano capannelli in mensa durante la pausa e sul marciapiede fuori dalla fabbrica denunciando il ruolo degli USA nell’assassinio del Che. Mi ricordo che alcuni lavoratori comunisti volevano protestare con delle fermate nei reparti, scontrandosi con attivisti di Cisl e Uil da una parte e con la Cgil stessa divisa perché c’erano i socialisti e i comunisti.

Il mio primo approccio in fabbrica con i sindacalisti non é stato molto positivo. I militanti sindacali delle varie sigle andavano a caccia di tessere fra tutti i nuovi assunti e facevano la gara per farti la tessera sindacale per primi e molti giovani operai, a loro insaputa, si trovavano iscritti alla Cisl e Uil senza neanche aver firmato deleghe. La direzione aziendale aveva un occhio di riguardo per la Cisl e per la Uil.

Quando sono stato assunto io, gli operai si lamentavano molto delle condizioni di lavoro e del salario. Una prima lezione che ho imparato dalle lotte in fabbrica e che il sistema di produzione capitalista, che ha come fine il massimo profitto, si ottiene dallo sfruttamento e regge sulla violenza, non ha interesse a porsi il fine della salvaguardia dell’integrità fisica e psichica dell’operaio. Nel capitalismo l’operaio è un semplice accessorio della macchina, perché il modo di produzione capitalistico non tiene conto della necessità degli esseri umani.

Il Comitato Unitario di Base (CUB) considerava come nociva l’intera organizzazione del lavoro capitalista, cioè le condizioni negli ambienti di lavoro, l’incentivo allo sfruttamento attraverso il cottimo e i premi di produzione, l’intensificazione dell’orario di lavoro e dei turni funzionali al massimo utilizzo degli impianti, cioè la teoria del padrone denominata “organizzazione scientifica del lavoro”. Per il CUB nocivo non era solo il turno di notte, più nocivo rispetto agli altri turni, ma tutte le lavorazioni a turni perché costringevano il lavoratore a cambiare il ciclo vitale della persona.

Ricordo che in documento o un volantino del 1968 il CUB affermava che “la salute non va contrattata, ne pagata con le briciole dell’indennità. Le condizioni nocive vanno abolite”. Questa posizione anni dopo fu condivisa anche da chi per molti anni aveva monetizzato, venduto e barattato la salute degli operai con accordi col padrone, cioè i sindacati confederali di CGIL-CISL-UIL.

 

Negli anni 60 ci fu il boom economico, ma non ci fu un corrispondente aumento dei salari operai. C’era una compressione salariale in tutta Italia e nel ‘68 una delle prime battaglie di alcuni gruppi di lavoratori (allora la maggioranza era iscritta alla Cgil) era contro il cottimo per l’unità dei lavoratori.  

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gio

24

giu

2021

Cuba

Cuba, memoria per gli smemorati

 

Di Fabrizio Casari;  da: altre notizie.org;  23 Giugno 2021

 

Un anno fa, i primi medici cubani venuti a prestare soccorso, lasciavano il Nord Italia. La missione era stata svolta con efficacia, restava solo una parte di quei 53 fratelli in camice bianco. Sembra passato un secolo, ormai ci si sente rientrati nella normalità, ma proprio per questo ha ancor più valore ricordare cosa successe.

Siamo oggi quasi tutti in zona bianca, ma un anno fa, di questi tempi, il mutare dei colori non era in scena. Non c’erano il bianco, il giallo, l’arancione e il rosso a decifrare l’espandersi del contagio. Il colore era la paura: la speranza di un evento che invertisse un destino amaro risultava fuori luogo, appariva come un eccesso di ottimismo. Tutta Italia era in nero, coperta da lutti sui quali un giorno, forse, sapremo di più di quel che sappiamo ora. E in mezzo a tanto dolore e a tanta incertezza, venne allo scoperto il significato dell’aggettivo “alleati”, con scene di furti di mascherine a noi destinate da parte dei nostri partners europei.

Ci fu però, Cuba. Che non si chiese se fossimo o no alleati, amici o partners commerciali. Vi fu indifferenza verso ogni altro termine e divenne predominante quello di Solidarietà. Arrivarono in Italia 53 tra medici specialisti, epidemiologi e infermieri cubani ad aiutarci nella battaglia contro un nemico insidioso, del quale conoscevamo poco e anche quel poco solo approssimativamente. Vennero in Italia gratuitamente, armati dei loro camici e della loro apparecchiatura, a rischio della loro stessa vita, ad aiutarci nel momento più duro. Non andarono a formare comitati nei ministeri, non si sedettero ai tavoli di esperti: si insediarono in Piemonte e Lombardia, negli ospedali situati al centro della tormenta Covid, dove morivano pazienti, medici, infermieri e speranze.

Arrivarono nei giorni delle immagini di processioni di mezzi militari contenenti defunti da disperdere: furono immagini che riportarono i più anziani a memorie dell’orrenda stagione della guerra, con l’aggiunta della paura per l’immediato. L’Italia era in ginocchio di fronte al dolore prima che al Covid. Non volevano nulla i cubani, non erano in cerca di null’altro che non fosse esercitare, anche in Italia, la loro missione internazionale, uno dei pilastri sui quali hanno costruito 62 anni di socialismo: stare dalla parte di chi soffre, di chi ha bisogno di aiuto. Mettere fine alle morti evitabili, quelle determinate dalla povertà e dall’ignoranza. Rendere la salute pubblica un diritto universale valido per tutti, a prescindere dalle sue conoscenze e possibilità.

Per questo li trovi in ogni dove del globo terraqueo: Africa, Asia, America Latina e Caraibi e, dal 2020, anche in Europa. Ovunque le malattie si fanno pandemie, i cubani ci sono. Che si chiamino Aids, Ebola, Meningite o Sars, quei camici bianchi non indietreggiano. Scoprono e diffondono gratuitamente vaccini e cure, benché a loro non arrivi nemmeno una aspirina. Vanno a prestare cure dove nessuno va per timore, e guariscono e formano ciò che sarebbe destinato a morte ed ignoranza.

Ci fu all’epoca chi, ammalato di atlantismo interstiziale, emise rantoli in forma di critiche, ritenendo quello cubano un aiuto di valore relativo, perché di scarso impatto complessivo. Non si chiese, ovviamente, quale era invece l’aiuto che proveniva dagli “alleati” ma discettava sugli aiuti “interessati” a suo dire. Perché? Perché gli aiuti provenivano dalla Russia, dalla Cina e da Cuba, mentre gli “alleati” non facevano nulla, a parte rubarci i dispositivi sanitari. Si assisteva insomma, un anno fa, ad una sorta di riproposizione di quanto prevedeva il filosofo di Treviri, quando vaticinava la dicotomia irrisolvibile tra socialismo e barbarie.

Nel ciarlare scomposto di funzionari politici travestiti da giornalisti, l’aiuto cinese e russo era “una tattica” per infiltrare le nostre poderose forze armate (intente a studiare come spezzare le reni ai pollai, forse) mentre l’aiuto cubano veniva liquidato come insignificante per peso e dimensione. Non si pose fortunatamente il tema dell’ipotetico interesse, ma solo perché non si poteva ignorare il curriculum straordinario dell’isola socialista in termini di solidarietà ed il rispetto e la riconoscenza che mezzo mondo gli tributa.

Nella epidemiologia Cuba è uno dei paesi più avanzati. Chi non sa dovrà informarsi su cosa ha fatto in Africa, in America Latina e negli stessi Caraibi, dove ha affrontato da sola l’esplosione del virus Ebola nella vicina Haiti sconfiggendolo come già aveva fatto in Africa. La virologia cubana è una delle aree di maggiore qualità di una sanità già straordinaria, con numeri che situano l’isola bloccata e osteggiata da 60 anni, ai primi posti del mondo per eccellenze sanitarie. C’è poco da aggrottare ciglia e sopracciglia, i dati dell’OMS e quelli della OPS lo confermano da decenni.

Questo fa Cuba: mette a disposizione di tutti il poco che ha ed il molto che sa. Questo fece in Italia.

Proprio per l’esperienza cumulata sul campo, la missione della Brigata Henry Reeve fu un gesto di solidarietà disinteressato e anche la Spagna godette della solidarietà cubana. Si deve quindi essere dotati di un cinismo particolare, di una vergognosa codardia per poter mordere la mano di chi ti aiuta, come hanno fatto i parlamentari spagnoli a Strasburgo, che hanno deciso di presentare, insieme ai loro colleghi fascisti dell’Est Europa, una mozione di censura a Cuba, dimenticando l’aiuto che ricevettero dai cubani, che si recarono volontariamente e gratuitamente nel loro Paese, che era in ginocchio di fronte al Covid.

La mozione ha visto il voto favorevole di Berlusconi e del suo sottopancia monarchico Tajani, ma stiamo parlando della periferia della decenza. Ma il voto delle Nazioni Unite che con 184 a favore e 2 contrari chiede la fine del blocco contro Cuba, fa passare in secondo piano le cialtronate del Parlamento Europeo, ormai ridotto a immondezzaio del Vecchio Continente.

L’Italia come Paese deve prendere le distanze in forma netta e chiara da questi nauseabondi rigurgiti del franchismo. Roma ha un debito d’amore e d’onore con Cuba. Che andrebbe ripagato aiutandoli con la fornitura di quanto hanno bisogno, anche affrontando le possibili rappresaglie statunitensi, magari pronti a restituirne qualcuna. Ma, soprattutto, l’Italia dovrebbe spendere il suo peso internazionale proponendo la Brigata Henry Reeve per il Nobel per la Pace. Se non altro, almeno per una volta, non andrebbe ai criminali di guerra.

Si devono quindi attivare energie e sforzi per aiutare l’isola a dotarsi di ogni strumento medicale che non sia in grado di procurarsi da sola. Arrivata alla fase tre della sperimentazione dei suoi vaccini (Soberana e Abdala) Cuba ha bisogno di essere aiutata per poter poi aiutare tutti. La UE - e Italia e Spagna in primo luogo - per una volta invece che correre dietro ai mercanti e alle spie travestiti da dissidenti, mettano mano al portafoglio e aiutino ora, qui e in concreto, Cuba.

 

Dimostrino, per una volta, che gli interessa la nazione cubana e non solo destabilizzarne il governo. Se non per voglia dovranno aiutare Cuba per obbligo morale. Perché nessuno, meno che mai chi è in debito, può eludere la legge fondamentale del consesso internazionale; quella che afferma a chiare lettere la precondizione fondamentale della solidarietà, la prima di ogni verità: amore con amor si paga.

mer

23

giu

2021

VITTORIA DI CUBA ALL'ONU

La vittoria di Cuba all’ONU: 184 a favore, 2 contro, 3 astensioni
La più grande delle Antille ha ottenuto oggi una clamorosa vittoria all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che con 184 voti a favore, 2 contrari e 3 astensioni ha approvato la risoluzione “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”.
Il mondo rifiuta ancora una volta il blocco. Le lavagne nella sala dell’Assemblea Generale hanno mostrato la schiacciante maggioranza della comunità internazionale a favore di Cuba e contro il blocco imposto dal governo degli Stati Uniti contro il nostro popolo.

sab

19

giu

2021

NON E' STATO UN INCIDENTE. ADIL E' STATO UCCISO IN NOME DEL PROFITTO

NON E’ STATO UN INCIDENTE:
ADIL E’ STATO AMMAZZATO IN NOME DEL PROFITTO!

Stamane, durante lo sciopero nazionale della Logistica Adil Belakhdim, nostro coordinatore della sede di Novara e membro del Coordinamento nazionale SI Cobas, è morto travolto da un Tir che ha forzato un picchetto davanti la LIDL di Biandrate (Novara).

Il presidio, composto da alcune decine di lavoratori, è stato investito da un autista criminale, che alla vista del presidio non ha esitato a premere l’acceleratore dell’automezzo travolgendo prima due lavoratori che a malapena sono riusciti a salvarsi e che ora sono ricoverati in ospedale, e poi schiacciando il nostro compagno, passandogli addosso e scappando.

Adil aveva 37 anni, era sposato e con due bambini piccoli, ed è stato per anni operaio della Tnt, quando aveva scelto di tornare al suo paese per avviare una attività. Le cose non andarono come erano state da lui programmate, e così era tornato da noi in Italia e si era attivato nel SI Cobas.
È lui che ha dato il suo impegno in quel di Novara per costruire quel coordinamento provinciale, lavorando quotidianamente per sviluppare il SI Cobas sul territorio novarese. I compagni di altre città hanno avuto la possibilità di sentirlo all’ultimo coordinamento nazionale svoltosi domenica scorsa a Bologna, dove ha incitato alla lotta e alla partecipazione alla manifestazione di domani a Roma.

Due anni fa, quando il SI Cobas si è incontrato in Marocco con il maggior sindacato, lui era presente con la nostra delegazione e con generosità ci aveva ospitato a casa sua.
In queste ore caotiche e strazianti risuonano ancora nelle nostre orecchie il messaggio vocale che Adil nella tarda serata di ieri ha inviato ai suoi lavoratori di Novara, nelle quali spiegava le ragioni dello sciopero nazionale di oggi e li invitava al presidio fuori a quegli stessi cancelli in cui ha incontrato la morte.

 Per quanto ancora increduli ed esterrefatti, non possiamo tacere la nostra rabbia per una tragedia che non è in alcun modo derubricabile come un semplice incidente (come alcuni organi di stampa avevano fatto passare in un primo momento), né tantomeno come la semplice opera di un folle isolato!
L’omicidio di Adil avviene infatti all’apice di una escalation di violenza organizzata contro il Si Cobas, che si trascina da mesi ed è oramai senza limiti.
Le cariche alla FedEx TNT di Piacenza, gli arresti, i fogli di via e le multe contro gli scioperi, le aggressioni armate di body guard e crumiri a San Giuliano e Lodi, passando per i raid punitivi alla Texprint di due giorni fa, sono parte di un unico disegno che vede i padroni e la criminalità organizzata (che fa giganteschi affari nella logistica) agire in maniera unita e concentrica per schiacciare con la forza e la violenza gli scioperi dei lavoratori contro il supersfruttamento e in
difesa delle conquiste strappate negli anni dal sindacalismo conflittuale, in primo luogo dal SI Cobas: una violenza che è quasi sempre spalleggiata e alimentata dalla repressione spietata condotta dalle forze dell’ordine contro gli scioperi e le lotte operaie.

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ven

18

giu

2021

CONTRO LE MORTI SUL LAVORO

mer

16

giu

2021

G7 e Covid

La promessa dei vaccini contro il Covid-19 del G/ è la farsa dell’anno

di Marc Vandepitte(*); da: rebelion.org; 15.6.2021

 

Briciole

La donazione di 1.000 milioni di vaccini può sembrare un grande gesto, ma tu sapevi che Cuba avrà prodotto per conto suo 100 milioni di dosi per la fine di quest’anno? La maggior parte di esse saranno esportate nei paesi che ne hanno bisogno.

Per inquadrare il contesto, il PIL del G7 (composto da Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Giappone, Francia, Canada e Italia, più una delegazione dell’Unione Europea, n.d.t.) è di 340 volte il PIL di Cuba, un paese che oltretutto patisce un blocco economico molto duro da parte degli Stati Uniti.

La retorica imprecisa di Biden e degli altri leaders del G7 nasconde il motivo reale della loro promessa. I dirigenti del G7 non sono preoccupati delle sorti dei paesi poveri. Se così fosse, non si sarebbero accaparrati – l’anno scorso – la maggior parte dei vaccini disponibili a detrimento del resto del mondo.

 

Sapevi che i 10 paesi più ricchi possiedono circa l’80% di tutti i vaccini contro il Covid e che solo uno 0,3 dei vaccini arriva oggi nei paesi a basso reddito? Sapevi che gli Stati Uniti, dove vive il 4% della popolazione del pianeta, hanno comprato più di 1.000 milioni di dosi di vaccini? Questa quantità è sufficiente a vaccinare la sua popolazione due o tre volte.

 

A causa di questo vergognoso accaparramento di vaccini i paesi ricchi nel loro insieme hanno oggi un surplus di 2.500 milioni di vaccini. Così adesso vanno a regalarne un po’ ai paesi poveri. C’è il timore che siano vaccini non desiderabili o di qualità inferiore. I paesi ricchi hanno svuotato il buffet e lasciano i resti per i paesi poveri. Non è esattamente una dimostrazione di generosità.

 

La verità è che si tratta di briciole. La meta dell’Organizzazione Mondiale della Salute è vaccinare almeno il 70% della popolazione mondiale nel corso di un anno. Per riuscirci ci vorrebbero 11.000 milioni di dosi di vaccino. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha avvertito che, se non si vaccina in fretta la popolazione dei paesi in via di sviluppo, il virus potrebbe continuare a mutare e a creare resistenza ai nuovi vaccini. Riguardo al piano del G7, egli ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di più di questo […] Abbiamo bisogno di un piano globale di vaccinazioni, dobbiamo agire con la logica,con il senso di urgenza e con le priorità di un’economia di guerra, e siamo ancora ben lontani dal conseguirlo”.

 

Per poter vaccinare gli abitanti dei paesi poveri con sufficiente celerità abbiamo bisogno di soli 38.000 milioni di dollari quest’anno. Ma non si è ottenuto neanche questo. Al momento è stata donata solo la metà di questa cifra. Parliamo soltanto dello 0,3 per cento dei 5,6 bilioni di dollari che i paesi ricchi hanno iniettato alle loro economie in risposta al Covid.

 

I veri motivi

In conclusione i veri motivi per donare 1.000 milioni di vaccini non sono caritatevoli o frutto della preoccupazione peri poveri del pianeta, ma vanno cercati altrove.

 

In primo luogo è un buon modo di spazzare sotto il tappeto il dibattito fondamentale, quello sui brevetti.

I giganti della farmaceutica non devono preoccuparsi, possono continuare a fare soldi senza essere disturbati.

 

Un secondo motivo è di carattere geopolitico. L’Occidente osserva costernato come la Cina sia la grande trionfatrice nella distribuzione dei vaccini. Sapevi che almeno 70 tra paesi e regioni hanno approvato i vaccini cinesi o hanno firmato accordi per riceverli? “La Cina diventerà un socio fondamentale sul lungo periodo” ha affermato Richard Hatchett, amministratore delegato della “Coalizione per le Innovazioni in Preparazione per le Epidemie”, uno dei gruppi che guidano il programma di distribuzione dei vaccini nei paesi in via di sviluppo dell’ONU.

E lo stesso motivo vale per la Russia. Più di 30 paesi hanno già deciso di comprare o di produrre il vaccino russo Sputnik V.

Il pomposo gesto del G7 deve servire a fermare questa “diplomazia della vaccinazione”.

 

Sia come sia, Gordon Brown - ex primo ministro della Gran Bretagna, paese anfitrione del G7 – descrive il piano come “un catastrofico fallimento”. “Ho paura che abbiano sbagliato la prima prova (…) perché questo gesto assomiglia di più al passare il vassoio delle elemosine che a un piano integrale di vaccinazione mondiale”.

 

Se prendiamo in considerazione tutto questo, l’impegno solenne dei leaders del G7 promette di essere la farsa dell’anno.

 

 

(*) Filosofo  ed economista belga.

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

mar

15

giu

2021

MORTI SUL LAVORO UNA STRAGE INARRESTABILE

Venerdì 18 giugno 2021 dalle ore 10 alle 12 PRESIDIO

davanti all’Assolombarda a Milano ( v. Pantano MM3, Missori e fermata MM1 Duomo)

MORTI SUL LAVORO UNA STRAGE INARRESTABILE

Al lavoro peggio che in guerra. Basta lacrime ma lotta.

Ogni giorno, dal nord al sud, il bollettino di guerra riporta il numero dei morti e dei feriti operai massacrati per il profitto, fra l’indignazione e la rabbia di alcuni e l’indifferenza di molti. Confindustria, governo e istituzioni considerano normale che un certo numero di lavoratori ogni giorno muoia per il profitto: per loro si tratta solo di effetti collaterali dell’aumento dello sfruttamento.

Nell’ultimo decennio sono stati registrati più di 17.000 lavoratori morti sul luogo di lavoro.

Numeri impressionanti, drammatici; più morti sul lavoro che in una guerra.

Gli infortuni sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati della coalizione occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione occidentale imperialista che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252.

Oggi alle vecchie nocività si sono aggiunte le nuove e i dati Inail sugli infortuni sul lavoro nell’anno della pandemia confermano anche l’impatto dell’emergenza Coronavirus sull’andamento infortunistico in Italia nel 2020. I casi mortali sono 1.270, 181 in più rispetto ai 1.089 del 2019 (+16,6%). L’intensificazione dello sfruttamento per il massimo profitto continua a uccidere.

Nel primo quadrimestre del 2021 i morti sul lavoro sono aumentati ancora, il 9,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 (dati INAIL sottostimati perché non tengono conto dei lavoratori senza contratto, in nero). Alla strage di oltre 100 lavoratori al mese vanno aggiunte le decine di migliaia di morti per malattie professionali e ambientali (solo per amianto 6.000 ogni anno,16 ogni giorno, circa 2 ogni ora.

 

Più delle parole, i dati dimostrano che la condizione della classe operaia è andata peggiorando sempre più e che l’inferno i lavoratori lo stanno subendo nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro e di vita. Il Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza, che coi miliardi del Recovery Fund cerca di riprogettare la sopravvivenza di questo sistema economico in

coma, prevede ancora meno spazio a diritti e sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

I governi, di qualsiasi colore, e i sindacati filo padronali hanno permesso che il capitalismo disponesse a suo piacimento della forza-lavoro aumentando i propri profitti. Il risultato è che il lavoro è diventato sempre più precario, senza protezioni e sicurezza; sottoponendo a continuo ricatto la forza-lavoro è aumentato lo sfruttamento e il totale disprezzo per la salute dei lavoratori: il “lavoro” è così diventato fonte di disperazione, di povertà, di feroce repressione contro chi lotta e di morte per migliaia di lavoratori.

 

CONTRO IL SISTEMA DI SFRUTTAMENTO CAPITALISTA CHE UCCIDE GLI ESSERI UMANI E LA NATURA, ESPRIMIAMO LA NOSTRA SOLIDARIETA’ A TUTTE LE VITTIME E ALLE LORO FAMIGLIE.

E’ ARRIVATO IL MOMENTO FAR SENTIRE LA NOSTRA RABBIA E LA NOSTRA ASSOLUTA INDIGNAZIONE CONTRO I PADRONI E IL SISTEMA CAPITALISTA RESPONSABILE DI QUESTI OMICIDI, COMPRESI I PROPRIETARI DELLE RSA (in Lombardia per l’80% in mano ai privati, con forte presenza di multinazionali associate in Confindustria), che hanno attuato una politica sanitaria criminale nei confronti degli anziani durante la pandemia da Covid-19, insieme a Regioni (Lombardia in testa) e Governo, provocando una ecatombe di anziani ricoverati. E, in quel che resta della sanità “pubblica” le cose non vanno meglio: sono le stesse leggi del profitto e della gestione aziendale che regolano il rapporto con il malato/malattia e le relazioni e condizioni lavorative.

 

Rivendichiamo

 

più controlli nei luoghi di lavoro,

 

la piena attuazione ovunque della normativa esistente (dlgs 81/2008) e separazione del giudizio sul carattere infortunistico di malattia o menomazione professionale dall'ente che indennizza, perché l’INAIL ha un conflitto di interesse;

 

promuoviamo assemblee e mobilitazioni nei luoghi di lavoro per la difesa di salute e sicurezza, e per l'elezione di RLS indipendenti!

 

Venerdì 18 giugno 2021 dalle ore 10 alle 12 PRESIDIO davanti all’Assolombarda a Milano ( v. Pantano MM3, Missori e fermata MM1 Duomo)

 

Assemblea lavorativi combattivi di Milano,

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio,

 

Medicina Democratica

 

Comitato Ambiente e Salute Teatro alla Scala

 

 

Comitato Difesa Sanità Pubblica Zona Sud Ovest Milano

mar

08

giu

2021

LEGALITÀ BORGHESE E GIUSTIZIA PROLETARIA

LEGALITÀ BORGHESE E GIUSTIZIA PROLETARIA

 

Non esiste uno stato neutrale e una giustizia cui appellarsi

 

Michele Michelino (*)

 

Gli operai, i proletari, i rappresentanti delle classi sottomesse, chiunque cerca giustizia in questa società si trova a scontrarsi con leggi e norme fatte per difendere i rappresentanti del potere. La società si divide in una classe che sfrutta e in una classe che è sfruttata, in una classe che domina ed in una che è oppressa. Lo Stato non è altro che una macchina per l'oppressione di una classe da parte di un'altra.

Oggi è legale il sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è legale la violenza dei poliziotti e carabinieri che manganellano gli operai sfruttati che scioperano, i NO TAV che si oppongono alla distruzione del territorio e alle opere inutili, gli studenti che si ribellano.

E’ legale imprigionare gli immigrati nei centri di rimpatrio e arrestare chi vuole liberarli, denunciare, arrestare, multare chi si ribella al potere e alza la voce contro le ingiustizie.

E’ legale assolvere i padroni, i manager responsabili della morte di migliaia di lavoratori e cittadini pur di massimizzare i profitti e condannare le vittime e le loro associazioni che si sono presentate parti civili nei processi penali a pagare le spese processuali come è successo nel processo della strage di Viareggio agli RLS e alle associazioni e comitati nel processo per i morti amianto alla Breda/Ansaldo di Milano

La legalità non è mai al servizio dei lavoratori né della popolazione delle classi sfruttate, ma solo e unicamente a quello dei rappresentanti delle istituzioni, del potere che - a seconda delle circostanze - la cambia come è successo in questo periodo di pandemia di covid19 con la sospensione delle famose "garanzie" costituzionali.

Per dirla con Bertolt Brecht, “Quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere “, perché  "La legge è fatta esclusivamente per lo sfruttamento di coloro che non la capiscono, o ai quali la brutale necessità non permette di rispettarla." 

Ogni epoca storica ha avuto la sua legalità. C’era un tempo in cui era legale la pena di morte (oggi in USA e molti altri paesi ancora esistente), era legale possedere schiavi. Ancora oggi è legale in molti paesi imperialisti e capitalisti la segregazione e le leggi razziali, come lo è stato durante il fascismo e il nazismo (vedi Israele con i palestinesi).

Se al mondo non ci fossero state organizzazioni, comunisti e ribelli che hanno combattuto e sacrificato la vita per abbattere leggi ingiuste e regimi al servizio dei padroni e del potere, saremmo ancora alla preistoria.

Nel sistema capitalista/imperialista, gli interessi degli sfruttatori diventano leggi e la giustizia è al loro servizio.

L’esperienza ci ha insegnato che, per ottenere giustizia, occorrono disobbedienza e lotta, non la legalità borghese. Altrimenti le cose non cambieranno mai.

Noi non vogliamo la legalità che legittima lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e perpetua l’ingiustizia per i proletari. Noi vogliamo e pretendiamo la giustizia! Anche se per ottenerla sappiamo che dobbiamo pagare  un prezzo.

In una società divisa in classi sociali quella che detiene il potere economico-politico sociale – giudiziario attraverso lo stato e il governo, il comitato d’affari che amministra gli interessi della classe dominante, legalizza attraverso leggi e regole normative l’interesse delle classi dominanti.

La “legalità” borghese è usata ogni qualvolta le classi oppresse mettono in discussione o ostacolano, con le lotte, la pacifica accumulazione del profitto dei capitalisti.

Nel corso dello sviluppo della lotta di classe e dello scontro, quando il conflitto sociale si acuisce, lo Stato considera illegale le forme di lotta e gli obiettivi che mettono in discussione il suo potere.

E a fianco dell’apparato legale di repressione - polizia, carabinieri, ecc. - ha sempre usato e addestrato forze “illegali”, come i fascisti o corpi speciali da usare in determinati momenti contro il movimento operaio e rivoluzionario.

La borghesia usa indistintamente entrambi gli apparati per difendere i suoi interessi.

Generalmente, se il movimento operaio e rivoluzionario non minaccia direttamente il suo potere e dominio, usa la “legalità” borghese per imbrigliare e impedire le lotte che possono nuocere ai suoi interessi. Quando i conflitti sociali e di classe si acuiscono, ma non mettono in discussione il suo potere, usano l’apparato “legale” di repressione: la violenza delle forze dell’ordine contro i manifestanti e chi lotta, le manganellate, gli arresti contro chi protesta diventano “legali”.

Lo “Stato democratico nato dalla Resistenza” cerca di apparire neutrale nei conflitti sociali, utilizzando, attraverso la democrazia borghese di sottomettere e sfruttare pacificamente, finché può, gli operai e i proletari, facendo loro credere di essere cittadini uguali e con gli stessi diritti dei padroni e affidando in alcuni casi la repressione antiproletaria, violenta agli apparati segreti e alle squadracce fasciste.

Attraverso i discorsi sulla “legalità”, presentandola come un interesse comune, di tutti, lo Stato e i governi difendono gli interessi dei capitalisti e della classe dominante con il consenso di una parte delle classi oppresse.

La democrazia borghese è la forma più congegnale per sottomettere le classi subalterne, in particolare per sfruttare la classe operaia e i proletari facendogli credere di essere liberi.

Per lo Stato l’unica violenza “legale”, costituzionale e giustificata, è quella che difende lo sfruttamento del capitale sul lavoro salariato: la violenza padronale. Nella società capitalista la classe sfruttata, il proletariato è vittima sia della legalità sia dell’illegalità capitalistica.

Lo stato borghese, la magistratura e le sue istituzioni non sono organismi neutrali e la “legalità” serve difendere l’ordine costituito, gli interessi dei grandi capitalisti, delle multinazionali, della finanza, delle banche e di tutti gli sfruttatori.

Lottare all’interno delle regole stabilite dal nemico, nella sua “legalità” significa rinunciare a lottare per gli interessi immediati e storici della classe oppressa.

Non esiste uno Stato neutrale e giustizia superiore cui appellarsi. La violenza borghese che si manifesta ogni giorno nello sfruttamento, nei licenziamenti e nei morti sul lavoro – nei morti del profitto – e l’impunità costante degli sfruttatori sta a dimostrarlo.

 (*) Pubblicato sulla rivista comunista di politica e cultura “nuova unità”,  n.3, giugno 2021

lun

07

giu

2021

Colombia

Anche la Colombia…

di Daniela Trollio (*)

 

C’è un fiume sotterraneo che scorre lungo tutta l’America Latina e ogni tanto affiora. E’ il fiume della rivolta proletaria e popolare.

 

La penultima volta è stato in Cile, il paese che passava per essere la “vetrina” dei successi del neoliberismo: nell’ottobre 2019 scoppia la rivolta, apparentemente per l’aumento del 4% delle tariffe della metropolitana. 

In realtà per la prima volta, in modo massiccio, vengono messi in discussione 30 anni di neoliberismo che hanno ridotto il proletariato e le classi medie sul lastrico, indebitate fino agli occhi perché tutto – servizi, sanità, scuole, pensioni – è ormai privatizzato (il paese fu il ”laboratorio” dei Chicago Boys, dove si sperimentò per la prima volta il neoliberismo).

Alla metà del mese di maggio 2021– dopo più di 15 mesi di rivolta in cui il regime ha tentato di tutto per fermare le proteste, compreso l’accecamento organizzato dei “cabros” (ragazzini, n.d.t.) - si è votato per eleggere i 155 membri dell’Assemblea Costituente, organo che dovrà – dopo il referendum del 1988 e la fine formale della dittatura nel 1990 che non avevano cambiato nulla - riscrivere la costituzione del Cile, cancellando finalmente quella redatta durante il regime di Pinochet e rimasta in vigore fino a quest’anno. Sono stati eletti anche più di 340 sindaci e governatori  e Santiago del Cile avrà il primo sindaco oltre che donna anche membro del Partito Comunista, Hiracì Hassler.

 

Il fiume è poi riaffiorato, dall’altro estremo del continente, il 28 aprile, primo giorno del Paro (sciopero) Nacional, in Colombia, il narco-Stato governato da Ivàn Duque,l’erede di Uribe.

Come scrive la ex senatrice Piedad Cordoba “dopo 100 anni di solitudine, a Macondo sta succedendo qualcosa”.  

Anche qui, come su tutto il pianeta, la pandemia ha messo a nudo la natura dell’ordine sociale vigente, il capitalismo, con la sua essenza inumana e il disprezzo per la vita dei poveri e, complici, un progetto di riforma tributaria e uno sulla sanità che, oltre a privatizzare ulteriormente il settore, scaricavano i costi della pandemia sulle classi più povere. Basti sapere che il governo Duque, unico al mondo ad elevare le tasse durante la più grande crisi sociale, ha destinato solo il 2,8% del PIL alla pandemia (gli USA le hanno dedicato il 24,8%) e quasi la metà di questa miserabile percentuale è rappresentata da un’assicurazione di credito alle banche private.

Quel 28 aprile si svolge il più grande sciopero di tutta la storia della Colombia. E da allora ogni settimana vede mobilitazioni, scioperi, scontri in tutto il paese, che acquisiscono maggiore importanza anche perché infrangono il regime di eccezionalità imposto con la scusa dalla pandemia e, si calcola, coinvolgono in più di 600 città e paesi e circa 5 milioni di persone.

 

Ad opporsi al popolo colombiano, polizia, esercito e Squadroni Mobili Antidisturbi (Esmad): Duque e il suo padrino Uribe, l’ex presidente, li invitano anche a fare il “massimo uso” della forza, come se affrontassero dei nemici, non dei cittadini colombiani, operai, lavoratori, studenti, comunità indigene e organizzazioni sociali.

ll 18 maggio si contavano circa 40 morti,  più 20 giovani accecati consapevolmente (come già fatto in Cile), 1.600 feriti, 500 desaparecidos e 2.113 denunce di violenze poliziesche e abusi, tra cui il suicidio di Alison Méndez, una adolescente di 17 anni violentata da 4 poliziotti.  Anche in quella data – nonostante il Congresso abbia ritirato entrambi i progetti di legge e 2 ministri si siano dimessi- si sono registrati scioperi e manifestazioni, con blocchi delle strade, a Bogotà, a Cali – diventata l’epicentro degli scontri – a Medellìn, a Popayàn, dove decine e decine di migliaia di manifestanti chiedono ora la fine della repressione poliziesca.

Ciò significa che è stata sconfitta la paura, sia della sanguinosa azione di repressione dello Stato che della pandemia, che in molti luoghi ha invece chiuso le nostre bocche.

 

Come si è arrivati a tanto? E pensare che la Colombia , che si definisce “la democrazia più antica d’America” è un paese che non è passato per le dittature nei decenni ’70 e ’80 come la maggior parte degli altri Stati latinoamericani.

Non ce n’era bisogno; negli anni ’60 l’élite dominante stava già utilizzando, con i complimenti del presidente USA John Kennedy, la Dottrina sulla Sicurezza Nazionale (sicurezza per difendere i profitti dei più ricchi, il 3% della popolazione, e giustificare la spoliazione dei beni comuni) , utilizzata ancor oggi per far sparire il “nemico interno”, l’opposizione politica, la propria popolazione.

 

Infatti, nelle varie “guerre” al narcotraffico (di cui l’élite che governa è protagonista e complice da sempre) e poi al ‘terrorismo’ (delle FARC, non certo delle organizzazioni paramilitari che, al soldo dei proprietari terrieri degli industriali, uccidono indiscriminatamente chi si oppone nelle campagne e nelle città), la Colombia ha ampiamente usato e abusato dei “falsi positivi”. Dati i bonus in denaro riconosciuti a militari e poliziotti per la cattura di ‘narcotrafficanti e terroristi’, sono stati centinaia i giovani rapiti nei quartieri poveri delle città, ammazzati e poi registrati come ‘delinquenti’ uccisi dalle forze dell’ordine. E’ il paese delle fosse comuni, che raccolgono fino a 2.000 corpi ognuna.

 

I numeri, poi, dicono molto. La Colombia, invasa dalle truppe USA per “stroncare il narcotraffico”, è il più grande produttore di cocaina al mondo, cocaina che finisce in maggior parte proprio negli USA e il cui 95% dei profitti riposa nelle banche statunitensi.

Il paese ‘vanta’ 21 milioni di poveri su 50,4 milioni di abitanti, ha un debito che oltrepassa la metà del PIL nazionale,  un buco fiscale di più di 90  bilioni (sì, BIlioni), spese militari che rappresentano il 2° capitolo del bilancio statale  e una percentuale di disoccupazione del 18% in un paese con un’altissima cifra di lavoro informale (lavoro nero): 30 anni di neoliberismo hanno cucinato questa crisi, che nasce – come in Cile – su rivendicazioni economiche ma presto assume, data anche la risposta del governo, un carattere politico che, per la prima volta in 30 anni, ha vinto, ottenendo che i due progetti di legge fossero ritirati.

 

In questo disastro sociale sono coinvolte tutte le generazioni, ma i giovani, come anche in Cile, giocano il ruolo più importante e costituiscono la prima linea del movimento reale. Giovani lavoratrici e lavoratori, disoccupati, lavoratori informali, contadini, indigeni, afrodiscendenti, sempre più consapevoli di non avere alcun futuro se non uno sfruttamento selvaggio e senza freni; un insieme che costituisce circa il 25% della popolazione colombiana tra i 14 e i 26 anni, cioè 12,7 milioni di persone. .

Anzi, se guardiamo alle cifre dei morti, sembra che in Colombia sia un delitto essere giovani: nel 2018 sono stati assassinati 545 ragazzi tra i 15 e i 17 anni e 883 minori di 10 anni tra il 2018 e il 2019.

 

Altri soggetti della lotta sono le comunità indigene, da sempre bersaglio dei paramilitari. Sono loro le protagoniste dei blocchi stradali tra dipartimento e dipartimento. Da sempre colpita dalle bande paramilitari al soldo dei proprietari terrieri e delle multinazionali che si alimentano del saccheggio delle immani risorse naturali colombiane – che fanno da più di 60 anni il “lavoro sporco” liberando ampie zone contadine dai possibili oppositori -  la popolazione indigena in questa crisi partecipa con la Guardia Indigena che, nata come risposta a queste incursioni e sulla base della propria sanguinosa esperienza, oggi prende parte anche nelle città alla difesa dei manifestanti.

 

Bande paramilitari – che operano di concerto con esercito e polizia- che il 19 maggio, penetrate illegalmente in territorio venezuelano, hanno assassinato Jesùs Santrich, comandante guerrigliero delle FARC, tagliandogli – in perfetto stile mafioso – un dito della mano sinistra (anche Ernesto Che Guevara fu ucciso a sangue freddo da un “soldadito” boliviano che fece il lavoro sporco, ma i registi dell’operazione erano altri).

Questa strategia viene da lontano e parla l’inglese di Washington. E quando si dice che “la Colombia è l’Israele dell’America Latina” non si tratta di una metafora ma della nuda verità. 

 

E qui dovremmo anche chiederci dove sono le anime belle della nostra Unione europea che si indignano se la Bolivia vuole processare i golpisti come i boliviani Leopoldo Lòpez e Janine Añez, ma tacciono fragorosamente sui massacri compiuti in Colombia.

Così come taccciono sul fatto che l’impero nord-americano ha fatto della Colombia una testa di ponte della sua penetrazione militare nel continente, insieme allo Stato di Israele; due soci che da lunghi anni dirigono la guerra controinsurrezionale, non da lontano ma sul terreno con personale proprio, vigilando e castigando dalle 7 basi militari in territorio colombiano ogni eventuale ribellione con le truppe autoctone, addestrate da consiglieri statunitensi e israeliani ad assassinare il proprio popolo. 

Ricordiamo anche che la Colombia è l’unico Stato sudamericano membro della NATO, che può quindi vigilare, oltre che sulle ricchezze del proprio territorio, su Stati come Venezuela (con cui condivide i confini sud e ovest) e Nicaragua, ostili a Washington.

 

Per riassumere in poche parole, lasciamo parlare lo scrittore e giornalista colombiano Hernando Calvo Ospina: “E per finire vi dico: la proposta di riforma tributaria è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quei milioni di poveri, in un paese immensamente ricco, non sopportano più di dover scegliere tra il molto poco e il nulla: hanno davvero pochissimo da perdere”.

 

(*) Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

      Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni

 

(**) pubblicato sulla rivista “nuova unità” di giugno n. 3/2021

sab

05

giu

2021

OGGI ASSEMBLEA LAVORATORI COMBATTIVI

ven

04

giu

2021

IL NEMICO E' IN CASA NOSTRA

IL NEMICO È IN CASA NOSTRA
Una serie di fattori conferma l'avanzamento del processo di fascistizzazione dello Stato

A fine mandato il presidente si toglie i sassolini dalle scarpe e butta giù la maschera del finto democratico. L'occasione è stata il giorno dedicato alle vittime del terrorismo - dal 2008 giorno memoria vittime del terrorismo - dove, al grido di "La completa verità sugli anni di piombo è un'esigenza fondamentale per la Repubblica" - il capo dello Stato Sergio Mattarella ha rilasciato dichiarazioni e un'intervista a "La Repubblica".
La decisione di Macron, dopo aver parlato con Draghi, puntualmente ringraziato da Mattarella, ha ripuntato i riflettori sull'attività dei brigatisti, fatti emergere dalla loro vita francese alla vigilia della prescrizione dei reati per i quali erano stati condannati. Iniziativa di propaganda giunta al momento giusto per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai veri problemi quotidiani e per nascondere che gli Stati capitalisti non fermano gli atti dei veri gruppi terroristici che la borghesia stessa costruisce per opportunità politica, per affermare il proprio dominio.
Mattarella consegna a Repubblica un esame dei terroristi rossi contro la Repubblica italiana, descrive quanto avvenne dall'inizio degli anni Settanta, quando "coloro che predicavano la morte...". "Sono stati anni molto sofferti, in cui la tenuta istituzionale e sociale del nostro Paese, è stata messa a dura prova. Oltre quattrocento le vittime in Italia, di cui circa centosessanta per stragi. Cittadini inermi colpiti con violenza cieca, oltre cento gli uomini in divisa che hanno pagato con la morte la fedeltà alla Repubblica". E dice: "Il bersaglio era la giovane democrazia parlamentare, nata con la Costituzione repubblicana, per approdare a una dittatura, privando gli italiani delle libertà conquistate nella lotta di Liberazione". Il Capo dello stato sostiene: "Al di là delle storie personali di chi aderì alla lotta armata, c'era la contestazione radicale della democrazia parlamentare, così com'era stata delineata dai padri Costituenti e, a ben vedere, anche la mancata accettazione della volontà degli elettori in favore di forze centriste, atlantiche, riformatrici, di segno moderato. Un esercizio di democrazia che veniva definito regime".
Bontà sua ha dichiarato che "C'era in Italia anche chi, legittimamente, si sarebbe aspettato dei governi o delle politiche diverse. Ma fu grave e inaccettabile quel processo mentale, prima che ideologico, che portò alcuni italiani - pochi - a dire: questo Stato, questa condizione politica, non risponde ai miei sogni, è deludente e, visto che non siamo riusciti a cambiarlo con il voto, abbattiamolo. Uno dei pilastri su cui si fonda la Repubblica è il valore del pluralismo. La democrazia è libertà, uguaglianza, diritti. È anche un metodo. Un metodo che impone di rispettare le maggioranze e le opinioni altrui. Prescindere dal consenso e dalle opinioni diverse vuol dire negare, alla radice, la volontà popolare, l'essenza della democrazia. È quello che tentarono di fare i terroristi".
E ancora: "Esattamente il contrario di quanto proclamava il terrorismo rosso, quando parlava di Resistenza tradita. Il tradimento della Resistenza sarebbe stato, invece, quello di far ripiombare l'Italia sotto una nuova dittatura, quale che ne fosse il segno". Ma sono in molti che ancora oggi sostengono il tradimento della Resistenza e che non cambieranno idea per le sue esternazioni.

leggi di più

mar

01

giu

2021

Colombia

Colombia: tredici morti per la repressione in un altro fine settimana tragico

da: pagina12.com.ar (*); 30.5.2021

 

Gli organismi sui Diritti Umani allertano sull’uso indebito della forza da parte della polizia durante le mobilitazioni, che ha fatto almeno 63 morti per la repressione confermati, più di 2.000 arresti arbitrari, 866 civili feriti dei quali almeno 50 hanno sofferto lesioni oculari per gli spari della polizia.

 

Calì è tornata ad essere lo scenario di una giornata di violenta repressione con la morte di almeno 13 persone, dopo un mese di proteste contro il narco-governo di Ivàn Duque. Questo sabato il narco-presidente è tornato a difendere l’azione delle forze di sicurezza e ha anche riposto con la militarizzazione di 8 dei 32 dipartimenti (province). Sempre le organizzazioni per i Diritti Umani denunciano la scomparsa di più di 300 persone nell’ultimo mese.

 

13 morti a Cali

Cali è la terza città più popolosa della Colombia, con 2,2 milioni di abitanti. Attualmente vige il coprifuoco. Il sole è sorto sui resti delle barricate e delle macerie dopo uno dei giorni più violenti da quando è cominciata la ribellione popolare. Almeno 13 persone sono morte nella più recente giornata di protesta (venerdì 28 maggio, n.d.t.). In uno degli episodi avvenuti, un funzionario della procura ha ucciso con la sua arma tre  manifestanti che bloccavano una strada. Secondo la Procura stessa, l’assassino è stato linciato dai manifestanti.

Il quartiere di Meléndez, nel sud della città, ha vissuto una notte di estrema tensione. “Noi avevamo organizzato un’attività culturale con la gente perché stavamo celebrando il mese di sciopero (….) quando si sono sentiti degli spari, dice un testimone che ha chiesto di restare anonimo. I sicari “hanno cominciato a massacrare la gente”. Erano “circa cinque persone vestite da civili, che si nascondevano dietro agli alberi” ha puntualizzato il testimone, uno studente di 22 anni. I video messi in rete più tardi confermano la sua versione.  

Il segretario alla Sicurezza e Giustizia di Cali, Carlos Rojas, ha parlato di quanto successo nell’ultimo giorno di manifestazioni a causa della sproporzionata repressione poliziesca. “Nel sud della città abbiamo avuto (…)  quasi una guerra urbana dove molte persone non solo hanno perso la vita, ma abbiamo avuto anche un alto numero di feriti”, ha detto a Caracol Radio.

 

Duque militarizza

Il narco-presidente colombiano, Ivàn Duque, ha ordinato il dispiegamento di più di 1.100 militari nella città come “assistenza militare”, cosa che dà facoltà all’Esercito di appoggiare la polizia nei compiti di repressione. Circa la mezzanotte del venerdì, Duque ha esteso la portata del decreto a 8 del 32 dipartimenti e 13 città del paese. Ha anche previsto di attivare l’appoggio militare di altri 7.000 uomini per i dipartimenti dove avvengono blocchi stradali.

Duque è stato a Cali e a Popayàn – due città che hanno vissuto una forte repressione durante la rivolta – per riaffermare le misure di militarizzazione. Il presidente ha spiegato che la decisione prevede di triplicare il numero di agenti in ogni regione e autorizza anche la demolizione dei blocchi  mentre sarà affidata ai governatori la proclamazione dei coprifuoco.

Il presidente insiste sul fatto che ci siano delle organizzazioni armate dietro al conflitto. Nonostante non sia la prima volta che Duque lega la violenza e i morti durante la rivolta sociale ai gruppi guerriglieri, egli non ha ancora presentato alcuna prova. Ma ha già deciso un aumento del 25% di militari in queste città.

 

Terrorismo di Stato

E’ un massacro ed è l’esercizio del terrorismo di Stato sulla popolazione” ha denunciato sabato la Missione Internazionale di Solidarietà e Osservazione dei Diritti Umani dell’Argentina, che ha visitato la Colombia per documentare la situazione nelle proteste.

Qui la situazione è assolutamente critica, girano video dove si mostra l’azione delle forze poliziesche insieme a civili” ha detto Marianela Navarro, delegata del Fronte delle Organizzazioni in Lotta (FOL) e parte della delegazione che è stata in Colombia il 25 maggio. “Ci sono denunce di torture a studenti, abusi sessuali a donne, vessazioni, arresti arbitrari, una situazione repressiva molto complessa che richiede una maggiore copertura internazionale” ha sottolineato Navarro in un messaggio inviato alla stampa.

 

 

(*)Quotidiano argentino

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

dom

30

mag

2021

Palestina

La coesistenza pacifica in Israele non si è spezzata: è sempre stata un mito

di Nimer Sultany; da: rebelion.org; 26.5.2021

 

Come palestinese residente in Israele, per molto tempo sono stato un cittadino di seconda classe, privato dei diritti basici.

 

Martedì, nella mia città natale Tira, che si trova all’interno delle frontiere di Israele precedenti al 1967, i negozi erano chiusi e le strade vuote. Era stato dichiarato lo sciopero generale per protestare contro la politica di Israele, sia per la pulizia etnica a Sheij Jarrah che per l’assalto alla moschea di Al-Aqsa e gli attacchi su Gaza.

 

Nella misura in cui aumenta il numero di morti palestinesi, i commentatori lamentano la rottura della coesistenza pacifica all’interno di Israele tra la popolazione palestinese e quella ebrea.

Ma, per la mia esperienza come cittadino palestinese di Israele, devo dire in primo luogo che tale coesistenza non esisteva.

La coesistenza implica un contesto di uguaglianza, pace e mutuo rispetto. Nel quadro della dominazione israeliana su di noi, la coesistenza è una finzione che nasconde una realtà di vite separate e disuguali.

 

Come la grande maggioranza della popolazione palestinese residente in Israele, sono cresciuto in una comunità araba separata e ho studiato in un sistema scolare arabo separato, dall’asilo alla fine delle scuole secondarie. Come studente di Diritto, non ho potuto affittare un appartamento nella città di Rishon LeZion a causa della mia provenienza, e ho dovuto ricorrere ad un amico di famiglia ebreo, che ha firmato il contratto al mio posto per ingannare i proprietari che nutrivano dei pregiudizi. Da giovane avvocato sono finito in ospedale dopo che, nell’ottobre del 2001, vari agenti di polizia mi hanno picchiato coi loro manganelli: nella mia città natale la gente stava protestando contro la confisca delle terre, comprese quelle appartenenti alla mia famiglia. Ogni volta che sono andato all’estero per studiare, in aeroporto mi hanno classificato razzialmente.

 

Mi ha sempre sconcertato che tanta gente pensi che il problema ha le sue radici semplicemente nell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza da parte di Israele nel 1967.

Ma i fatti stanno qui … per chi voglia vederli.

Il sistema politico e giuridico israeliano è profondamente disuguale. Omette chiaramente il principio formale dell’uguaglianza consacrato nella Carta dei Diritti Umani; permette a centinaia di comunità ebree di negare la residenza a persone non ebree; le sue leggi fondamentali dichiarano che l’insediamento ebreo è un valore supremo per lo Stato; e i leaders israeliani continuano ad affermare che Israele non è uno Stato di tutta la sua cittadinanza perché è uno Stato ebreo.

I tribunali israeliani sono parte del problema perché hanno approvato la colonizzazione delle nostre terre e la nostra subordinazione generale, così come la nostra privazione dei diritti basici.

 

Tira era una città agricola. Decenni di confische, demolizione di case, incarcerazioni e discriminazione nell’educazione, nel lavoro e nelle prestazioni sociali hanno trasformato la mia città, come praticamente tutte le città palestinesi in Israele, in un ghetto con scuole degradate ed alti livelli di povertà e criminalità. Quasi il 50% delle famiglie palestinesi in Israele vivono sotto la soglia di povertà , e anche se nel 2009 rappresentavamo circa il 20% della popolazione, metà della popolazione carceraria era palestinese.

Tira è diventata una piattaforma del crimine organizzato, dove le guerre tra le bande e le estorsioni mafiose sono troppo frequenti. Gli slogans sullo Stato di diritto in Israele suonano vuoti per coloro che vivono nell’insicurezza costante e privi di protezione legale.

 

Un recente rapporto di Human Rights Watch definisce correttamente la politica di ‘giudaizzazione’ del Negev e della Galilea come parte di un sistema di ‘apartheid’. Ma questa politica è evidente in altre parti del paese, comprese le cosiddette città miste che attualmente sono sede di rivolte.

‘Mista’ è un’altra espressione che nasconde la realtà dei muri di calcestruzzo che separano i quartieri palestinesi da quelli ebrei a Lydda e Ramleh.

Non c’è coesistenza quando la ‘giudaizzazione’ di queste città miste e l’espulsione della popolazione palestinese vengono discusse ad ogni elezione municipale. Con l’aiuto dell’Amministrazione Territoriale di Israele, coloni della Cisgiordania e fanatici religiosi hanno stabilito un insediamento esclusivamente ebreo a Lydda. La costante minaccia di demolizione delle case nei quartieri palestinesi di Lydda e del villaggio non riconosciuto di Dahmash, nella periferia di Lydda, non sono neppure essi un esempio di coesistenza.

 

La minoranza palestinese sta soffrendo questo tipo di politiche da decenni, e per tutto questo tempo ha protestato contro di esse. Queste protestano spesso si scontrano con una mortifera violenza poliziesca, senza che nessuno debba rispondere degli abusi dei poliziotti.

Negli ultimi giorni abitanti della mia città hanno condiviso video in cui si vedono l’arresto di giovani uomini da parte della polizia e atti di brutalità non provocata, pratiche che ricordano l’attività poliziesca a Gerusalemme Est.

Benjamin Netanyahu ha detto pubblicamente alla polizia di non preoccuparsi per eventuali commissioni d’inchiesta o altre indagini. L’incitazione ha portato ad attacchi dei coloni armati e di gruppi organizzati di estrema destra a Lydda e in altre città. La parola d’ordine che questi gruppi gridano -  “morte agli arabi” – non è nuova alla popolazione palestinese perché di solito risuona negli stadi calcistici di tutto il paese.

 

Lo spostamento forzato, la confisca delle terre, una condizione giuridica inferiore e le carcerazioni sono realtà condivise da tutta la cittadinanza palestinese, sia dell’interno di Israele che dei territori occupati.

E’ una falsità dire che la coesistenza che esisteva si è spezzata. I palestinesi che vivono all’interno di Israele protestano contro le politiche praticate a Sheij Jarrah e contro il bombardamento di quel campo di prigionieri e rifugiati che è Gaza, perché percepiscono l’unità e la continuità del sistema coloniale di oppressione  su tutta la popolazione palestinese.

La nostra protesta afferma l’unità di una lotta anticolonialista per l’uguaglianza e la pace.

 

(*) Professore di Diritto Pubblico alla Scuola di Studi Orientali e Africani (SOAS) dell’Università di Londra.

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

 

 

lun

17

mag

2021

Palestina

Com’è sopravvivere nella Striscia di Gaza

di José Fernandez (*); da: lahaine.org; 17.5.2021

 

Durante gli ultimi 70 anni Israele non solo ha garantito l’occupazione tramite l’uso di azioni militari dirette sul popolo palestinese e sul suo territorio, ma ha anche dispiegato un’azione fine e molto ben pensata, che gli permette di causare morti silenziose di minor costo politico di fronte alla comunità internazionale mentre continua a massacrare il popolo palestinese.

 

Nell’intervista che ho fatto a Valeria Cortes (1) nella Striscia di Gaza, lei spiega come hanno trasformato Gaza in un campo di concentramento a cielo aperto, dove scarseggiano cibo, acqua, accesso all’elettricità; dove il sistema sanitario è stato distrutto dai bombardamenti costanti di Israele, che peggiora la sua azione criminale non permettendo che entrino nella Striscia forniture mediche e gli aiuti umanitari internazionali. Per lei non vi è alcun dubbio, “l’entità sionista non solo ammazza con le bombe o le pallottole, ammazza anche con la fame, la pressione, le malattie”.

 

Valeria descrive da un territorio che resiste, che Israele ha accerchiato “a terra una recinzione intorno a tutta Gaza con sensori di movimento, torrette militari, palloni di vigilanza. In aria abbiamo i droni, gli aerei F16 con le loro bombe da una tonnellata, gli elicotteri Apache”. E aggiunge che in mare ci sono navi da guerra e i pescatori palestinesi vengono colpiti giorno per giorno, visto che “gli rubano le barche, vengono arrestati, li uccidono a fucilate. Le gradi lance israeliane accerchino le piccole barche dei palestinesi, che oltretutto sono condannati a non oltrepassare le 6 miglia di distanza dalla costa”. E sottolinea: “In quella zona non c’è pesca, ricordiamo che tutta l’infrastruttura di Gaza è stata distrutta con le  bombe e quindi quelle prime acque di 6 miglia sono contaminate. Là non c’è pesca. E sparano ai pescatori anche quando sono a una o due miglia”.

 

E’ ben noto alla comunità internazionale che la Striscia di Gaza è un campo di concentramento di sterminio, gestito da Israele. Su questo punto Valeria è molto chiara: “Gli israeliani qui tengono prigioniera una popolazione, per la quale decidono a che cibo e a che acqua avrà accesso. Israele ha rubato il contenuto delle falde acquifere di Gaza, le ha perforate e si è portato nel suo territorio l’acqua dolce, l’acqua buona, e ora in quelle falde entra l’acqua di mare. Il 95% delle zone di Gaza hanno l’acqua salata”. E ricorda: “Quando sei appena arrivato a Gaza è difficile abituarti,:ti lavi la faccia con l’acqua e senti che si tratta di acqua di mare. Peggio dell’acqua di mare, perchè è super salinizzata ed è contaminata”.

 

Il giorno per giorno nella Striscia di Gaza è una sfida alla vita e vengono messi in pratica tutti i mezzi possibili per sopravvivere. Riguardo all’elettricità Valeria ci racconta: “Qui abbiamo corrente elettrica solo per 6 ore al giorno. Tutte le case devono avere una piccola batteria per avere almeno qualche lucina a led. Tutti i telefoni cellulari a Gaza hanno una lampada perché qui viviamo, per l’80% del tempo, nell’oscurità”.

 

Valeria Cortes, l’argentino/venezuelana che vive dal 2013 nella Striscia di Gaza, ci ricorda un altro particolare quotidiano: “Abbiamo sempre un’eco di fondo, i mortiferi droni che qui chiamano ‘zanana’ perché in arabo così si chiama il ronzio delle zanzare. E davvero è un suono torturante che essi emettono costantemente e che si nota di più quando volano a bassa quota. Quando non c’è un drone vicino a te, ti accorgi di come vivi tormentato da quel rumore infernale”. E mette bene in chiaro:”Gaza è sotto il totale controllo delle forze sioniste, e lo dico specialmente per quello che riguarda gli assassinii dei bambini. Non sono danni ‘collaterali’, essi hanno una tecnologia avanzatissima. Li uccidono perché li vogliono uccidere, li uccidono perché desiderano ucciderli”.

 

Un altro punto delicato e sensibile è l’accesso alle cure mediche e nella Striscia di Gaza a questo diritto elementare umanitario non si può accedere se non tramite la mediazione di Israele, come segnala Valeria Cortes: “Tutte le forniture sanitarie sono permesse o negate a seconda di quel che decide l’entità sionista. Giocano a questa morte lenta. Se non uccidono con le pallottole o le bombe, uccidono con la scarsità”. E ci fa un esempio del livello di precarietà della sanità: “I medici di Gaza devono operare con le torce dei cellulari”.

 

Come riflessione Valeria ci lascia questo avvertimento: “Se c’è un colmo dei colmi della brutalità della minaccia e della persecuzione contro un popolo, questo succede qui, in Palestina. E in Palestina noi ci stiamo giocando l’umanità. Tutto, tutto il pianeta si sta giocando l’umanità in Palestina. Perché la situazione che c’è qui è tremenda e dura ormai da troppo tempo e viene pagata con troppo sangue innocente”.

 

(1) Attivista argentina, portata dai genitori in Venezuela per sfuggire alla dittatura militare; ha vissuto per anni nella Striscia di Gaza.

 

(*) Giornalista messicano

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.G.)

lun

17

mag

2021

A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE

A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE, DEI PROLETARI DI TUTTO IL MONDO E DEI POPOLI OPPRESSI. PALESTINA LIBERA.

Operai e padroni di tutto il mondo hanno interessi antagonistici e gli operai non hanno niente da spartire con i loro padroni

Nel sistema capitalista gli operai sono solo merce forza-lavoro, schiavi salariati del potere che si trova nelle mani della borghesia, che lo esercita attraverso lo Stato che non è altro che un mezzo di oppressione e di asservimento della classe operaia.

L'internazionalismo proletario, l'unità e la solidarietà operaia sono sempre stati un' arma in mano agli sfruttati, un deterrente contro la guerre imperialiste.

La solidarietà di classe internazionale fra i proletari e i popoli oppressi è l’unica arma in mano agli sfruttati per ostacolare, resistere e combattere i guerrafondai imperialisti.

 

Il sionismo, il nazionalismo - negando la divisione del mondo in classi e popoli oppressi  è diventato un ostacolo allo sviluppo della civiltà umana.

La lotta per il dominio dei mercati crea continui conflitti tra le potenze capitaliste e i blocchi imperialisti, perché lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra crea e alimenta odi nazionali. Lo sciovinismo nazionalista é uno strumento ideologico fondamentale per mantenere il dominio borghese sul proletariato e sui popoli oppressi .

Come affermava in uno scritto sull'autodeterminazione nazionale dell'Irlanda, Marx:

- solo la liberazione nazionale della nazione oppressa permette di superare gli odi nazionali e d'unire gli operai delle due nazioni contro il nemico comune, il capitalismo;

- l'oppressione di un'altra nazione contribuisce all'egemonia ideologica della borghesia sui proletari della nazione "dominante": un popolo che ne opprime un altro non sarà mai libero;

- l'emancipazione della nazione oppressa indebolisce economicamente e politicamente le classi dominanti della nazione che opprime e quindi aiuta l'emancipazione della classe operaia di questa nazione.

L'esperienza storica dimostra che nello scontro di classe mondiale il proletariato non può essere mai neutrale; anche se vittorioso il proletariato, all'inizio della presa del potere, deve continuare l'opera di abolizione dei contrasti nazionali iniziata dalla borghesia, dato che quest'ultima - essendo essa stessa una classe internazionale con propri interessi di classe radicati però in un determinato territorio nazionale - non solo non tende ad abolire gli antagonismi nazionali, ma  tende anzi ad aggravarli.

La celebre frase di Karl Von Clausewitz "La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi" (e precisamente con mezzi violenti) esprime bene il carattere dell'imperialismo, la depredazione e l'oppressione di altre nazioni e del movimento operaio negli stessi paesi imperialisti..

La politica imperialista, in pace quanto in tempo di guerra, consiste nell'asservimento delle nazioni e non nella loro liberazione. Noi operai coscienti  siamo al fianco di tutti i proletari del mondo - siamo al fianco di tutti i popoli oppressi che resistono alla penetrazione imperialista e siamo al fianco del popolo palestinese che lotta per liberarsi dall'oppressione dello stato sionista e razzista di Israele sostenuto dalle "grandi" potenze imperialiste reazionarie .


Michele Michelino

mar

11

mag

2021

Massacro in Brasile

Brasile: La banalizzazione della morte e del massacro dei poveri

di Fernando de la Cuadra  (*); da: sur&sur.net; 10.5.2021

 

Il massacro perpetrato nel quartiere di Jacarezinho, Rio de Janeiro, in cui sono stati assassinati 27 giovani della comunità riflette visibilmente il carattere di estrema destra dell’attuale governo, che ha dato carta bianca perché le diverse polizie (Militare, Civile e Federale) occupino a ferro e fuoco le aree povere delle principali città del Brasile.

 

Le dichiarazioni del vice-presidente della Repubblica, Hamilton Mourão, sono il corollario della visione prevenuta e maligna che le autorità hanno sulle persone che abitano nei territori più poveri. Davanti alle domande sul numero eccessivo di morti tra la popolazione civile avvenute nell’operazione della Polizia Civile, il generale Mourão ha sintetizzato in una frase semplice e brutale la sua opinione sulla sequela di morti lasciate dall’operazione: “Sono tutti banditi”. Per lui poco importava lo status giuridico dei giovani assassinati, perché alla fine non erano altro che poveri e questa è sufficiente a giustificare la mattanza. “La polizia non uccide da sola. Questo è un tipo di discorso che legittima la barbarie e la violenza poliziesca” ha detto, dopo aver sentito  queste affermazioni l’avvocato Jael Luiz Costa, coordinatore dell’Istituto di Difesa della Popolazione Nera.

 

Infatti attualmente esiste una regolamentazione assai scarsa sul comportamento abusivo degli organismi incaricati di vegliare sulla Sicurezza Cittadina, che si trasformano in una specie di corpo autonomo del braccio repressivo dello Stato, con poco o nessun controllo da parte delle istituzioni che dovrebbero formare il cosiddetto Stato Democratico di Diritto.

Senza che vigano effettivamente i limiti e le restrizioni istituzionali stabilite dalla Costituzione del 1988, le polizie usano e abusano di una violenza arbitraria orientata ad eliminare principalmente i settori più vulnerabili del paese, soprattutto giovani uomini, neri e poveri, che abitano in quelle comunità più svantaggiate dette favelas. Nell’anno 2019 ci sono state più di 47 mila morti violente nel paese, delle quali il 74% corrisponde a abitanti neri e che, per più del 50%, avevano tra i 15 e i 29 anni (1).

A rigore le cosiddette forze dell’ordine agiscono con totale impunità a causa dell’atteggiamento contemplativo di una”politica di sterminio”avallata dagli agenti dello Stato, dai comandanti militari, da ministri e sottosegretari, governatori, sindaci, membri del potere giudiziario e, anche, da una parte degli elettori convinti dal discorso di odio e di criminalizzazione dei poveri diffuso fino alla nausea negli ultimi anni dalle autorità e dai mezzi di comunicazione.

 

Questo massacro riflette, in sintesi, quello che una parte della società ritiene essere la soluzione dei problemi della sicurezza pubblica: “un bandito buono è un bandito morto”.

 

Max Weber (padre della sociologia, n.d.t.) concepì lo Stato burocratico moderno come quella entità che possiede la legittimità per detenere il monopolio dell’uso della forza o della violenza fisica nei limiti di un determinato territorio. Cioè detto Stato consisterebbe nello stabilirsi di una relazione di dominazione di un ente superiore sull’insieme dei cittadini, fondato sullo strumento che gli attribuisce la legittimità dell’uso della violenza con l’accettazione di coloro che si sottomettono a quell’autorità rivendicata dagli agenti dominatori stabilitisi nello Stato e dai loro apparati di coercizione.

Ma questa legittimità concessa dalle persone allo Stato e alle sue istituzioni sarebbe danneggiata seriamente quando certe istituzioni della sua struttura agiscono con una autonomia che trasgredisce le regole del gioco definite e condivise nelle moderne democrazie.

L’utilizzazione senza limiti della forza ferisce e colpisce il corpo sociale che,  presto o tardi, si ribella contro l’arbitrarietà e l’abuso, come è successo storicamente nelle lotte delle popolazioni contro i regimi autoritari o dittatoriali.

 

Eccetto il caso delle società terribilmente controllate – o come nelle anti-utopie come “1984” di George Orwell o “Un Mondo felice” di Aldous Huxley – la tendenza è che le persone giungano al rifiuto delle politiche repressive e si organizzino per combattere tirannia e oppressione.

Ciò nonostante bisogna riconoscere che l’adesione di massa al regime nazista o allo stesso fascismo dei tempi di Mussolini sono temi che continuano a incuriosire gli scienziati sociali che si ispirano alle categorie o ai tipi ideali weberiani per interpretare la questione della legittimità detenuta dall’autorità.

 

Al di là di queste considerazioni più generali, ciò che si può osservare nel caso brasiliano è l’utilizzazione di una forza predatoria per combattere la povertà installata in determinati territori. La Polizia e anche le Milizie – che sono formate da militari, poliziotti in attività ed ex poliziotti – sono diventati una forza criminale all’interno dello Stato con forti legami con la classe politica: deputati, sindaci, consiglieri ed altri agenti del potere locale.

Le milizie si sono consolidate nelle grandi città e rappresentano la mano del terrore di Stato immersa nell’illegalità e nell’impunità. Sono avanzate nei territori dominati nel narcotraffico fino ad arrivare alle Assemblee Legislativa di ogni Stato della Federazione e installarsi finalmente nel Congresso e nel Potere Esecutivo, e ora con il consenso e l’appoggio dimostrato della famiglia Bolsonaro. Sono responsabili di numerosi crimini che i tribunali di Giustizia ignorano, sconfessano o scartano per codardia o convenienza.

Queste milizie funzionano negli interstizi di uno Stato ignorato che mantiene la logica dell’occupazione del territorio per attività delittuose e per il controllo su un insieme di attività importanti nel che fare quotidiano, che vanno dal trasporto urbano alla distribuzione del gas, dal segnale telefonico ecc., che passa anche per l’offerta di protezione ai commerciali e alla fine arriva fino alla supremazia nel mercato delle armi e  delle droghe. E’ una rete ogni volta più estesa che interviene attualmente in più del 60% delle operazioni criminali che avvengono tra le quasi 700 favelas esistenti nella metropoli carioca.

 

La favela de Jacarezinho è uno spazio dominato dal Comando Vermelho (CV) e per questo è stato necessario realizzare questa operazione di “pulizia” per lasciare il terreno libero per la susseguente installazione delle milizie. Situata in una regione strategica della zona nord di Rio, in questa comunità abitano circa 40 mila persone, che ogni giorno lottano per sopravvivere, nel contesto della pandemia.

La maggioranza delle famiglie di questa parte della città ha sofferto sulla sua pelle gli effetti della disoccupazione e della precarizzazione del lavoro, che si sono approfonditi dall’inizio delle restrizioni  e delle quarantene causate dall’avanzamento di questo flagello, che colpisce tutto il pianeta.

 

Jacarezinho, come altre favelas emblematiche di Rio de Janeiro (Rosinha, Santa Marta, Complexo do Alemão, Maré, Vidigal, Turano, ecc.) hanno da molti anni continuato a sperimentare la violenza devastatrice dello Stato brasiliano, come è dimostrato in numerosi studi e rapporti elaborati dalle Istituzioni per i Diritti Umani e dallo stesso Ministero Pubblico attraverso la Procura del Governo Statale.

 

In una ricerca  realizzata da specialisti dell’Università Federale Fluminense (UFF), in cui sono state analizzate 11.323 operazioni effettuate dalle Polizie nello Stato di Rio de Janeiro negli ultimi 15 anni, si conclude che – considerando il numero di morti, feriti, arrestati e di confische di armi e droga - la maggior parte di queste incursioni (l’85 per cento) sono state completamente inefficaci nella battaglia al crimine organizzato. E molte di esse hanno avuto un risultato disastroso sugli abitanti, con numerose morti a causa di pallottole vaganti e in conseguenza degli spari delle forze poliziesche.

Ciò in cui senza dubbio queste operazioni hanno avuto successo è nella diffusione della paura tra gli abitanti delle comunità povere del paese, che ogni giorno vedono le loro vite devastate dall’eccesso di violenza che finisce con la morte di molti innocenti e che limita il loro bisogno di circolare liberamente per il territorio, di esercitare pienamente  i loro diritti e avere un’esistenza degna.

 

Lo Stato ha operato per decenni con disprezzo verso i quartieri poveri, aiutando a riprodurre la violenza e la marginalità  per poi penalizzare e reprimere le strategie di sopravvivenza che emergono dalla popolazione stessa.

La penalizzazione funzione come un meccanismo che cerca di rendere invisibili i problemi sociali che esistono tra i settori poveri e che lo Stato non affronta con politiche sociali ma con maggiore repressione ed esclusione. Come giustamente segnala Loic Wacquant nel suo libro “Castigare i poveri”: “il carcere agisce come un contenitore giudiziale nel quale si gettano gli scarti umani della società del mercato”.

 

Carcere e assassinio: sono queste le politiche “messe in atto” dall’attuale regime neofascista per mantenere sottomessi i poveri, per seminare la paura tra gli abitanti delle periferie e per addomesticare e soggiogare la mano d’opera che le favelas forniscono. Se questo non avviene attraverso gli organismi “legittimati”, lo si fa attraverso apparati extra istituzionali con il beneplacito e la complicità del governo.

 

L’assassinio sommario di alcuni di questi giovani (ammazzati con pallottole in testa dopo essersi arresi) riflette non solo il disprezzo per poveri e neri, ma esprime anche la completa banalizzazione della morte.

In un paese dove governa la necropolitica, la perdita di alcune vite di “banditi” non ha alcuna importanza se la si compara con gli oltre 420 mila morti per coronavirus.

La tragedia brasiliana deve finire per un settore maggioritario della popolazione – come gli abitanti di Jacarezinho – che non sopporta più di soffrire tanta indifferenza e abbandono.

Ma le istituzioni continuano ad appoggiare un’amministrazione che sembra avere come orizzonte la fine di ogni garanzia democratica per imporre definitivamente un regime di carattere autoritario, che perpetua i privilegi e le disuguaglianze tra i brasiliani.

 

Nota

[1] Paula Leite e Thiago Amâncio “Operação no Rio com 25 mortos escancara falta de inteligência de ações da polícia”, sul quotidiano  Folha de São Paulo, 07/05/2021.

 

(*) Collaboratore  del Centro Latinoamericano di Analisi Strategica (CLAE).

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni) 

gio

06

mag

2021

Colombia

La Colombia brucia: non è per la “riforma tributaria”, è per fame e dignità

di Hernando Calvo Ospina; da: espanol.almayadeen.net; 5.5.201

 

La Colombia è un regime in guerra permanente contro il suo popolo dagli inizi del secolo XIX. Da quando il venezuelano Simón Bolivar, che guidò la guerra d’indipendenza contro la Spagna, ormai tradito, lasciò il potere.

 

Prima di qualsiasi altro Stato in America Latina, la dirigenza politica e la chiesa cattolica cominciarono ad applicare leggi repressive per perseguire il “comunismo”: parlo dell’anno 1920.

 

Ma guardando solo dagli anni Sessanta del secolo scorso si può dire che, senza necessità di dittature, la Colombia, sempre sotto la protezione degli USA, instaurò la Dottrina della Sicurezza Nazionale come nessun altra nazione nel continente.

Il presidente Kennedy, il cui governo la concettualizzò e la espanse, fece le sue ammirate felicitazioni al governo colombiano per la sua capacità nell’adottarla.

E la strategia di farla finita con il “nemico interno”, con l’opposizione politica, continua ad essere vigente.

Con essa, ad esempio -  leggete bene e scusate la comparazione: ogni presidente colombiano dopo 4 anni di governo lascia più morti e desaparecidos per motivi politici che tutti quelli che fecero, nel loro insieme e per 16 anni, le dittature instaurate dagli Stati Uniti in Cile, Brasile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Argentina.

 

Sono stati creati, per far sparire dirigenti comunitari, crematori  e allevamenti di coccodrilli.

Non vi è un altro paese al mondo dove si siano trovate fosse comuni con più di 2.000 persone in ognuna: non ci riuscirono neanche i nazisti.

 

I gruppi paramilitari fanno parte del regime colombiano da sessant’anni. Perfezionati da specialisti israeliani, inglesi e statunitensi negli anni Ottanta del secolo scorso, sono stati e continuano ad essere finanziati con il denaro del narcotraffico. Essi si incaricano di fare il “lavoro sporco” per l’esercito e di “ripulire” le zone contadine da possibili oppositori alle multinazionali e ai proprietari terrieri che rubano le immense risorse strategiche.

 

La Colombia è il principale produttore e esportatore di cocaina del mondo, nonostante sia stata invasa dalle truppe statunitensi col pretesto di combatterla. E il principale consumatore sono gli Stati Uniti e le loro banche, a cui rimane il 95% dei profitti di questo affare miliardario.

 

Ciò nonostante si continua a ripetere che la Colombia è la più vecchia democrazia dell’America Latina. Certo, ci sono elezioni regolari e, come per incanto, queste fanno chiudere gli occhi della realtà.

 

Mi hanno chiesto di redigere un testo diretto al presidente Ivàn Duque o alla “Comunità internazionale” sull’attuale repressione (che si è trasferita nelle città mentre si era sempre focalizzata nelle campagne), ma non posso. Il motivo è semplice: non riesco a mantenere il sangue freddo nello scrivere quando conosco questa realtà e le sue radici (come nemmeno posso mantenerlo davanti alle aggressioni a Cuba, Venezuela o a tanti altri paesi).

Mi riesce impossibile utilizzare termini “socialmente accettabili”.

 

E oltretutto non è a quei politicanti mafiosi e assassini colombiani che bisogna rivolgere qualsiasi protesta, perché essi sono semplici maggiordomi: è al presidente degli Stati Uniti, che è il primo e vero responsabile. E’ lui che comanda in Colombia.

 

Grazie molte per avermelo proposto. Molte grazie per quello che potete fare per quel popolo che, nonostante la terribile repressione, compresa quella economica, lotta ogni giorno in tutte le forme.

Ah, parlo del popolo, del popolo,  non della maggioranza piccolo-borghese delle città che solo ogni tanto sente quella che è la violenza statale ma è pronta a segnalare le “violenze” della plebe.

 

E per finire vi dico: la proposta di riforma tributaria è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quei milioni di poveri, in un paese immensamente ricco, non sopportano più di dover scegliere tra il molto poco e il nulla: hanno davvero pochissimo da perdere.

 

La città che più si è rivoltata inferocita e che la terribile repressione e i crimini delle forze statali vogliono far tacere è Cali, a sud-ovest del paese. Per “calmare” le proteste hanno inviato interi contingenti di militari, oltre alle migliaia che già c’erano. Il comandante dell’esercito dirige, di persona, gli “operativi”.

 

Anche se sarebbe strano, forse qualcuno ha studiato la storia del paese e sa che in questa città si alzò il primo grido di indipendenza e cominciò la guerra contro la Spagna.

Questa è stata la prima indipendenza ……

 

N.d.t.: Le cifre della repressione: il governo non fornisce cifre ufficiali, ma diverse organizzazioni sociali parlano, ad oggi 6 maggio, di 31 morti, 831 arresti arbitrari, 1.100 interventi violenti con utilizzo di armi da guerra da parte della polizia e dell’esercito, 56 desaparecidos in una sola settimana di ribellione.  Le istituzioni internazionali mantengono un rumorosissimo silenzio.

 

(*) Giornalista e scrittore colombiano

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S. Giovanni)

mer

05

mag

2021

India

Il Covid-19 in India: i profitti prima e le persone poi

di Jayati Ghosh (*); da: lahaine.org; 4.5.2021

 

L’orrore della pandemia che si sta sviluppando in India ha molte cause. Tra queste si trova la compiacenza, l’inattività e l’irresponsabilità dei dirigenti governativi, anche quando era ormai evidente già da mesi che una ondata di contagi di nuove varianti mutanti minacciava la popolazione.

 

Le ripetute elezioni, con i comizi di massa, molti dei quali con discorsi del primo ministro Narendra Modi, hanno radunato un gran numero di persone in riunioni congestionate e le hanno indotte a minimizzare la minaccia del contagio.

 

L’incomprensibile decisione di permettere che un importante festival religioso – il Mahakumbh Mela che si celebra ogni 12 anni – fosse anticipato di un anno intero su consiglio di alcuni astrologi, ha portato milioni di persone da tutta l’India ad una piccola zona lungo il fiume Gange e ha contribuito a “super-propagare” la malattia. E – incredibilmente – l’ultimo “bagno rituale” importante continua ancor oggi!

 

L’esplosione esponenziale di casi di Covid-19- e la probabilità che sia molto peggio di quanto si comunica ufficialmente, a causa delle verifiche inadeguate e del fatto che ci sono casi di infezione e morti non contabilizzati,  si è rivelata essere non solo arroganza e incompetenza ufficiali ma anche mancanza di pianificazione e deficienze importanti del sistema sanitario pubblico. La scarsità di ossigeno sanitario, ad esempio, si è trasformata in causa immediata di morti per molti pazienti.

 

Programma di vaccinazioni fallito

Ma una ragione significativa – e completamente evitabile – della catastrofe è il fallimento del programma di vaccinazioni. Anche considerando le costrizioni generate dall’accaparramento dei vaccini da parte dei paesi ricchi e i limiti alla produzione interna stabiliti dall’accordo dei TRIPS (Trade Related Aspects of Itellectual Property Rights – Aspetti relativi al commercio dei diritti di proprietà intellettuale), si tratta di qualcosa di non necessario e inaspettato.

 

L’India accoglie il maggior produttore di vaccini al mondo e dispone di varie società capaci di produrli.

Prima della pandemia, in India si fabbricava il 60% dei vaccini utilizzati nel mondo sviluppato per l’immunizzazione infantile.

Il paese ha una lunga tradizione di campagne di vaccinazione di successo, contro la poliomielite e la tubercolosi infantile e tutta una serie di malattie varie. Si sarebbe potuto mobilitare l’infrastruttura disponibile per l’inoculazione, urbana e rurale.

A gennaio il governo ha approvato due candidati per l’uso nel paese: il vaccino Covidshield (Oxford-AstraZeneca), prodotto in India per l’Istituto Serum, e il Covaxsin, prodotto da Bharat Biotech sotto licenza di fabbricazione del Consiglio Indiano di Ricerca Medica (ICMR). Si sarebbe potuto concedere permessi ad altri produttori per aumentare le somministrazioni.

 

Il programma di vaccinazioni è partito ufficialmente il 16 gennaio, con l’obiettivo iniziale di coprire 30 milioni di lavoratori della sanità e di lavoratori essenziali per fine marzo, e 250 milioni di persone per luglio.

Ciò nonostante al 17 aprile solo il 37% dei lavoratori essenziali aveva ricevuto entrambe le dosi (di ognuno dei vaccini); un altro 30% aveva ricevuto solo la prima dose.

 

Questa cifra ridotta in questo gruppo vulnerabile avrebbe potuto essere il risultato delle preoccupazioni per la rapida approvazione concessa a Covaxin, che non aveva completato la sperimentazione di Fase III.

Il governo indiano ha anche incoraggiato le esportazioni, in parte per realizzare gli accordi dell’Istituto Serum dell’India con AstraZeneca e con il servizio globale del COVAX (Il programma Covax nasce nell’aprile del 2020 all’interno di un più ampio progetto, Access to Covid-19 Tools Accelerator. L’iniziativa è stata promossa dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) assieme alla Commissione europea e al governo francese, n.d.t.), in parte per dare più rilievo alla sua posizione tra i paesi in via di sviluppo..

 

Ma molto rapidamente, a partire da questi fattori, nella misura in cui le vaccinazioni sono state estese ai maggiori di 60 anni, e poi a quelli di 45 anni, la scarsità si è fatta sentire e il ritmo ha rallentato di conseguenza. Al 24 aprile solo l’8,5% della popolazione indiana aveva ricevuto almeno una dose, nulla di assolutamente vicino a quanto sarebbe stato necessario per contenere la propagazione. Anche questa limitata copertura rifletteva il fatto che era stato permesso che il vaccino venisse amministrato da servizi privati, ad un prezzo di 250 rupie (circa 2,76 euro) a dose.

 

Annuncio poco realista

Il governo di Modi aveva evidentemente fatto un annuncio poco realista affermando che la produzione interna di vaccini esistente sarebbe stata adeguata. Di fatto ai produttori sarebbero stati necessari 3 anni per soddisfare a domanda richiesta. Mentre la proibizione dell’esportazione di alcuni ingredienti essenziali da parte degli USA sta colpendo la produzione del vaccino AstraZeneca, Bharat Biotech sconta la propria capacità limitata.

Scandalosamente il governo non ha concesso licenze ad altri produttori per incrementare la produzione, anche se Covaxin è stato sviluppato dall’ICMR, una società a carattere pubblico. IL governo ha anche permesso che andassero in decadenza varie unità di produzione del settore pubblico per mancanza di adeguati investimenti.

Solo il 16 aprile, dopo che la pandemia ha acquisito proporzioni di crisi in tutta l’India senza mostrare alcun segno di remissione, finalmente il governo centrale si è mosso per permettere che tre società pubbliche fabbricassero il vaccino, anche se altre tre unità – a gestione pubblica e con maggiore conoscenza e capacità sperimentate – sono rimaste fuori dal programma. Anche queste nuove unità hanno bisogno di alcuni mesi per prepararsi a produrre.

 

Nel frattempo, con una strategia singolarmente cinica, il governo Modi ha passato la patata bollente delle vaccinazioni agli Stati, senza fornire alcun finanziamento, facendo pagare loro prezzi più alti. Ha firmato un accordo con i produttori privati stabilendo un sistema di fissazione dei prezzi per il quale gli Stati, già disperatamente a corto di finanziamenti e dovendo affrontare duri tagli di bilancio, dovranno pagare circa quattro volte di più di quanto paga il governo centrale per gli stessi vaccini. Ora gli si permetterà di importare vaccini dall’estero … e dovranno lottare per conto loro per riuscirci.

Creare questi “Giochi della fame” tra i governi degli Stati, senza finanziamenti né acquisizioni centralizzate di vaccini per ogni residente, non può che portare altre conseguenze disastrose.

 

Capitalismo del disastro

L’ultimo segno di questo incoraggiamento attivo del capitalismo del disastro da parte dello Stato indiano fa indignare ancor più. Nella proposta di apertura delle vaccinazioni al gruppo dei 18-45 anni dal 1° di maggio, l’accesso deve restare limitato agli ospedali e alle cliniche private, e solo a pagamento, con prezzi che vanno da 1.200 a 2.400 rupie (tra i 13,25 e i 26,5 euro) a dose!

Evidentemente i poveri non potranno permettersi i vaccini e così la pandemia continuerà a crescere, continuerà la sofferenza umana di massa e si perderanno innumerevoli vite.

 

Se si fosse scritto un racconto seguendo queste linee, lo si sarebbe giudicato così irreale e improbabile da prendere seriamente.  Purtroppo di tratta di qualcosa di assolutamente vero e la strategia del governo indiano non è altro che un esempio estremo del modo di privilegiare i profitti padronali al di sopra delle vite umane che caratterizza il nostro  mondo, ancora neo-liberista.

 

(*) Professoressa di Economia all’Università Nehru di New Delhi per 30 anni, attualmente insegna all’Università del Massachusetts ed è membro della Commissione Indipendente di Riforma della Fiscalità Impresariale Internazionale.

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

dom

02

mag

2021

Per il Tribunale di Milano uccidere i lavoratori non è reato

 

Teatro alla Scala: tutti assolti gli imputati del processo per le morti da amianto.

 

Per il Tribunale di Milano uccidere i lavoratori non è reato

 

Ancora una volta il tribunale di Milano ha assolto quattro ex dirigenti del Teatro alla Scala di Milano, imputati per l’omicidio colposo di 10 lavoratori, con la formula «il fatto non sussiste»

Nel frattempo la lista dei morti d’amianto fra i lavoratori del teatro si è allungata. Un’altra decina di lavoratori ha perso la vita per l’asbesto.

Che i tribunali siano schierati a difesa dell’economia e del profitto lo sappiamo da sempre.

Fiducia nello stato e nei tribunali (in particolare quello di Milano) non ne abbiamo mai avuta e la sentenza di assoluzione dei dirigenti imputati era chiara fin dalle prime udienze. Infatti, la giudice – e presidente della 9° sezione penale- Mariolina Panasiti, ha dimostrato la sua scelta di campo interrompendo e redarguendo più volte il Pubblico Ministero, Maurizio Ascione, e gli avvocati delle parti civili, come ha fatto anche nell’ultima udienza, interrompendo nuovamente le repliche del PM e degli avvocati delle parti civili.

La 9° sezione del tribunale di Milano, più di altri, è spudoratamente servile con gli avvocati della difesa dei potenti e arrogante con l’accusa e gli avvocati delle vittime.

In Italia c’è una giustizia di classe che, nei conflitti fra padroni, manager e operai, è schierata a sostegno del potere. Così, ancora una volta, i padroni e i manager che non rispettano le leggi antinfortunistiche e le misure di sicurezza possono dormire sonni tranquilli.

Questo tribunale, sempre pronto a genuflettersi davanti ai potenti e ai loro avvocati lautamente pagati per difendere gli assassini dei lavoratori, ha sentenziato ancora una volta che UCCIDERE I LAVORATORI PER IL PROFITTO NON E’ UN REATO.

La verità storica emersa dalle testimonianze dei lavoratori e consulenti del PM viene così opportunamente cancellata da quella giuridica.

Eppure, durante le numerose udienze, è emerso che i lavoratori erano esposti ad amianto prima delle bonifiche dei locali .... e anche dopo. L'amianto nel Teatro è presente dalla ricostruzione di Piermarini del 1943 ed è servito a coibentare numerosi spazi del palazzo.

Nel processo è emerso che i dirigenti non hanno mai informato i lavoratori sui rischi e non hanno mai fornito dispositivi di protezione, che le condizioni di lavoro non rispettavano le norme di sicurezza e i gravissimi ritardi nelle bonifiche. L’amianto è stato messo al bando nel 1992 con tanto di obbligo di bonifica dei luoghi in cui fosse presente.

Questi processi dimostrano ai famigliari delle vittime e ai lavoratori - più di tanti proclami ideologici - che in una società divisa in classi tutte le istituzioni, compresa la magistratura, sono al servizio della classe borghese dominante. E vogliamo farlo proprio il 1° maggio, giornata simbolo della lotta della classe operaia in tutto il mondo.

Nonostante questo non ci rassegniamo. La nostra battaglia per cambiare questa società ingiusta basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo continua nei luoghi di lavoro, nelle piazze, nel territorio e anche nelle aule di tribunale.

 

NOI NON CI ARRENDIAMO. NOI NON PERDONIAMO.

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

e-mail: cip.mi@tiscali.it           http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com    

 

 

1 maggio  2021

ven

30

apr

2021

1° MAGGIO, PANDEMIA E BATTAGLIE OPERAIE PER L'EMANCIPAZIONE

Primo maggio, pandemia e battaglie operaie per l'emancipazione


Il ritornello del "siamo tutti nella stessa barca" ormai non regge più

Capitalismo e imperialismo unificando il mercato mondiale hanno creato un proletariato e una classe operaia internazionale sfruttata e con gli stessi interessi. Anche se divisi da confini nazionali, colore della pelle, divisi fra atei o agnostici, credenti, religiosi, lo sfruttamento unisce la classe operaia dimostrando che "gli operai non hanno patria", così come le epidemie non hanno confini.

Anche durante la pandemia, nonostante le restrizioni contro le libertà individuali e collettive - il lockdown, il coprifuoco - e la chiusura di aziende che i governi hanno imposto in tutto il mondo, lo sfruttamento operaio nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro non si è mai interrotto, anzi si è accentuato.

Accanto a milioni di lavoratori costretti a lavorare nelle fabbriche, nei cantieri, nella logistica, nelle campagne e nel pubblico impiego - in particolare nella sanità senza sicurezza e turni di riposo obbligati a fare straordinari - altre centinaia di migliaia, milioni sono rimasti senza lavoro e senza salario, senza cassa integrazione o altri sussidi, altri ancora licenziati.

La chiusura di settori lavorativi considerati non essenziali non è servita a ridurre o contenere il numero degli infortuni e dei morti sul lavoro, che invece sono in continuo aumento. Agli oltre 1.400 morti sul lavoro che avvengono ogni anno, e alle decine di migliaia di morti per malattie professionali considerati dai capitalisti "effetti collaterali" della produzione finalizzata al profitto, si sono aggiunte le centinaia di vittime, morti sul lavoro e di malattie professionali, dovute al coronavirus fra il personale sanitario, agli addetti alla logistica e ai riders.

In questo periodo nonostante i divieti di manifestazione e di sciopero, le denunce contro chi si ribella e protesta, le multe e gli arresti degli operai combattivi, la lotta di classe fra capitale e lavoro non si è fermata e non va in quarantena.

I borghesi, hanno continuato ad arricchirsi e i padroni a fare profitti anche in piena pandemia. I paesi imperialisti più forti si accaparrano le maggiori dosi di vaccini a scapito dei paesi più poveri e di quelli europei, l'uso di classe dei vaccini dimostra che la medicina preventiva è riservata prima di tutto ai paesi capitalisti.

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mer

28

apr

2021

28 APRILE GIORNATA MONDIALE CONTRO L'AMIANTO

mar

27

apr

2021

Cuba

L’importanza di ciò che non è successo

di Rosa Miriam Elizalde (*); da: cubadebate.cu; 15.4.2021

 

Il 15 aprile 1961 cominciarono i bombardamenti aerei sull’Avana. Due giorni dopo, 1.200 mercenari cubani diretti dall’Agenzia Centrale di Intelligence statunitense cercarono di sbarcare a Playa Giròn, una piccola striscia nel centro-sud di Cuba. Il 19 aprile quasi tutti erano diretti in carcere.

 

Eduardo Galeano (uno dei più grandi scrittori latinoamericani, n.d.t.), che a quell’epoca già frugava tra le notizie, scrisse: “Gli invasori erano parassiti e boia, giovani milionari, veterani di mille crimini. Nessuno si assume la responsabilità di Playa Giròn né di nulla, tutti facevano i cuochi nella spedizione. Ramón Calviño, celebre torturatore dei tempi di Batista, soffre di un’amnesia totale davanti alle donne da lui colpite e prese a calci e violentate, che lo riconoscono e lo insultano. Il padre Ismael de Lugo, cappellano della brigata d’assalto, cerca riparo sotto il manto della Vergine. Aveva combattuto dalla parte di Franco nella Guerra Civile spagnola, e adesso ha invaso Cuba perché la Vergine non soffra più contemplando tanto comunismo.”.

 

Lyman Kirkpatrick, ispettore generale della CIA, preparò una valutazione dei fatti in 150 pagine impietose e involontariamente ironiche. Nell’ottobre 1961 rimproverò l’Agenzia perché era passata dall’organizzare guerriglie clandestine ad intraprendere un’operazione militare aperta, non senza prima preoccuparsi per le spese dell’invasione: il bilancio iniziale di 4,4 milioni di dollari finì in un investimento di 46 milioni. Egli si lagnò delle sue spie per aver fallito “nel raccogliere informazioni adeguate sulle forze del regime di Castro e la vera portata dell’opposizione e sbagliarono a valutare correttamente le informazioni disponibili”.

 

Nei grandi annali della politica estera degli Stati Uniti non vi è alcun fiasco più completo, alcun fallimento più totale del tentativo della CIA di invadere Cuba. Lo storico Arthur Schlesinger, consigliere del presidente John Kennedy, lo chiamò “il fallimento perfetto” e riconobbe anche che “Cuba non è un problema di politica estera per gli Stati Uniti, è un problema di politica interna”.

 

Sono passati 60 anni da quei fatti e continuano le minacce, le cospirazioni, le spie, i venduti, i mercenari, la danza dei milioni, le verità a metà, le menzogne complete, il bianco e il nero, i blocchi e la retorica anticomunista, e anche la piccola storia e la Grande Storia.

 

E’ passato molto tempo da quando un ragazzo di nome Silvio e cognome Rodrìguez decise di salire su una barca che portava il nome di Playa Giròn, e là compose una delle sue canzoni più commoventi (1), che parla tra le righe dell’eroismo dell’aprile 1961 ed esplicitamente degli eroi della quotidianità dura e invisibile in un paese che è stato per troppo tempo ostaggio degli affari interni di una politica imperiale: “Compagni storici, tenendo conto di quanto implacabile debba essere la verità, vorrei chiedere – ne ho proprio bisogno – cosa dovrei dire, quali frontiere dovrei rispettare? Se qualcuno ruba del cibo e poi dà la vita, che fare? Fino a dove dobbiamo praticare le verità? Fino a dove sappiamo? Che scrivano, allora la storia, la loro storia, gli uomini del ‘Playa Giròn’”.

La canzone di Silvio è dedicata all’eroe (e all’eroina) puro, forte e silenzioso, quello che ha resistito a tutto ciò che è venuto dopo, quello che passa silenziosamente, quello che commette degli errori e poi si dimostra all’altezza delle circostanze, quello che ha reso possibile il fatto che la Rivoluzione cubana abbia avuto un così lungo respiro.

Quelli che scrivono la storia, la loro storia, non sono supereroi ma persone che intraprendono un processo di trasformazione sociale in modo collettivo. In altro modo, altrimenti, non si capirebbe ciò che succede a Cuba, anche adesso, con code, carenze e più castigata che mai, ma con cinque vaccini contro il Covid e il Congresso del Partito Comunista il fine settimana (scorso, n.d.t.) convocato al suono di due parole: unità e continuità.

 

L’importanza di Giròn non è nella grandezza della battaglia, dei combattenti, dei fatti eroici che là hanno avuto luogo; la grande trascendenza storica di Giròn non è quello che successe, ma quello che non successe grazie a Giròn” avrebbe detto Fidel Castro a proposito dei fatti di 60 anni fa.  O, come canta Silvio, che quell’epopea si sia perpetuata si deve a quelli che scrissero, quindi, la storia, la loro storia: alle donne e agli uomini della barca-isola “Playa Giròn”.

 

Nota 1: La canzone fu composta da Silvio Rodrìguez nel viaggio che effettuò nel 1969 a bordo del motopeschereccio “Playa Giròn”,  il cui nome dà il titolo alla canzone stessa – in onore alla prima sconfitta USA in America Latina –  dedicata a quegli anonimi pescatori che lavorano duramente giorno e notte tra le intemperie dell’oceano Atlantico per portare sostentamento e divise estere al popolo cubano, con cui Silvio navigò per 4 mesi lungo le coste dell’Africa.

 

(*) Scrittrice e giornalista cubana, è vice-presidentessa dell’Unione dei Giornalisti di Cuba.

 

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

dom

25

apr

2021

MANIFESTAZIONE CONTRO L'AMIANTO. IN RICORDO DI TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI DAL PROFITTO. 24 APRILE 2021. SERVIZIO RAI 3 REGIONE LOMBARDIA

dom

25

apr

2021

W IL 25 APRILE. ONORE AI PARTIGIANI

ven

23

apr

2021

SABATO 24 APRILE ORE 16 - VIA CARDUCCI - SESTO SAN GIOVANNI MANIFESTAZIONE CONTRO LE MORTI DEL PROFITTO